Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

lunedì 31 ottobre 2016

Nel Paese delle bufale



Il terremoto, i complotti e le bufale nel Paese che rifiuta la ragione

Una senatrice 5 Stelle accusa il governo di truccare la magnitudo. Un consigliere regionale se la prende con i petrolieri. Un noto giornalista attacca il Papa. Così il disastro di Norcia, per fortuna senza vittime, fa riemergere troppi pregiudizi antiscientifici

di Mauro Munafò  - L’Espresso

"Guarda io sono ignorante di queste cose. Ma l'hai sentita questa storia che hanno abbassato (sic.) il terremoto per non pagare i danni?".
Nel bar di un quartiere della zona sud di Roma sono passate poche ore dalla scossa che ha devastato Norcia, Castelluccio, Preci e molti altri paesi tra Marche e Umbria e svegliato l'intera Capitale nella paura.
Il ragazzo alla cassa parla con i clienti della domenica con quella familiarità e confidenza che gli eventi come questo alimentano tra le persone. "Hanno abbassato il terremoto sì. Prima era sopra i 7 e ora è 6 e mezzo, così l'assicurazione non deve pagare".
Si riferisce alla magnitudo del sisma, in un primo momento indicata dal rilevamento di un istituto statunitense con un valore di 7.1 e poi ricalcolata dall'Ingv fino al valore definitivo di 6.5. Tanti avventori annuiscono sconsolati, commentano indignati contro politici e governo. Solo uno replica che si tratta di una storia falsa, che spunta fuori dopo ogni sisma. Nessuna delle persone che ascolta sembra convinta. Di più, si percepisce un certo fastidio per questa smentita.
La bufala del governo che modifica i dati sui terremoti per non affrontare le spese della ricostruzione parte da un decreto del 2012 mai diventato legge. Negli ultimi anni è stata confutata decine di volte in rete, in tv, sui giornali, in radio. Ma niente da fare: quando la terra trema, torna fuori. Questa volta a rimetterla in giro ha contribuito una testimonial d'eccezione: la senatrice del Movimento 5 Stelle Enza Blundo. Sul suo profilo Facebook l'onorevole ha scritto quanto segue: "Il Tg1 apre dichiarando una scossa di 7.1 e poi la declassa a 6.1! Ancora menzogne per interessi economici del governo. Anche il terremoto dell'Aquila fu "addomesticato" a 5.8. Il tutto per non risarcire i danneggiati al 100 per cento". Poi ha corretto il tiro, prendendosela con una misteriosa "finzione mediatica" e infine ha chiesto scusa.
Ci si sposta più a sud, in Puglia, per trovare le parole di Mario Conca, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, che attraverso Facebook chiede a chi lo segue cosa ne pensa della teoria che gli avrebbe esposto un conoscente ottantenne secondo cui il sisma sarebbe colpa "delle trivellazioni, del fracking e dell'airgun nel Mediterraneo che stanno indebolendo la massa che blocca la faglia accelerando l'avvicinamento dell'Italia all'ex Jugoslavia provocando forti terremoti", e conclude " le sacche vuote di gas e petrolio alimentano questo processo, i petrolieri vanno fermati!". Ancora una volta teorie smentite decine di volte, contrabbandate sui social network da persone che rivestono incarichi istituzionali e incapaci di trattenersi da esternazioni tanto discutibili.
Dalla pseudoscienza al misticismo il passo è breve. Si arriva così al giornalista tv Antonio Socci che se la prende con papa Francesco che mentre "il terremoto devasta la terra di San Benedetto cuore dell'Europa Cristiana rende omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità", mentre a giudizio del giornalista, "dovrebbe consacrare l'Italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna".
Nella pagina Facebook di Socci, che per scelta della Rai è anche direttore della scuola di giornalismo RadioTelevisivo di Perugia, decine di utenti si lanciano così alla ricerca di segni divini che mettano in collegamento il sisma con le mosse di Bergoglio. Ragionamenti che ricordano le recenti affermazioni del viceministro israeliano Ayoub Kara secondo cui il sisma era una punizione per la posizione dell'Italia sulla votazione Unesco.
Il pensiero antiscientifico nelle sue diverse forme non è quindi confinato in una nicchia, ma è anzi legittimato da esponenti istituzionali, intellettuali e vip che contribuiscono a diffonderlo. E trova terreno fertile in una popolazione arrabbiata e sfiduciata da anni di crisi, con scarsi anticorpi culturali. Secondo l'ultimo rapporto Piaac dell'Ocse , gli italiani tra i 16 e i 65 anni si collocano all'ultimo posto su 24 paesi occidentali quando si parla di "competenze alfabetiche", la capacità cioè di "comprendere, valutare, usare ed essere impegnati nella lettura di testi scritti al fine di partecipare alla vita sociale e sviluppare conoscenza". E quanto possa essere dannoso lo si scopre ogni volta che la terra trema.

