Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

giovedì 15 maggio 2008

Fannulloni? No, nullafacenti

Se ne è accorto pure Brunetta. Salvo - è facilmente prevedibile - ritrattare e chiedere scusa al primo stormir di fronde sindacali (i veri e principali paladini e protagonisti della nullafacenza, ricordiamolo sempre).
Quello che lascia perplessi - come in quasi tutte le occasione in cui si affronta questo argomento - è la scelta del termine, generico e inappropriato (e dunque inefficace).
Del resto perfino il giornale (Corriere della sera) che pure ha il merito di pubblicare la maggior parte degli articoli del prof. Ichino pare non perda occasione nei suoi titoli di distorcerne il pensiero, usando quasi ogni volta che può il generico e improprio termine "fannulloni" invece dello specificamente ichiniano "nullafacenti". Che cosa mai deve fare un povero cristo per far passare il termine corretto, piu' che intitolarci un libro e spiegarlo (vedi qui) in articoli ed interviste?
E' infatti da ribadire come, nonostante la comune radice linguistica dei due termini, nel linguaggio corrente "fannullone" sia usato per designare chi non fa niente o non lavora sempliemente per pigrizia o per indolenza, mentre NULLAFACENTE ha - è questo il punto - una connotazione molto più oggettiva e sistemica, quella di chi non lavora oltre che per propria personale inclinazione soprattutto per sua volontà e scelta e ancor più perché un sistema strutturalmente connivente gli consente di farlo, con buona pace di chi lavora di più...
E' proprio vero: in questo paese le velleità di cambiamento sono destinate a scontrarsi con quasi tutto, a cominciare dall'uso delle parole.

sabato 19 aprile 2008

L'altra casta - s'è svegliato...

Se ne è accorto pure Montezemolo: "E' ormai chiaro che la trincea dei negoziati infiniti, del rifiuto di guardare con occhi obiettivi la realtà, serve solo a difendere una casta di professionisti del veto"(18/4/2008). Ovviamente subito contraddetto dai protezionisti Tremonti e Calderoli e dal corporativista Alemanno, insorti a difesa del potere corporativo sindacale. Tanto per la chiarezza.

domenica 6 aprile 2008

Endorsement

Questo blog invita a votare Partito Democratico alle elezioni legislative del 13-14 aprile.


Per un motivo molto semplice: il minore dei mali e la meno conservatrice delle patacche.


Più in dettaglio:

per limitare nuovi e ulteriori rigurgiti di corporativismo protezionista (Alitalia in primo ma non unico luogo) a spese di contribuenti e consumatori;

per cercare, con Bersani (ostacolato in parlamento dall'alleanza tra sinistra conservatrice-bertinottiana e destra antiliberale-berlusconiana), di scardinare le rendite di posizione corporative a carico della collettività, in primo luogo le corporazioni, come quella dei tassisti amici di AN e di Alemanno, ma anche fantomatiche cordate italiane per Alitalia che sarebbero in tal modo ripagate, sicché pagherebbero insomma 2 volte (e ancora) i cittadini consumatori e contribuenti;

per scongiurare nuove inversioni di tendenza che ci riportino dai (sia pur timidi e faticosi) tentativi del governo uscente in direzione di un risanamento finanziario verso il demagogico dissesto del bilancio pubblico;

per evitare una accondiscendenza ancora maggiore del governo italiano con papato e prepotere vaticano, a tutti i livelli (a cominciare dal problema, di importanza fondamentale in tempi di nuovo crescente oscurantismo, del rapporto delle religioni organizzate con scienza ed etica e della loro pretesa di ingerenza egemonica);

perché Bersani, Bonino, Ichino e Veronesi possano fare (o tornare a fare) i ministri.

sabato 5 aprile 2008

L'altra casta - 3

Ecco un interessante articolo (Corriere della sera, 5/4/2008) sul libro di Livadiotti, L'altra casta.


