Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

domenica 1 gennaio 2017

Il liberalismo non ha i giorni contati

Ma deve tornare a essere ambizioso e saper parlare ai pessimisti, scrive l'Economist, dopo le sconfitte Brexit e Trump 

Nel suo ultimo numero del 2016, pubblicato il 24 dicembre, l’Economist ha pubblicato un articolo che prova a mettere ordine ai cambiamenti politici – e quindi anche economici e sociali – del 2016. L’articolo – disponibile anche online, con il titolo “Come dare un senso al 2016” – inizia dicendo che, «per certi liberali, il 2016 è stato una strigliata».

L’Economist si riferisce a chi crede nei principi del libero mercato, della concorrenza, della libera circolazione delle persone e delle merci da una nazione all’altra, della perdita di importanza e sovranità delle singole nazioni a vantaggio di organismi sovranazionali, e più in generale di diritti universali, tolleranza e apertura: persone e idee che nel 2016 sono state sconfitte non solo da Donald Trump negli Stati Uniti – eletto con un programma isolazionista e apertamente no global – e dai sostenitori della Brexit al referendum sull’UE in Regno Unito, ma anche più in generale da uno scenario in cui «la globalizzazione è diventata una beffa e il nazionalismo – persino la dittatura – ha prosperato». I riferimenti sono alle Filippine di Rodrigo Duterte, alla Polonia, all’Ungheria, alla Turchia, alla Russia e ai suoi hacker e alla Cina. Negli ultimi mesi del 2016 quindi qualcuno ha parlato della fine del liberalismo così come lo conosciamo, mentre altri hanno detto che basterebbe solo qualche accorgimento alle leggi sull’immigrazione o qualche tassa in più per rimettere tutto a posto. L’Economist non è d’accordo:

Negli ultimi 25 anni il liberalismo ha avuto vita troppo facile. ll suo grande predominio seguito alla caduta dell’Unione Sovietica si è deteriorato, diventando pigrizia e noncuranza. Mentre crescevano le disuguaglianze, i vincitori della società si raccontavano che stavano vivendo in una meritocrazia e che il loro successo era, di conseguenza, meritato. Gli esperti chiamati a governare grandi pezzi dell’economia si beavano della loro stessa brillantezza. Ma le persone normali vedevano spesso la ricchezza come sinonimo di privilegi e la competenza come un celato interesse per se stessi.
Dopo così tanto tempo al comando, i liberali sono quelli che, più di tutti, avrebbero dovuto accorgersi del contraccolpo che stava per arrivare. Il liberalismo è un ordine di idee che emerse all’inizio del Diciannovesimo secolo in opposizione al dispotismo delle monarchie assolute e al terrore delle rivoluzioni, e nacque proprio avvisando che un potere ininterrotto finisce per logorarsi. Il privilegio finisce per perpetuarsi da solo. Il consenso soffoca la creatività e lo spirito d’iniziativa. In un mondo che continua a cambiare, dibattiti e litigi non sono solo inevitabili: sono anche benvenuti, perché portano al rinnovamento.
L’Economist ha scritto che nel Diciannovesimo secolo – «così come ora» – le persone volevano più di ogni altra cosa un po’ di ordine. Qualcuno, i più conservatori, cercava di rallentare i cambiamenti della società; qualcun altro – i rivoluzionari – volevano invece sovvertire l’autorità e cambiarla tutta o quasi, la società.

I liberali arrivarono con un’idea diversa. Anziché essere concentrati, i poteri avrebbero dovuto essere sparsi: e quindi servivano leggi, partiti e mercati competitivi. Anziché mettere i cittadini al servizio di uno stato potente e protettivo, il liberalismo vide gli individui come capaci di scegliere da soli cosa sarebbe stato meglio per loro. Anziché governare il mondo con lotte e sussidi economici, gli stati avrebbero dovuto basarsi su mercato e trattative.
Sono idee che fanno parte dell’identità dell’Occidente, ha scritto l’Economist, che ha però parlato di un problema di base del liberalismo attuale: «la perdita di fede nel progresso». Come da mesi ricorda anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama in molti suoi discorsi, secondo un gran numero di parametri – guerre, redditi, malattie, fame – non c’è mai stato, in tutta la storia dell’umanità, un miglior periodo di questo. Come ha scritto l’Economist«Per la maggior parte delle persone sulla Terra non c’è mai stato un miglior momento per essere vivi».