domenica 3 luglio 2016

“Solo un’alleanza liberale potrà salvare quest’occidente”

Il disfattismo imperante in Europa, il welfare non più sostenibile, la minaccia autoritaria. Intervista a Stephen Davies, dell’Institute of Economic Affairs di Londra.
22 Giugno 2016 - Il Foglio
 
“La mia teoria è che al momento la maggior parte dei paesi occidentali sta attraversando un riallineamento dei valori e che la divisione politica sarà sempre più tra autoritari e liberali coerenti”, dice al Foglio Stephen Davies, storico del pensiero politico per più di trent’anni alla Manchester Metropolitan University, dal 2010 direttore del dipartimento istruzione dell’Institute of Economic Affairs. Da diverso tempo, Davies sostiene una teoria originale, che gli eventi a cui stiamo assistendo in occidente stanno dimostrando via via più profetica: la teoria del riallineamento politico. “La mia teoria – dice – parte da due domande fondamentali per capire la posizione ideologico-politica di una persona: sei generalmente a favore dell’intervento statale in economia? E poi: credi che lo stato dovrebbe promuovere un certo stile di vita (sessuale, familiare, culturale) piuttosto che altri? Negli ultimi quarant’anni, in Europa e nei paesi industrializzati, la principale divisione in politica è stata tra due parti: da un lato chi difendeva il libero mercato e allo stesso tempo era conservatore sui temi sociali, quindi ad esempio i governi della Thatcher qui nel Regno Unito, dall’altro chi invece era culturalmente liberale ma interventista in economia, i laburisti inglesi come la maggior parte della sinistra occidentale. Ma c’erano anche altri due gruppi, del tutto minoritari, che a lungo sono stati lasciati fuori dalla porta: i così detti libertarians, o liberali coerenti, cioè chi difendeva la libertà dell’individuo dall’azione dello stato sia nella sfera culturale che in quella economica, e all’opposto chi chiedeva l’intervento statale in entrambe, gli authoritarians”.
La questione fondamentale, aggiunge il nostro interlocutore, “non sarà più quella economica, un tempo capace di prevalere sulle visioni socio-culturali delle parti, ma ruoterà attorno all’identità personale e alla nuova domanda fondamentale della politica: ti piace questa società globale? Ti piace il movimento rapido di persone e capitali che ne deriva? Sei disposto ad accettare la fluidità dell’identità e la costante messa in questione dei costumi e delle tradizioni che ne consegue? Ti piace tutto questo o ti senti minacciato da ciò che rappresenta? Questa sarà (o lo è già) la nuova divisione politica della nostra èra”. Non ha dubbi, Davies, su come tale processo sia iniziato: “Con la crisi del comunismo, soprattutto. Ben prima del 1989 si aveva la crescente percezione che l’alternativa socialista e la possibilità di costruire una nuova società diversa da quella capitalistica, come i cigolanti esempi in Unione Sovietica, in Cina o a Cuba stavano dimostrando, non aveva possibilità di realizzazione. Tra gli anni 70 e 80 del 900, quindi, si è cominciato ad assistere ad un allineamento diverso dei valori politici: la sinistra ha cominciato a diventare più liberale in economia e la destra ha iniziato a lasciar la presa sulla morale tradizionale. Il risultato è che entrambi i poli, per la fine degli anni 90, stavano convergendo ampiamente verso il quadrante del liberalismo coerente”. Negli anni duemila, poi, erano del tutto simili, quando non uguali: “I poli mainstream della politica erano entrambi tendenzialmente liberali coerenti e questo ha lasciato fuori dalla porta gli autoritari, o statalisti, a destra come a sinistra, che ora si stanno aggregando in un nuovo polo politico”.
Anche qui gli esempi non mancano: “Il Front National incarna perfettamente il tipo di collettivismo di destra a cui mi riferisco. Da dove pensi che arrivi metà del suo elettorato? Dal partito comunista francese. Sopratutto da quando Le Pen figlia è leader, il partito ha promosso misure economiche interventiste, protezioniste e nazionaliste, istigando il sentimento no-global, no-mercato e no-migrazioni. Il tutto tenuto assieme dal mastice del conservatorismo tradizionalista: no ai matrimoni gay, sì al welfare state (solo per i francesi, sia chiaro). Sta succedendo in tutta Europa: in Polonia col PiS, in Svezia con i Democratici Svedesi, in Germania con Afd. Persino negli Stati Uniti, dove Trump si esprime a favore di Medicare, Medicaid e previdenza sociale mentre promette di costruire muri ai confini e invoca l’isolazionismo in politica estera. In Italia avete la Lega Nord e il Movimento 5 stelle”.
Anche per questo mai come ora vi è la necessità di stabilire un’alleanza anti-disfattismo, magari una versione rinnovata del Patto del Nazareno? Sì, dice Davies: “E’ l’approccio giusto. Al momento la destra nazional-populista (che secondo me è la peggiore delle aggregazioni politiche, perchè sbaglia sia sull’economia che sui temi sociali) si trova in una congiuntura storica a lei favorevole. In Polonia e Ungheria è già al governo. In Austria non ha eletto il presidente per un soffio e l’anno prossimo alle presidenziali francesi è quasi sicuro che Marine Le Pen arriverà al ballottaggio al secondo turno, probabilmente contro i gaullisti. Il problema è che l’opposizione a questo blocco autoritario è divisa tra liberali coerenti e liberali sociali, che non mollano la presa sull’interventismo economico. Dovranno invece cooperare, altrimenti vedremo paesi come l’Italia, la Svezia o il Regno Unito diventare come l’Ungheria o la Polonia”. Tornando alla teoria del riallineamento, lo storico spiega che essi si sono sviluppati “col nascere della politica moderna, quella ideologica: alla fine del 1700. Prima di questa data la politica riguardava soltanto le èlites aristocratiche, era tutta una questione dinastica. Assomigliava a Game of Thrones se vuoi.