Sindacati, la casta in crisi
Diritto di veto e iscritti insofferenti. Il caso Alitalia e la difesa dei privilegi


Nella remota eventualità che riescano a mettersi d'accordo, le ultime quattro sigle delle 43 organizzazioni sindacali scolastiche potrebbero perfino convocare un tavolo di scopone scientifico, in virtù del loro solitario iscritto. Piano con lo stupore. Perché nel mondo parallelo delle confederazioni, le dimensioni non contano. Nel settore ippico ci sono il contratto di base e quello per i cavalli da corsa, anzi, quelli, al plurale perché le normative sono differenti per il trotto o il galoppo. Le imprese che producono ombrelli e ombrelloni godono di un'unica intesa, che però differisce da quella delle aziende che forniscono il manico del manufatto. Per stare sull'attualità: nel 2007, la più piccola delle 13 sigle dell'Enav, ente controllori di volo, cinque tesserati, uno zoccolo duro di sostenitori che starebbe largo in un monolocale, riuscì a far cancellare 320 voli in un solo giorno.

Domanda d'obbligo: queste giornate sono la riproduzione riveduta e corretta dell'autunno Ottanta? C'è la sensazione diffusa che rappresentino comunque un passaggio delicato nella vita del sindacato, che segnino una svolta nella sua credibilità. Sta arrivando un libro che si chiama L'altra casta, e sembra essere un Atlante della crisi, o almeno un suo sintomo. Naturalmente, c'è un capitolo dedicato ai fasti di Alitalia, l'azienda più sindacalizzata d'Italia, nel quale si apprende — tra le altre cose — dell'esistenza sancita per contratto di una Banca dei riposi individuali, della speciale indennità riservata al personale viaggiante per la temporanea assenza del lettino a bordo di alcuni Boeing 767-300, centinaia di euro che per non creare odiose discriminazioni sono stati corrisposti anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione. D'accordo, così è troppo facile. Basta aneddoti. Ce ne sono tanti, troppi. Il problema è un altro. Alcuni libri hanno la fortuna o la capacità di cogliere lo spirito dei tempi, di intercettare uno stato d'animo comune, giusto o sbagliato che sia.

L'altra casta, scritto da Stefano Livadiotti, giornalista de L'Espresso, è uno di questi libri. Un pamphlet, che opera una dissezione da autopsia dei sindacati italiani, definiti «macchina di potere e denaro». Ne elenca in modo analitico le storture, gli organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dal contribuente, lo sterminato e parzialmente detassato patrimonio immobiliare, i vantaggi, i privilegi che autorizzano l'autore a usare il termine ormai negativamente iconico di «casta». Ma soprattutto, questo è forse l'aspetto più controverso, ne mette in luce la perdita di identità, le debolezze e i limiti nel recitare il ruolo importante che dovrebbero avere nel Paese. Nel mare di cifre, storie e statistiche forniti da Livadiotti, è questa accusa, la più empirica, che ferirà i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. L'autore enuncia la tesi con una certa ruvidezza: «L'immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del Paese, agli occhi degli italiani si è dissolta ormai da tempo».