Nonostante questo, grandi pezzi dell’Occidente non la pensano così. Per loro il progresso è una cosa che ha riguardato soprattutto altre persone. La ricchezza non si distribuisce da sola, le nuove tecnologie eliminano posti di lavoro che non torneranno mai più, c’è una sotto-classe che non si può più aiutare o salvare, e ci sono altre culture che rappresentano una minaccia, in certi casi una minaccia violenta.
Se vuole sopravvivere, il liberalismo deve dare risposte anche ai pessimisti. Invece, in questi decenni in cui sono stati al potere, i liberali hanno offerto soluzioni deludenti. Nel Diciannovesimo secolo i liberali hanno portato cambiamenti come l’istruzione universale, un ampio programma di opere pubbliche e le prime regole per i diritti dei lavoratori. Dopodiché i cittadini hanno ottenuto il diritto di voto, l’assistenza sanitaria e una rete di protezione. E gli Stati Uniti hanno costruito un ordine liberale globale, usando organi come le Nazioni Unite e il Fondo Monetario Internazionale per dare forma ai loro ideali.
Secondo l’Economist il problema è che negli ultimi decenni dall’Occidente non è arrivato «niente che fosse ambizioso almeno la metà di quelle cose». L’Economist suggerisce quindi di sfruttare le nuove tecnologie, di trasferire certi poteri a livello locale, di cambiare e rendere più razionali certe tasse e certe regole. L’Economist spiega anche di essere preoccupato da Trump e da Brexit, che potrebbero essere «dannosi e pericolosi», ma di considerare comunque ragionevole la possibilità di una ripartenza liberale:

Il 2016 ha anche reso evidente una richiesta di cambiamento. Non bisogna mai dimenticarsi che i liberali sanno reinventarsi. Non bisogna sottovalutare la capacità delle persone – anche di un’amministrazione Trump o di un Regno Unito post-Brexit – di pensare e trovare, innovando, una strada per uscire dai problemi. Il compito è imbrigliare quell’irrequieto desiderio, difendendo allo stesso tempo la tolleranza e la larghezza di vedute che sono la pietra fondante di un mondo liberale, per bene.

http://www.ilpost.it/2017/01/01/economist-liberismo-2016/  

The future of liberalism
How to make sense of 2016
Liberals lost most of the arguments this year. They should not feel defeated so much as invigorated
The Economist, Dec 24th 2016