Poi le grandi rivoluzioni, l’illuminismo e, prima di tutto in Francia, sono apparsi i tre poli della politica contemporanea: quello egualitario, quello libertario e quello scettico-tradizionalista. Inizialmente il polo egualitario e quello libertario, quindi socialisti e liberali, erano alleati contro i conservatori del terzo polo, difensori dell’Ancién Régime come Pio IX e Louis de Bonald, tutto trono e altare. Quando poi le monarchie assolute e teocratiche hanno palesato l’impossibilità di tornare in auge, le ragioni dell’alleanza tra liberali e socialisti sono venute meno, mentre assumeva sempre più importanza la questione economica su cui ovviamente divergevano. Ecco che allora tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si ha una prima spaccatura dello spettro politico: da un lato i liberali radicali e i socialisti, dall’altro i liberali moderati e i conservatori. Quindi alla fine della Seconda guerra mondiale ovunque, in Europa, entrambi gli schieramenti erano culturalmente illiberali ma divisi sull’economia. Negli anni 60 e 70, con le proteste studentesche e le rivoluzioni di costume, la sinistra è diventata più culturalmente liberale rimanendo interventista in economia, la destra si è invece radicata a difesa del mercato e dei valori tradizionali”.
Inevitabile tornare al punto di partenza, dal momento che “ogni trenta-quarant’anni, in pratica, si assiste ad un riallineamento delle posizioni politiche, ovviamente con differenze di tempo a volte notevoli tra paese e paese. Il riallineamento è minore se implica l’avvicinarsi su determinate posizioni dei due poli principali, come quello avvenuto alla fine del 900.  E’ maggiore se invece implica una polarizzazione radicale e uno stravolgimento della tematica attorno a cui ruota il dibattito. In questo caso l’avvio del meccanismo è l’accettazione, più o meno da parte di tutti, della questione nodale cui ruotava attorno lo scontro precedente,  da un lato, e il sorgere di una nuova issue riguardo alla quale tutti sono preoccupati e di cui si discute con maggiore interesse, dall’altro. Il nuovo tema genera nuovi dibattiti e il nuovo assetto di posizioni genera una nuova divisione tra le parti politiche. Quello a cui stiamo assistendo oggi è un riallineamento “maggiore”, il secondo nella storia dopo quello avvenuto alla fine dell’800”.
In ogni caso, il discorso sull’economia e la sua gestione non è affatto superato, anche se “è senz’altro divenuto secondario”, chiarisce Davies. “Le ragioni per cui un crescente numero di persone sta passando dalla parte del protezionismo, del nazionalismo economico e dell’anti-immigrazionismo sono principalmente ragioni non economiche: la gente sente che senza quel tipo di politiche l’identità alla quale è aggrappata verrà distrutta dal processo di globalizzazione e dall’innovazione tecnologica. E temo che il dibattito diventerà ancora più intenso: l’automazione farà sì che un’immensa quantità di lavori tradizionali semplicemente finirà con lo svanire, nei prossimi anni. Quindi, tutti i temi che oggi sembrano ancora legati alla questione dell’economia e della sua gestione, settore pubblico contro settore privato, sono in realtà legati al tema dell’identità nazionale e culturale che si sente sempre più minacciata”.
Inevitabile un riferimento all’appuntamento di domani, il referendum che deciderà sulla permanenz o meno del Regno Unito nell’Unione europea: “Quel che sta succedendo è che tutte le persone che sono al momento nello stesso partito e dalla stessa parte si ritrovano ad essere rivali e cominciano a stringere alleanze con quelli che in teoria sono a loro opposti. Il referendum sulla Brexit ha accellerato il processo di rimescolamento tra i partiti che qui nel Regno Unito stava procedendo più lentamente che nel resto d’Europa (dove il sistema proporzionale ha facilitato la nuova rappresentanza). Nel Partito Conservatore c’è una fazione dominante che è genericamente liberale sia sulle istanze economiche che su quelle social-culturali. Un’altra parte invece sta abbandonando il liberismo per il protezionismo, il cosmopolitismo per il nazionalismo, e ovviamente il controllo del movimento di persone e capitali che ne consegue, facendo da spalla allo Ukip. Lo stesso succede all’interno del Partito Laburista, dove c’è una metà di parlamentari New Labour e l’altra metà che col cambio di leadership [da Milliband a Corbyn, ndr] in economia ha ricominciato ad essere interventista, mentre rimane molto liberale dal punto di vista culturale. Un blocco enorme di elettori laburisti, però, (per lo più anziani, bianchi, working class) si sta aggregando al blocco di malcontento verso i conservatori liberali guidati da David Cameron, formando così la nuova destra nazionalista, anti-globalista ed economicamente interventista che sarà un’alleata d’oltre Manica per il Front National e le altre forze populiste”.