Sempre più autoreferenziali, le confederazioni hanno perso il contatto con la vita vera, per diventare un soggetto autistico, abiurando alla loro storia, alla loro vera missione. «Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisone di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi ». L'altra casta, è bene dirlo, è un'opera brutale, una specie di libro nero del sindacalismo, e in quanto tale destinato a dividere, a far discutere. Ma le frasi citate qui sopra non vanno controvento, perché rappresentano davvero un sentimento di insofferenza verso il sindacato, questo sindacato, che nell'Italia del 2008 si respira a pieni polmoni, e negarlo sarebbe stupido, persino autolesionistico. Nel cittadino medio, la percezione diffusa del sindacato è questa, piaccia o no. E una vicenda più di ogni altra contribuisce a cementarla. «Dove comandano loro», è il titolo programmatico del capitolo dedicato ad Alitalia, azienda che ha un tasso di sindacalizzazione bulgaro, il 77,9% tra gli assistenti di volo e l'87,1% tra i piloti. Le scoperte sono varie, indubbiamente sconfortanti, sempre istruttive. Si apprende ad esempio che grazie al Regolamento sui limiti di tempo di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante, il giorno di riposo, «singolo libero dal servizio», per i piloti Alitalia comprende due notti e non deve essere mai inferiore alle 33 ore, Keplero e Copernico se ne facciano una ragione. Si viene a sapere inoltre dell'esistenza di un Comitato nomi, invenzione che sarebbe piaciuta tanto al compianto Beppe Viola, fondatore con Enzo Jannacci dell'Ufficio facce. Trentasei dipendenti per suggerire come battezzare i nuovi aerei, finché ci sono stati soldi per comprarli. Più seriamente, nel 2007, mentre il governo cercava col lanternino un compratore disposto a salvare la nostra compagnia di bandiera dal fallimento — ha perso 364 milioni di Euro in 365 giorni, di ventiquattro ore — piloti e hostess si sono fatti un giro di valzer sul Titanic sommando scioperi che hanno causato mancati introiti per un totale di 111 milioni di Euro. E gli ultimi eventi, il cestinamento dell'offerta di Air France, la penosa rincorsa ai suoi dirigenti per riportarli al tavolo delle trattative, portano acqua alla tesi di chi, Livadiotti è tra questi, vede in Alitalia il punto critico che fissa l'incapacità conclamata di conciliare gli interessi dei propri iscritti con quello generale.

Che brutta questa immagine di un sindacato privo di autorevolezza ma sempre pronto ad esternare su qualunque aspetto dello scibile umano. Nell'ultimo anno solare il capo della Cisl ha collezionato 607 titoli sul notiziario Ansa, una media di 1.7 esternazioni al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto. Leggermente attardato Epifani (539), segue a ruota Angeletti (339). Nello stesso arco di tempo, annota Livadiotti, la percentuale di coloro che vedono i sindacati come il fumo negli occhi è volata dal 67,9% al 78,3%, dati Eurispes, mentre lo zoccolo duro che ancora si dichiara molto fiducioso nel loro operato è passato dal 10,1 al 4,1%. Ecco, ne L'altra casta c'è quasi tutto per chi cerca conferme alla propria disistima verso i sindacati, compresi certi toni davvero duri. Per gli altri, mancherà sicuramente un capitolo dove si dia conto dei meriti storici del sindacato italiano, anche senza prenderla troppo da lontano, Portella della Ginestra, le lotte del dopoguerra, cose che stanno nei libri di storia, o della sua capacità — intermittente — di essere una delle ultime istituzioni che porta i propri iscritti a ragionare anche di temi elevati, di ideali. Manca l'onore delle armi all'avversario. Ma forse, come le pipe di Magritte, un pamphlet è un pamphlet, null'altro che questo.

Aggiornamento. La questione viene ripresa dal Corriere in un'editoriale del 14/4/2008, a firma di D. Di Vico. Eccone un paio di passaggi interessanti:

A tratti è persino crudele. Il libro di Stefano Livadiotti sulla casta dei sindacalisti assesta un colpo da kappaò all'immagine delle grandi confederazioni del lavoro. Le descrive come strutture bizantine quando devono ascoltare la società e prendere decisioni coerenti, ma capaci poi di trasformarsi in vere e proprie catene di montaggio del consenso forzoso e organizzato.
Tutto è finalizzato a produrre tessere, privilegi e denaro. In quelle pagine il sindacato italiano del 2008 finisce per somigliare alle strutture tipiche della tradizione novecentesca dell'Est europeo più che a moderni strumenti di rappresentanza da paese industrializzato dell'Ovest. La fotografia di Cgil-Cisl-Uil è quella di un kombinat politico-economico che punta prima di tutto a perpetuare se stesso e a garantire i propri apparati.

[...]