FOR a certain kind of liberal, 2016 stands as a rebuke. If you believe, as The Economist does, in open economies and open societies, where the free exchange of goods, capital, people and ideas is encouraged and where universal freedoms are protected from state abuse by the rule of law, then this has been a year of setbacks. Not just over Brexit and the election of Donald Trump, but also the tragedy of Syria, abandoned to its suffering, and widespread support—in Hungary, Poland and beyond—for “illiberal democracy”. As globalisation has become a slur, nationalism, and even authoritarianism, have flourished. In Turkey relief at the failure of a coup was overtaken by savage (and popular) reprisals. In the Philippines voters chose a president who not only deployed death squads but bragged about pulling the trigger. All the while Russia, which hacked Western democracy, and China, which just last week set out to taunt America by seizing one of its maritime drones, insist liberalism is merely a cover for Western expansion. 
Faced with this litany, many liberals (of the free-market sort) have lost their nerve. Some have written epitaphs for the liberal order and issued warnings about the threat to democracy. Others argue that, with a timid tweak to immigration law or an extra tariff, life will simply return to normal. That is not good enough. The bitter harvest of 2016 has not suddenly destroyed liberalism’s claim to be the best way to confer dignity and bring about prosperity and equity. Rather than ducking the struggle of ideas, liberals should relish it.
Mill wheels
In the past quarter-century liberalism has had it too easy. Its dominance following Soviet communism’s collapse decayed into laziness and complacency. Amid growing inequality, society’s winners told themselves that they lived in a meritocracy—and that their success was therefore deserved. The experts recruited to help run large parts of the economy marvelled at their own brilliance. But ordinary people often saw wealth as a cover for privilege and expertise as disguised self-interest.
After so long in charge, liberals, of all people, should have seen the backlash coming. As a set of beliefs that emerged at the start of the 19th century to oppose both the despotism of absolute monarchy and the terror of revolution, liberalism warns that uninterrupted power corrupts. Privilege becomes self-perpetuating. Consensus stifles creativity and initiative. In an ever-shifting world, dispute and argument are not just inevitable; they are welcome because they lead to renewal.
What is more, liberals have something to offer societies struggling with change. In the 19th century, as today, old ways were being upended by relentless technological, economic, social and political forces. People yearned for order. The illiberal solution was to install someone with sufficient power to dictate what was best—by slowing change if they were conservative, or smashing authority if they were revolutionary. You can hear echoes of that in calls to “take back control”, as well as in the mouths of autocrats who, summoning an angry nationalism, promise to hold back the cosmopolitan tide.
Liberals came up with a different answer. Rather than being concentrated, power should be dispersed, using the rule of law, political parties and competitive markets. Rather than putting citizens at the service of a mighty, protecting state, liberalism sees individuals as uniquely able to choose what is best for themselves. Rather than running the world through warfare and strife, countries should embrace trade and treaties.
Such ideas have imprinted themselves on the West—and, despite Mr Trump’s flirtation with protectionism, they will probably endure. But only if liberalism can deal with its other problem: the loss of faith in progress. Liberals believe that change is welcome because, on the whole, it is for the better. Sure enough, they can point to how global poverty, life expectancy, opportunity and peace are all improving, even allowing for strife in the Middle East. Indeed, for most people on Earth there has never been a better time to be alive.
Large parts of the West, however, do not see it that way. For them, progress happens mainly to other people. Wealth does not spread itself, new technologies destroy jobs that never come back, an underclass is beyond help or redemption, and other cultures pose a threat—sometimes a violent one.
If it is to thrive, liberalism must have an answer for the pessimists, too. Yet, during those decades in power, liberals’ solutions have been underwhelming. In the 19th century liberal reformers met change with universal education, a vast programme of public works and the first employment rights. Later, citizens got the vote, health care and a safety net. After the second world war, America built a global liberal order, using bodies such as the UN and the IMF to give form to its vision.
Nothing half so ambitious is coming from the West today. That must change. Liberals must explore the avenues that technology and social needs will open up. Power could be devolved from the state to cities, which act as laboratories for fresh policies. Politics might escape sterile partisanship using new forms of local democracy. The labyrinth of taxation and regulation could be rebuilt rationally. Society could transform education and work so that “college” is something you return to over several careers in brand new industries. The possibilities are as yet unimagined, but a liberal system, in which individual creativity, preferences and enterprise have full expression, is more likely to seize them than any other.
The dream of reason
After 2016, is that dream still possible? Some perspective is in order. This newspaper believes that Brexit and a Trump presidency are likely to prove costly and harmful. We are worried about today’s mix of nationalism, corporatism and popular discontent. However, 2016 also represented a demand for change. Never forget liberals’ capacity for reinvention. Do not underestimate the scope for people, including even a Trump administration and post-Brexit Britain, to think and innovate their way out of trouble. The task is to harness that restless urge, while defending the tolerance and open-mindedness that are the foundation stones of a decent, liberal world.