Arduo dire come voterà un liberale coerente, perché “dipende cosa credi che succederà dopo. Chi supporta il fronte del Remain è genericamente ascrivibile ai liberali coerenti. Il fronte del Leave è invece più variegato. Da un lato ci sono gli authoritarians che vedono nel referendum un’arma da usare nella battaglia nazionalista e protezionista che stanno portando avanti. Dall’altro quelli che credono che lasciando l’Europa il Regno Unito potrebbe trasformarsi in un paradiso liberista indipendente alla Hong Kong, sono i Nigel Farage e  i Douglas Carswell”. Quanto a Boris Johnson, “è semplicemente un opportunista. L’unica cosa in cui crede è il suo approdo prossimo a Downing Street. Diventare primo ministro soppiantando Cameron, ecco, in questo crede fermamente. Tornando al voto sulla Brexit: è difficile segmentare gli elettori, perchè molte persone che voteranno allo stesso modo lo faranno con intenzioni e speranze opposte”. Il problema del blocco liberale è che “non riesce a decidersi sulla questione economica”, senza dimenticare che di questione ce n’è un’altra, ed è quella ambientale.
“La green issue è una delle ragioni per cui il fronte liberale non è ancora riuscito a compattarsi. Ci sono i verdi radicali dal cui punto di vista l’argomento è irrilevante, perchè per loro la civiltà industriale è condannata e dunque discutere di soluzioni è come spostare sedie sul Titanic. Però ci sono anche i verdi più moderati, che sono il vero ostacolo perchè in nome dell’ambiente supportano politiche spesso preotezioniste, che i liberisti non sono disposti ad accettare. Nei prossimi anni, però, la minaccia autoritaria li costringerà al compromesso, a meno che la destra collettivista non inizi a promuovere politiche verdi per sottrarre elettori ai liberali, cosa che il Front National sta già iniziando a fare. Marine Le Pen è una politica molto astuta e sa che le istanze ambientaliste sono molto facilmente coniugabili a quelle no global”.
E quali sono le soluzioni, le risposte dei liberali coerenti ai grandi problemi della contemporaneità, dall’identità all’immigrazione, fino all’ambiente? “Per l’ambiente – dice Davies – ci sono diverse soluzioni che possono venire dal settore privato, come quelle concernenti l’uso dei diritti di proprietà intellettuale e quelle di decentralizzazione studiate da Ellinor Ostrom [Premio Nobel per l’economia nel 2009, ndr] e dai suoi studenti. Per altre questioni ci dovremo rassegnare all’idea di non poterle risolvere perchè per fare ciò, anche volendo agire tramite lo stato, si dovrebbe costituire prima un governo mondiale, il che è A) impossibile e B) altamente indesiderabile per infinite e più ragioni. Potrebbe essere il caso del riscaldamento globale, ma può essere anche che lo sviluppo tecnologico ci aiuti molto in questo senso. Ad esempio è noto che molti problemi ambientali derivino dall’agricoltura che distrugge certi habitat. Credo che molta della carne che mangeremo in futuro, tra poco più di vent’anni, sarà sviluppata in vitro, anzichè provenire direttamente dagli animali. Per quanto riguarda l’immigrazione rimango fermamente della mia idea pro-libere frontiere. La posizione del liberale coerente è di dire alla gente che dovrebbe credere di più nella capacità di sopravvivenza della loro cultura: se è robusta e radicata a sufficienza sarà in grado di assimilare anche un ingente numero di nuovi e diversi arrivi. Sarà difficile e faticoso, ma credo che alla fine le persone, gli individui, saranno in grado di affrontare la questione cooperando pacificamente”.
Va fatta una postilla riguardo al welfare, che “a prescindere dall’immigrazione è semplicemente insostenibile nella maggior parte dei paesi europei”. Per il futuro, Stephen Davies pensa a forme welfaristiche private. Dopotutto, dice, “è questione di matematica: se si guarda alla quantità di denaro che i governi hanno promesso di dare in benefit e pensioni alla popolazione che sta invecchiando si scopre che quei benefit e quelle pensioni semplicemente non verranno pagate. A meno che le economie europee non si mettano a crescere del 7-8 per cento, cosa che non è mai successa prima quindi non vedo perchè dovrebbe accadere ora. Questo provocherà rotture sociali e proteste, come sta avvenendo in Francia [per la riforma del lavoro di Macron, una sorta di jobs act alla francese, ndr] ma alla fine la realtà prevarrà e ci si renderà conto di dover accettare il cambio di rotta.
Rimane infine, la questione forse più importante, quella dell’identità. E’ il relativismo globalista l’unica via? “Se sei un libertarian non sei un relativista: credi fermamente che certi valori e certi stili di vita siano superiori ad altri. Il modo migliore per rispondere alle persone che non condividono i tuoi stessi valori è l’uso della persuasione, dell’interazione sociale, del commercio, e allo stesso tempo spingere per promuovere quegli stessi valori che reputi superiori agli altri: la libertà individuale, l’indipendenza e la libera scelta personale. Sono abbastanza certo del potere di una società capitalistica libera di minare alla base e finalmente di distruggere il collettivismo, la patriarchia e i fanatismi religiosi, e non, di cui abbiamo parlato”.
 