E' fisiologico che cicli di potere così lunghi creino distorsioni in un meccanismo già di per sé delicato come quello della rappresentanza sindacale. Una misura di rotazione degli incarichi dovrebbe abbinarsi a una liberalizzazione degli accessi. Oggi uscire dal sindacato è difficile, gli automatismi nel rinnovo della tessera diventano una barriera all'uscita. Ridare indietro la tessera è un rompicapo burocratico che equivale alla fatica di voler chiudere il proprio conto corrente in banca. La seconda misura che gioverebbe enormemente all'immagine del sindacato riguarda la trasparenza dei rendiconti economici. Non esistono bilanci consolidati ma solo singoli documenti disaggregati sostanzialmente autocertificati. Va invece adottata una prassi di completa trasparenza, analoga a quella in uso per le società quotate. Ma forse il capitolo più delicato da aprire e la vera chiave di volta di un possibile «rinascimento » sindacale sta nell'adozione di un metodo nuovo nella proclamazione degli scioperi. L'ipotesi di ricorrere al referendum preventivo tra i lavoratori può avere per Cgil-Cisl-Uil l'effetto di un balsamo. Ma come per tutti i medicamenti ci vuole prima di tutto il coraggio di voler guarire.

martedì 1 aprile 2008

L'altra casta - 2bis

S. Livadiotti, L' altra casta. Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale. L'inchiesta sul sindacato, Bompiani, 2008

Contenuto: Un libro che farà molto arrabbiare la Destra e la Sinistra, il Governo e l'opposizione, ma soprattutto: i sindacati.
"Le allegre finanze del sindacato: la sola Cgil ha un giro d'affari valutato in un miliardo di euro. I delegati delle tre centrali sindacali sono 700 mila, sei volte più dei carabinieri. I loro permessi equivalgono a un milione di giornate lavorative al mese. E costano al sistema-paese un miliardo e 854 milioni di euro l'anno".
I sindacati sono oggi nel pieno di una profonda crisi di legittimità, che rischia di cancellare anche i loro meriti storici. Lo strapotere e l'invadenza delle tre grandi centrali confederali, e le sempre più scoperte ambizioni politiche dei loro leader, hanno prodotto nel paese un senso di rigetto. Lo documentano tutti i più recenti sondaggi d'opinione: solo un italiano su venti si sente pienamente rappresentato dalle sigle sindacali e meno di uno su dieci dichiara di averne fiducia. L'immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di interpretare gli interessi generali, si è dunque dissolta. E ha lasciato il posto a quella di una casta iperburocratizzata e autoreferenziale che ha perso via via il contatto con il paese reale, quello delle buste paga sempre più leggere e delle fabbriche dove si muore troppo spesso. Un apparato che, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di avere l'ultima parola sempre e su ogni cosa. Che si presenta come il legittimo rappresentante di tutti i lavoratori. Ma bada in realtà solo agli interessi dei suoi iscritti, che valgono ormai meno di un quarto dell'intero sistema produttivo nazionale. E perciò si mette puntualmente di traverso a qualunque riforma in grado di mettere in discussione uno 'status quo' fatto di privilegi.

lunedì 31 marzo 2008

L'altra casta - 2

l'inchiesta pubblicata qui e qui diventa un libro.
Da comprare, leggere, diffondere...

sabato 19 gennaio 2008

Il Travaglio d(e)i Mastella

Ricevo da un amico e volentieri ripubblico una lettera di Marco Travaglio sul mastella-gate esploso in queste ore nella politica italo-cialtrona.