This article appeared in the Leaders section of the print edition under the headline “The year of living dangerousl”
http://www.economist.com/news/leaders/21712128-liberals-lost-most-arguments-year-they-should-not-feel-defeated-so-much

 


lunedì 5 dicembre 2016

La Grande Impostura dell'ammucchiata conservatrice - editoriale

Renzi, tutti gli errori. E la grande, pavida impostura
Pubblicato il 5 dicembre 2016 15:11
di Mino Fuccillo
ROMA – Renzi, il fine commentatore/analista politico (in assonanza con l’elettore moderato e progressista e non entusiasta e populista) su di lui, dopo dotta e documentata disamina, sentenzia: “Se l’è voluta e cercata”. Segue o precede lunga e nota lista degli errori di Renzi.
Primo errore: risultare antipatico, apparire sbruffone, dare perfino un po’ sui nervi alla pubblica opinione, dotta o plebea che sia. Ma questo non è proprio un errore, ci si nasce. Antipatico e cicciottello, logorroico e urticante non è errore politico, caso mai politico handicap. Il primo errore c’è nei fatti, ma non sostiene, non regge la fine architettura dell’analisi “se l’è voluta e cercata”.
Il secondo errore: il jobs act. Poteva lasciar perdere gli suggerisce a babbo morto il ceto dirigente del paese per bocca dei fini dicitori dell’analisi politica. Già poteva lasciar perdere e non farsi tanti nemici a sinistra, non diventare il nemico pubblico numero uno dei Cobas, della Cgil, dei “compagni per sempre”. Poteva lasciar perdere e fare come tutti: osservare sereno e immobile un paese dove i vecchi guadagnano, risparmiano, possiedono più dei giovani. Si è voluto impicciare, mettendo le mani niente meno che nel mercato del lavoro che da noi funziona con ritmi consolidati: precariato, graduatoria del tempo di precariato, assunzione di fatto, assunzione di diritto, pensionamento magari pre. Poteva lasciar perdere Renzi come hanno fatto tutti in materia, come ha fatto Berlusconi, come ha fatto D’Alema premier. Meglio lasciar perdere, ci si fa male a impicciarsi.
Il terzo errore: la legge sulla scuola. Anche qui era meglio per lui lasciar perdere gli ricordano le voci pensanti e scriventi del ceto dirigente. Andare a impicciarsi, con precari, cattedre e assunzioni. Nella scuola? Lì funziona che vai non cattedra per anzianità di precariato e vedi miseri aumenti di stipendio per anzianità di servizio. Punto. Vigilano i sindacati che nulla d’altro accada. Andarsi a impicciare tanto finiva che in cattedra ci vanno lo stesso quelli con scarse competenze o competenze che non servono alla scuola. Farsi male, farsi odiare dai prof per non ottenere nulla. E poi provocare i prof con l’aumento di stipendio legato al merito, anzi al giudizio dei presidi-sceriffi! Se stava zitto e buono e si limitava a sganciare il miliardo e passa speso per lo scuola, se quei soldi li consegnava alla gestione sindacale…”non l’avrebbero odiato tanto”.
Il quarto errore: le banche. Meglio lasciarle fallire o meglio, molto meglio ancora pagarne a piè di lista con soldi pubblici buchi, cunicoli e voragini di bilancio. Magari non facendo sapere nulla al contribuente, nulla di diretto, come si è sempre fatto. Comunque mai e poi mai salvare, insomma non chiudere una banca e far pagare una parte del conto a qualcuno che nella banca aveva investito e rischiato. Questo è peccato mortale, errore fatale. Con una tassa occulta, più o meno occulta, si evitava un’altra tonnellata di “così tanto odio”. All’incauto Renzi lo ricorda quel che si affaccia in tv e sui giornali del ceto dirigente italiano.
Ma l’errore più grande, macroscopico, dettato dalla superbia incauta è stata la riforma costituzionale e il conseguente referendum. L’analisi politica colta e raffinata, l’analisi del ceto dirigente e pensante dice a Renzi “Ma chi te l’ha fatto fare?”. Andare a voler smontare e rimontare il meccanismo legislativo di cui alla gente non frega nulla ma che alla varie “magistrature” italiane è caro come casa e cosa loro? Ma chi te l’ha fatto fare? E’ il vero e meditato rimprovero. La cui sottospecie di successo seppur banale è: non doveva “personalizzare” il referendum. Cioè doveva dire: votate come vi pare tanto io non mi muovo, resto al governo e chi se ne frega? Ma, dice la più educata coscienza civile del paese, il saggio e abile governante non smuove, non fa onda, tendenzialmente non fa nulla, come Letta, come avrebbe fatto Bersani. L’errore più grande e imperdonabile imputato a Renzi è a ben guardare il fatto stesso di averci provato. Ma chi glielo ha fatto fare di impicciarsi con le riforme istituzionali? Di queste si parla ma non si fa. Si sa, l’esperto lo sa.