domenica 22 maggio 2016

Ciao Marco

Il 19 maggio 2016 è morto il più grande uomo e politico italiano degli ultimi 80 anni.
Il più liberale e cristiano dei politici italiani, il più illuminato.
Un immenso, che lascia un patrimonio immenso di pensiero e azione.
50 anni avanti a tutti. Mancherà all'Italia, all'Europa, al Mondo.

sabato 20 febbraio 2016

Umberto Eco


"Il principale problema  della scuola di oggi dovrebbe essere come insegnare a  filtrare le informazioni di Internet, cosa che neppure i professori di solito sanno fare perché anche loro sono dei neofiti rispetto allo strumento. E ’uno dei grossi problemi e direi drammi del nostro tempo. perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno. Ho cominciato a proporre che i giornali, invece di raccontare tanti pettegolezzi etc, dedichino due pagine ogni giorno  all’analisi critica dei siti… se il loro “nemico” è la rete, invece di continuare a fare il giornale perdendo copie o” imitando la rete”, battano la rete su quel punto lì. Questo implica però che i giornalisti si preparino molto bene e siano capaci a fare l’analisi critica dei siti: questo è una bufala, questo sì, questo no… Così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Quindi: copiate pure liberamente da internet (saper copiare bene è una virtù), ma usate almeno… dieci siti, in modo che si sia portati a paragonare tra loro i siti, ad accorgersi che ci sono tra loro delle contraddizioni, a porsi il problema critico… Invogliare gli studenti a paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno. E’ l’unico modo".
"Il fenomeno dei social network è anche positivo, non solo perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro. Pensiamo solo a quanto accaduto in Cina o in Turchia dove il grande movimento di protesta contro Erdogan è nato proprio in rete, grazie al tam-tam. E qualcuno ha anche detto che, se ci fosse stato Internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché le informazioni si sarebbero diffuse viralmente. 
Ma d’altro canto I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino rosso, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. Il punto è che uno non sa se sta parlando un imbecille o un premio Nobel, ecco di nuovo il problema del “filtraggio”. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet e dei social media è che hanno promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità.
Sapere riconoscere l’attendibilità della fonte, in internet, dipende solo dalla capacità critica di chi ci naviga.
Io sono sempre fedele all'idea di Hegel che la lettura del giornale è la "preghiera quotidiana" dell'uomo moderno. e quindi mi sentirei di dire che ci sia un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale."
 Questo il link al video con il discorso integrale:




sabato 21 novembre 2015

Chi è disposto a rinunciare alla propria Libertà in nome della "sicurezza" non avrà nè libertà nè sicurezza

"Chi è disposto a rinunciare alle proprie libertà fondamentali per guadagnarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza"  (B. Franklin)

L'Isis e noi: il partito della morte e le gioie della vita quotidiana

di

 Se, dopo la carneficina di Parigi, deve esserci una guerra, facciamo in modo che prima di ogni altra cosa sia una guerra di idee, combattuta con le uniche armi che ancora non sono state utilizzate: i principi della dignità sociale; le norme sulle quali si basa la nostra vita di tutti i giorni, il più delle volte non messe alla prova, non enunciate, non adoperate mentre cerchiamo di mandare avanti le nostre occupazioni quotidiane per guadagnarci da vivere, per tirare su una famiglia, per dedicarci un po' all'arte qui e per praticare un po' di sport lì, e un po' di musica, un po' di buon cibo, un po' d'amore.

Fino a venerdì scorso ho sempre pensato alla “ricerca della felicità” come a un'anomalia tra le lampanti verità contenute nella Dichiarazione americana di Indipendenza; a una sorta di sentimento da biglietto augurale di Hallmark di Thomas Jefferson accanto ai più importanti toccasana della “vita” e della “libertà”. Ma gli “obbiettivi meticolosamente selezionati” dai militanti islamisti dell'IS sono stati proprio i luoghi nei quali andiamo a ricercare la nostra piccola dose di piacere nel weekend: lo stadio, la sala concerti, i bar, le strade come quelle nei dintorni del Canale St. Martin, dove la gente passeggia e si siede, scherza, spettegola, e flirta. Sono questi i luoghi nei quali gli amici provano l'esuberante piacere della compagnia altrui, nei quali estranei – spesso di lingue, paesi, opinioni diverse – si scambiano sguardi e fanno due chiacchiere avendo qualcosa di diverso in mente da un massacro.
All'improvviso questi luoghi, bollati dagli sterminatori del piacere dell'IS come luoghi di “prostituzione e vizio”, sembrano qualcosa di più importante di meri ritrovi per intrattenersi in maniera del tutto casuale. Sembrano invece il nucleo stesso dell'innocenza urbana, emblemi di quell'apertura che gli sterminatori della gioia vogliono trasformare in cimitero, nel quale la socievolezza venga sottoposta ai controlli della polizia della moralità. L'IS vorrebbe vederli trasformati in luoghi nei quali alla spontaneità subentri la tirannia costituita nella sua roccaforte siriana di Raqqa, luogo di dissonante silenzio, paura, tortura, e stupro. Vorrebbe crearvi un posto nel quale divertente e istruttiva sia la convocazione a un'esecuzione pubblica; un paesaggio di fosse comuni come quelle scoperte dopo la liberazione della città irachena di Sinjar a opera dei curdi. Tra gli aspetti più tremendi delle atrocità di venerdì c'è la giovane età, di cui si è riferito, degli sterminatori: giovani uomini che con le loro consuete urla da deficienti invocano una legittimità divina per la loro barbarie, e che impongono morte ai loro stessi coetanei.
Dopo l'11 settembre credetti che rifiutarmi di essere messo a tacere sarebbe stata la vendetta migliore. Dopo la strage di quest'anno [nella redazione di] Charlie Hebdo, ho sperato che i vignettisti satirici della rivista non avrebbero perso il loro tocco per la scandalosa irriverenza. C'è da sperare che la gentilezza degli estranei non sia spazzata via dal terrore.
Infatti, anche nel bel mezzo della sanguinaria carneficina, ci sono stati potenti segnali di comune dignità: la squadra francese di calcio si è rifiutata di lasciare sola la squadra tedesca avversaria quando questa non è riuscita a tornare in albergo, minacciata come era dalle bombe; l'hashtag #portesouvertes si è diffuso immediatamente su Twitter per accogliere in casa chiunque non fosse in grado di fare ritorno in un luogo sicuro.
Ma gli istinti di simpatia e di solidarietà umana non bastano per farci lasciare alle spalle il massacro. Quello di cui hanno bisogno adesso i nostri concittadini è una dichiarazione chiara, potente, ispirante di che cosa è esattamente ciò che dobbiamo difendere, se necessario, fino alle estreme conseguenze. Questo dovrebbe comparire nell'agenda del G-20, il summit di questa settimana delle nazioni più importanti, non le oscillazioni del ciclo economico.
Quali sono questi principi? Proprio quelli gelosamente racchiusi nelle parole di coloro che per primi pronunciarono gli imperativi della libertà di espressione: la tolleranza religiosa; il diritto alla pace civile; la resistenza alla tirannia e alla teocrazia. Sono parte integranti a tutti gli effetti delle immortali dichiarazioni di Jefferson, John Milton e John Locke, ma anche Montesquieu, Voltaire, Condorcet, Emmanuel Levinas. Dovrebbero essere scritti sui nostri vessilli di battaglia, adesso che sappiamo che non possono essere dati per scontati e che sono ciò per cui siamo disposti a combattere.
Primo, la separazione tra religione e potere dello stato.
Secondo, il diritto degli individui di fede diversa o senza fede di condividere il medesimo spazio vitale, senza oppressioni e senza intimidazioni.
Terzo, il diritto di espressione e di stampa, purché non si istighi alla violenza.
Quarto, il diritto all'uguaglianza dei sessi, di qualsiasi orientamento sessuale, in tutte le questioni attinenti alla legge, all'istruzione e all'occupazione.
Quinto, il diritto di tutti i membri di una medesima società civile, a patto di sottoscrivere questi principi fondamentali, di votare, di ricevere un'istruzione, di avere un posto di lavoro, e di esprimersi a prescindere dalla propria origine etnica e dalla propria confessione religiosa.
Questi sono tutti principi esecrabili per il nostro nemico, il partito della morte. E contro di esso noi dovremmo proclamare questi valori con una nuova comune dichiarazione di vita, libertà e ricerca della felicità.