"Siamo tutti costernati e affranti per quanto sta accadendo al cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella e alla sua numerosa famiglia, nonché al suo partito, che poi è la stessa cosa. Costernati, affranti, ma soprattutto increduli per la terribile sorte che sta toccando a tante brave persone. Infatti, oltre alla signora Sandra, presidente del Consiglio regionale della Campania, sono finiti agli arresti il consuocero Carlo Camilleri, già segretario provinciale Udeur; gli assessori regionali campani dell'Udeur Luigi Nocera (Ambiente) e Andrea Abbamonte (Personale); il sindaco di Benevento dell'Udeur, Fausto Pepe, e il capogruppo Udeur alla Regione, Fernando Errico, e il consigliere regionale dell'Udeur Nicola Ferraro e altri venti amministratori dell'Udeur. In pratica, hanno arrestato l'Udeur (un mese fa era finito ai domiciliari l'unico sottosegretario dell'Udeur, Marco Verzaschi, per lo scandalo delle Asl a Roma, mentre un altro consigliere regionale campano, Angelo Brancaccio, era finito in galera prima dell'estate quando era ancora nei Ds, ma appena uscito di galera era entrato nell'Udeur per meriti penali). Mastella, ancora a piede libero, è indagato a Catanzaro nell'inchiesta "Why Not" avviata da Luigi De Magistris e avocata dal procuratore generale non appena aveva raggiunto Mastella, che intanto non solo non si era dimesso, ma aveva chiesto al Csm di levargli dai piedi De Magistris. S'è dimesso invece oggi, Mastella, ma per qualche minuto appena: poi Prodi gli ha respinto le dimissioni, lasciandolo al suo posto che – pare incredibile – ma è sempre quello di MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. La sua signora, invece, non s'è dimessa (a Napoli, di questi tempi, c'è perfino il rischio che le dimissioni di un politico vengano accolte): dunque, par di capire, dirigerà il Consiglio regionale dai domiciliari, cioè dal salotto della villa di Ceppaloni.

Al momento nessuno sa nulla delle accuse che vengono mosse a lei e agli altri 29 arrestati. Ma l'intero Parlamento – con l'eccezione, mi pare, di Di Pietro e dei Comunisti Italiani – s'è stretto intorno al suo uomo più rappresentativo, tributandogli applausi scroscianti e standing ovation mentre insultava i giudici con parole eversive, che sarebbero parse eccessive anche a Craxi, ma non a Berlusconi: insomma la casta (sempre più simile a una cosca) ha già deciso che le accuse - che nessuno conosce - sono infondate e gli arrestati sono tutti innocenti. A prescindere.

Un golpetto bianco, anzi nero, nerissimo, in diretta tv. Nessuno, tranne Alfredo Mantovano di An, s'è domandato come facesse il ministro della Giustizia a sapere che sua moglie sarebbe stata arrestata e a presentarsi a metà mattina alla Camera con un bel discorso scritto, con tanto di citazioni di Fedro: insomma, com'è che gli arresti vengono annunciati ore prima di essere eseguiti? E perché gli arrestandi non sono stati prelevati all'alba, per evitare il rischio che qualcuno si desse alla fuga? Anche stavolta, la fuga di notizie è servita agli indagati, non ai magistrati. E, naturalmente, al cosiddetto ministro.

Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, anziché aprire una pratica a tutela dei giudici aggrediti dal ministro, ha subito assicurato "solidarietà umana" al ministro e ai suoi cari (dobbiamo prepararci al trasferimento dei procuratori e del gip di Santa Maria Capua Vetere, sulla scia di quanto sta accadendo per De Magistris e Forleo?). Il senatore ambidestro Lamberto Dini ha colto l'occasione per denunciare un "fatto sconvolgente: i magistrati se la prendono con le nostre mogli" (la sua, Donatella, avendo fatto fallimento con certe sue società, è stata addirittura condannata a 2 anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, pena interamente indultata grazie anche a Mastella). Insomma, è l'ennesimo attacco ai valori della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio: dopo l'immunità parlamentare, occorre una bella immunità parentale. Come fa osservare la signora Sandra Lonardo in Mastella dai domiciliari, "questo è l'amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo". Che aspettano a invitarli a parlare alla Sapienza?" Marco Travaglio.

Ai cultori della materia segnalo peraltro gli indirizzi di due blog ormai storici:

http://www.mastellatiodio.blogspot.com/
http://dementemastella.blogspot.com/

* * *

P.S. ormai è chiaro a tutti: il vero motivo che ha portato Mastella a dimettersi e far cadere il governo è stato andare alle elezioni anticipate ed evitare i referendum elettorali... Mal gliene incolga !

mercoledì 16 gennaio 2008

L'unico strumento contro la partitocrazia

Non sarà l'uninominale "secco" all'inglese, ma almeno costituirebbe un passo avanti in senso maggioritario.
Questo blog supporta incondizionatamente i referendum elettorali (che, sia chiaro, vanno votati e vinti, non usati come merce di scambio per qualche sottoaccordo partitocratico).