Altra e contemporanea versione dell’errore più grande di Renzi, anche questa pensata, ponsata e scritta e più teste e mani. Ecco l’errore: il non aver capito gli italiani e la società italiana. A dire il vero questo errore di questi tempi viene imputato a chiunque perda un’elezione, come se “capire” fosse sinonimo di…Di che infatti? Capire, in effetti Renzi non ha capito.
Non ha capito che una richiesta che viene forte dalla società è avere un posto di lavoro e un impiego a prescindere dalle competenze. Se ci sono bene le competenze, se non ci sono posto e impiego arrivino lo stesso.
Non ha capito che una forte richiesta è quella per una pensione a prescindere dai contributi versati.
Non ha capito che una forte richiesta è quella di avere finanziamenti bancari e credito a prescindere dalla solvibilità e competitività della impresa o azienda. Anzi finanziamenti e credito devono fare la parte, supplire a competitività e solvibilità assenti. In effetti è una forte richiesta.
Non ha capito che dal basso, dalla società vera viene richiesta di cancellare o rendere invisibili migranti e simili (al massimo lavorino di giorno ma spariscano all’imbrunire).
Non ha capito che gli interessi di bosco e di riviera, di casta e di gente esigono che non si muova foglia, nulla muti e cambi senza l’assenso di tutti in cambio di qualcosa per tutti. Altrimenti se non ci guadagnano tutti qualcosa e nessuno ci rimette niente non è riforma, è attentato alla libertà e ai diritti fondamentali.
Non ha capito che ogni gruppo di interesse, anche quello di quartiere usa e sventola la Costituzione come alibi e copertura e scudo per i fatti “suoi”.
Non ha capito che il paese che con presunzione voleva governare è una società gigantesco comitato del No Tutto.
Non ha capito Renzi perché Renzi in fondo è rimasto un boy scout molto ottimista, qua e là fessacchiotto che immagina un paese immaginario dove ci si sveglia al mattino e si va a dormire la sera sempre al ritmo e suono delle buone intenzioni.
Ma anche avesse capito, che deve fare un leader di governo che “capisce”? Fare quello che il paese chiede ed esige? Quello che ha sempre ragione è il cliente, non il cittadino elettore. Su questo punto l’analisi e la coscienza civile del ceto dirigente hanno abdicato. L’elettorato ha in democrazia il potere e l’autorità. L’elettore è sovrano. Ma aver ragione sempre e comunque non è attributo della sovranità. Un ceto dirigente (e anche un popolo socialmente civilizzato) dovrebbero saperlo. Quel che la gente italiana chiede nessuno (né Grillo né Salvini né i compagni per sempre) può pari pari darglielo e non è per nulla detto sia giusto darglielo.
Ed è questa la grande e pavida impostura: raccontare che il 60 per cento dei votanti ha difeso la Costituzione contro il tentato despota, raccontare dell’eroica resistenza di massa a difesa del Senato e delle Regioni quando la gente al Senato e alla Regioni darebbe se non fuoco certamente l’addio. Almeno Grillo e Salvini dicono la verità: si è votato per far fuori il governo di centro sinistra, punto. Fatto fuori, punto. Ma ci sono i D’Alema e i Travaglio che in perfetta assonanza narrano l’impostura di una grande vittoria della democrazia progressista. La sinistra (anche se Travaglio passa per tale ma sinistra non è né è mai stato) festeggia la sua terza vittoria contro un governo di centro sinistra, due volte Prodi, oggi Renzi. Anche questa è impostura.
Cui si aggiunge quella pavida del ceto dirigente, dei suoi giornali e tv, dei suoi pensieri e ormai si deve dire anche dei suoi valori. Un ceto dirigente che consiglia ai leader politici di lasciar perdere altrimenti si fanno male, un ceto intellettuale che inchioda Renzi al “chi te l’ha fatto fare”. Un ceto dirigente che si ritiene saggio mentre invece è già perso e arreso. Ciaone al boy scout dunque, fuori un altro. Ma quel ceto resta e la sua pavidità fa paura.