Traduzione di Anna Bissanti
Saggista e storico dell'arte britannica, Simon Schama insegna alla Columbia University ed è uno dei più prestigiosi collaboratori del Financial Times. È noto soprattutto per la serie “A History of Britain”, documentario di grande successo scritto per la BBC.
Copyright The Financial Times Limited 2015

domenica 11 gennaio 2015

Je suis Charlie

"Chi è disposto a rinunciare alle proprie libertà fondamentali in nome di una temporanea sicurezza non avrà né la libertà né la sicurezza"  (B. Franklin)

venerdì 1 marzo 2013

Quello che siamo

...e si sono pure scordati la Lega con la sua macroregione padana!

martedì 14 giugno 2011

Fora dai ball

Calderoli: "siamo stufi di prendere sberle". Che sia arrivato il tempo di un bel calcio nel culo?

domenica 12 giugno 2011

"Unfit to lead Italy"? No, molto peggio...

..."The man who screwed an entire country", ovvero "l' uomo che ha fottuto un intero Paese".

Silvio Berlusconi's record
The man who screwed an entire country
The Berlusconi era will haunt Italy for years to come


Jun 9th 2011 from the print edition

SILVIO BERLUSCONI has a lot to smile about. In his 74 years, he has created a media empire that made him Italy’s richest man. He has dominated politics since 1994 and is now Italy’s longest-serving prime minister since Mussolini. He has survived countless forecasts of his imminent departure. Yet despite his personal successes, he has been a disaster as a national leader—in three ways.
Two of them are well known. The first is the lurid saga of his “Bunga Bunga” sex parties, one of which has led to the unedifying spectacle of a prime minister being put on trial in Milan on charges of paying for sex with a minor. The Rubygate trial has besmirched not just Mr Berlusconi, but also his country.
However shameful the sexual scandal has been, its impact on Mr Berlusconi’s performance as a politician has been limited, so this newspaper has largely ignored it. We have, however, long protested about his second failing: his financial shenanigans. Over the years, he has been tried more than a dozen times for fraud, false accounting or bribery. His defenders claim that he has never been convicted, but this is untrue. Several cases have seen convictions, only for them to be set aside because the convoluted proceedings led to trials being timed out by a statute of limitations—at least twice because Mr Berlusconi himself changed the law. That was why this newspaper argued in April 2001 that he was unfit to lead Italy.
We have seen no reason to change that verdict. But it is now clear that neither the dodgy sex nor the dubious business history should be the main reason for Italians looking back on Mr Berlusconi as a disastrous, even malign, failure. Worst by far has been a third defect: his total disregard for the economic condition of his country. Perhaps because of the distraction of his legal tangles, he has failed in almost nine years as prime minister to remedy or even really to acknowledge Italy’s grave economic weaknesses. As a result, he will leave behind him a country in dire straits.