Gli indirizzi web del comitato promotore:
http://www.referendumelettorale.org/
http://www.referendumelettorale.org/home.html (sito)
http://referendumelettorale.ilcannocchiale.it/ (blog).

Malati di assenteismo - 1

Un'interessante articolo (da Repubblica.it) sull'indegno malcostume (nonché ulteriore e reiterata forma di furto ai danni della collettività e di chi resta in ufficio a lavorare) della malattie fasulle nel pubblico impiego (ovviamente con copertura sindacale, manco a dirlo).

Perse ogni anno 125 milioni di giornate. La stragrande maggioranzadei certificati non supera la settimana. Ichino: "Ripristinare la franchigia".
Assenze per malattia, pubblico batte privato quattro a uno
di MARIO REGGIO

ROMA - Più di 125 milioni di giornate di lavoro perse per malattia. Quasi equamente distribuite tra dipendenti pubblici e lavoratori assunti da aziende private. Con una grande differenza: quelli pubblici sono 3 milioni e seicentomila, contro quasi 15 milioni di dipendenti privati. Poco più di 4 giorni di malattia per i privati nel 2006, 18 in media l'anno per quelli pubblici nel 2005. E la stragrande maggioranza dei certificati medici non superano la settimana.

Negli ultimi mesi la polemica sulle "malattie di comodo" è stata alimentata da numerosi fatti di cronaca. Tra questi l'insegnante che spediva i certificati da un'amena località del centro America. La docente è stata licenziata. L'ultimo caso risale a pochi giorni fa: la donna giudice che era in malattia per seri problemi alla schiena e scoperta mentre partecipava ad una regata velica.

Il dibattito su come fare per ridurre i certificati "compiacenti" si riaccende. "Credo sia giunto il momento di iniziare una sperimentazione, anche solo a livello aziendale, - suggerisce il giuslavorista Pietro Ichino - ripristinando almeno in parte la franchigia sui primi tre giorni di malattia, distribuendo i soldi risparmiati a tutti i lavoratori. Nel mio libro "A cosa serve il sindacato", dimostro dati alla mano che ci guadagnerebbero tutti, salvo gli assenteisti. In Inghilterra da quando è stato introdotto questo procedimento l'assenteismo si è dimezzato". Polemica la reazione di Michele Gentile, coordinatore della Funzione Pubblica Cgil: "Nel contratto nazionale dei dipendenti statali c'è una voce che si chiama "indennità di amministrazione", legata alle presenze.
Ogni giorno di assenza equivale ad una decurtazione dell'indennità. Quindi il meccanismo già esiste. Poche settimane fa il ministro della Funzione Pubblica ha firmato una direttiva che sollecita ad intensificare le visite fiscali - prosegue Gentile - il sindacato non vuol proteggere chi commette abusi e la falsa malattia è un abuso che attiene la dimensione penale. Anche il "tormentone" del dipendente pubblico assenteista deve finire. I dati della Ragioneria generale dello Stato parlano chiaro: dal 2003 al 2006 le assenze sono in calo costante. Nell'ultima rilevazione la Ragioneria ha sezionato i dati e la media dei giorni di malattia è scesa a 10 e mezzo l'anno per dipendente".

Nell'attesa l'Inps continua a pagare le aziende dopo il terzo giorno d'assenza per malattia. Ma questo vale per il settore privato. Nel pubblico impiego, invece, è l'amministrazione a sostenere i costi. Anche il sistema di consegna dei certificati medici è antidiluviano. Il dipendente deve consegnare al più vicino ufficio dell'Inps o spedire per raccomandata con ricevuta di ritorno il certificato medico entro due giorni dal rilascio da parte del medico. "Abbiamo cercato di razionalizzare il sistema - afferma un dirigente dell'Inps - chiedendo ai medici di spedire i certificati via internet, ma non c'è stato nulla da fare. Ci hanno chiesto di sostenere i costi del servizio, poi hanno invocato il diritto alla privacy per i pazienti".

FONTE: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/statali-sciopero/assenti/assenti.html