p.s.
E il Pd? Renzi, caso più unico che raro in Italia, ha mantenuto la parola e, visto il risultato più che netto di ieri, esce di scena. Esce di scena lasciando un partito democratico dove molti brindano alla terza vittoria della sinistra ai danni di un governo di centro sinistra, due volte Prodi (1998-2008), stavolta Renzi. Tanto per capirci, mentre Di Maio annuncia che M5S sta pensando al governo del movimento, D’Alema studia come dare la segreteria del Pd a Speranza.

lunedì 31 ottobre 2016

L'era della post-verità



Quando trionfa la post-verità

I fatti? Non contano più: benvenuti nell’era che non crede più ai fatti, benvenuti nell’era della post-verità.
Non si vota per la Brexit o per Trump perché dicono la verità, ma perché incarnano, a torto o a ragione, un rifiuto del ‘sistema’.
Non importa quante sciocchezze abbia detto. Donald Trump ha continuato a guadagnare voti. Perché nell'epoca della post-verità, gli elettori non vogliono fatti, ma messaggi emozionali. Veri o meno.





“Pensate a quanto Donald Trump è estraneo ai fatti. Vive in un regno fantastico in cui il certificato di nascita di Barack Obama è falsificato, il presidente ha fondato lo Stato islamico, i Clinton sono assassini e il padre di un rivale era con Lee Harvey Oswald prima che questi uccidesse John F. Kennedy”. Inizia così il durissimo e illuminante editoriale dell’Economist, che questa settimana dedica la copertina alla “politica del post verità”, di cui il candidato repubblicano alla Casa Bianca è uno dei maggiori esponenti. Nell’èra della post verità, scrive l’Economist, le dichiarazioni dei politici hanno perso le loro fondamenta nel reale. I politici hanno sempre mentito, ma questa volta la differenza è più grande: la verità è diventata un elemento di importanza secondaria, e i social media hanno un ruolo fondamentale in tutto questo.
L’espressione è apparsa nel 2004 in un libro pubblicato negli Stati Uniti, ma è nel 2016 che ha acquisito un senso più compiuto: post-truth, postverità. La formula descrive la pericolosa tendenza delle democrazie occidentali a non credere più ai fatti nel dibattito politico, bensì alle menzogne pronunciate in tono sicuro.
Nel suo libro The post-truth era (L’era della postverità), Ralph Keyes definisce la menzogna “un’affermazione falsa, fatta in piena cognizione di causa con l’obiettivo d’ingannare”. Un esempio? La campagna referendaria per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sosteneva che Londra versava all’Ue 350 milioni di sterline alla settimana e che tale denaro sarebbe potuto essere investito nel servizio sanitario nazionale in caso d’uscita dall’Unione europea. L’affermazione era chiaramente falsa: non erano vere né la cifra né la promessa. Ma una volta scritta sugli autobus britannici a due piani è diventata credibile.
«La verità ha ancora qualche importanza?», si chiedeva la direttrice del Guardian  Katharine Viner a luglio, commentando il risultato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito. La vittoria del sì è stata possibile anche grazie alle balle raccontate da Boris Johnson, che dell’argomento dei 350 milioni di sterline a settimana «rubate» da Bruxelles alla sanità nazionale ha fatto la sua bandiera.  Una panzana ma c’è chi ci ha creduto, nonostante i giornali avessero provato a smentirla. Oggi è chiaro, ma troppo tardi.
Ora il testimone della post-truth è passato a Donald Trump, e questa tendenza si intravede già nei primi dibattiti per le elezioni presidenziali francesi.