A chronic disease, not an acute one

That grim conclusion might surprise students of the euro crisis. Thanks to the tight fiscal policy of Mr Berlusconi’s finance minister, Giulio Tremonti, Italy has so far escaped the markets’ wrath. Ireland, not Italy, is the I in the PIGS (with Portugal, Greece and Spain). Italy avoided a housing bubble; its banks did not go bust. Employment held up: the unemployment rate is 8%, compared with over 20% in Spain. The budget deficit in 2011 will be 4% of GDP, against 6% in France.
Yet these reassuring numbers are deceptive. Italy’s economic illness is not the acute sort, but a chronic disease that slowly gnaws away at vitality. When Europe’s economies shrink, Italy’s shrinks more; when they grow, it grows less. As our special report in this week’s issue points out, only Zimbabwe and Haiti had lower GDP growth than Italy in the decade to 2010. In fact GDP per head in Italy actually fell. Lack of growth means that, despite Mr Tremonti, the public debt is still 120% of GDP, the rich world’s third-biggest. This is all the more worrying given the rapid ageing of Italy’s population.
Low average unemployment disguises some sharp variations. A quarter of young people—far more in parts of the depressed south—are jobless. The female-participation rate in the workforce is 46%, the lowest in western Europe. A mix of low productivity and high wages is eroding competitiveness: whereas productivity rose by a fifth in America and a tenth in Britain in the decade to 2010, in Italy it fell by 5%. Italy comes 80th in the World Bank’s “Doing Business” index, below Belarus and Mongolia, and 48th in the World Economic Forum’s competitiveness rankings, behind Indonesia and Barbados.
The Bank of Italy’s outgoing governor, Mario Draghi, spelt things out recently in a hard-hitting farewell speech (before taking the reins at the European Central Bank). He insisted that the economy desperately needs big structural reforms. He pinpointed stagnant productivity and attacked government policies that “fail to encourage, and often hamper, [Italy’s] development”, such as delays in the civil-justice system, poor universities, a lack of competition in public and private services, a two-tier labour market with protected insiders and exposed outsiders, and too few big firms.
All these things are beginning to affect Italy’s justly acclaimed quality of life. Infrastructure is getting shabbier. Public services are stretched. The environment is suffering. Real incomes are at best stagnant. Ambitious young Italians are quitting their country in droves, leaving power in the hands of an elderly and out-of-touch elite. Few Europeans despise their pampered politicians as much as Italians do.

Eppur si muove

When this newspaper first denounced Mr Berlusconi, many Italian businesspeople replied that only his roguish, entrepreneurial chutzpah offered any chance to modernise the economy. Nobody claims that now. Instead they offer the excuse that the fault is not his; it is their unreformable country’s.
Yet the notion that change is impossible is not just defeatist but also wrong. In the mid-1990s successive Italian governments, desperate not to be left out of the euro, pushed through some impressive reforms. Even Mr Berlusconi has occasionally managed to pass some liberalising measures in between battling the courts: back in 2003 the Biagi labour-market law cut red tape at the bottom, boosting employment, and many economists have praised Italy’s pension reforms. He might have done much more had he used his vast power and popularity to do something other than protect his own interests. Entrepreneurial Italy will pay dearly for his pleasures.
And if Mr Berlusconi’s successors are as negligent as he is? The euro crisis is forcing Greece, Portugal and Spain to push through huge reforms in the teeth of popular protest. In the short term, this will hurt; in the long term, it should give the peripheral economies new zip. Some are also likely to cut their debt burden by restructuring. An unreformed and stagnant Italy, with a public debt stuck at over 120% of GDP, would then find itself exposed as the biggest backmarker in the euro. The culprit? Mr Berlusconi, who will no doubt be smiling still.