Siamo in piena epoca «post-truth», di post-verità. «I fatti non funzionano», non fanno guadagnare voti, ha detto Arron Banks, multimilionario co-fondatore della campagna per il Leave. E la domanda di Katharine Viner vale oggi anche altrove, per esempio in America, dove Donald Trump nel duello con Hillary Clinton colleziona bufale senza perdere voti, anzi, guadagnandone. «La campagna per il Remain ha prodotto fatti, fatti, fatti, fatti. Ma non funziona. Devi connetterti con la gente dal punto di vista emotivo. Sta qui il successo di Trump», ha aggiunto Banks.

Non importa quindi quante sciocchezze abbia detto Trump nel primo grande dibattito con Hillary. Del resto ne aveva già dette a iosa. Il blog di fact-checking del Washington Post le ha messe in fila: da Obama che non è nato negli Stati Uniti ai 4 milioni di dollari spesi per nascondere l’evidenza della sua nascita avvenuta altrove, all’invenzione delle «migliaia» di musulmani nel New Jersey che hanno celebrato gli attacchi dell’Undici Settembre.  L’ultima menzogna di Trump è stata smascherata da Politifact, che ha dimostrato che il candidato repubblicano non si è affatto opposto all’invasione dell’Iraq come ha sostenuto più volte. Tre mesi prima della guerra si era detto favorevole all’idea, per poi prenderne le distanze nel 2004 quando sono cominciati i problemi. Ma poco importa. Trump continua a dire quel che gli fa comodo, o che piace al suo elettorato, senza preoccuparsi della verità e neppure dei fatti.
Nel caso di Trump la cosa più stupefacente è che un paese moralista come gli Stati Uniti ha spesso considerato la menzogna una cosa più grave dei fatti che si volevano nascondere. Sono stati la bugia e lo spergiuro, più che il furto con scasso, a portare all’impeachment di Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate.  Gli esperti di fact-checking (verifica dei fatti) hanno dimostrato che più di due terzi delle affermazioni di Trump nell’ultimo anno sono false, ma la sua credibilità non ne risente. Al contrario, all’indomani del suo viaggio in Messico in cui non ha osato dire al presidente messicano che gli avrebbe inviato la fattura del famoso muro che intende costruire lungo la frontiera – per poi ripetere ai suoi elettori che “saranno i messicani a pagare” – ha superato Hillary Clinton in alcuni sondaggi (anche se la sua vittoria appare ancora improbabile).

Ralph Keyes, nel suo libro L’era della post-verità, definisce la menzogna come «un’affermazione falsa, fatta in piena cognizione di causa con l’obiettivo d’ingannare».  Trump è uno che mente sapendo di mentire, ma non è l’unico. Pensate a quelli che in Italia danno del Pinochet a Renzi (citofonare Di Maio) o a quelli che danno la colpa dei mali dell’Italia all’euro, ai migranti e alla Boldrini (ri-citofonare Salvini), o ai ticinesi che hanno votato al referendum per cacciare i frontalieri della Padania che «rubano il lavoro a noi svizzeri» (peccato che la disoccupazione nel Cantone non superi il 3%). O a chi smercia teorie complottiste non suffragate dai fatti (dalle scie chimiche all’Undici Settembre come inside job).
«La post-truth», commenta il politologo Colin Crouch, autore di Postdemocrazia (Laterza), «fa parte di una retorica politica che mostra disprezzo per l’evidenza e gli appelli alla ragione. Sono gli esperti che hanno un ruolo privilegiato nell’uso dell’evidenza e della ragione, e questo disprezzo nei loro confronti contribuisce a un populismo più generale, secondo cui solo il popolo ha la capacità di prendere decisioni. Abbiamo visto quest’approccio in Inghilterra: chi tifava Brexit ha espresso disprezzo per gli argomenti degli esperti perché, dicevano, gli esperti si sbagliano sempre».  Ciò significa che «la politica è una questione di pancia e non di cervello.  Non a caso chi fa uso della post-truth, come Trump e i fautori della Brexit, finisce per essere protagonista della xenofobia e di una politica dell’odio contro gli stranieri e le minoranze. Questa è una politica delle emozioni». Non c’è spazio per gli approcci razionali.
In paesi dove i mezzi d’informazione sono molto sviluppati, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, il diffondersi delle post-verità dimostra soprattutto l’insofferenza dell’elettorato nei confronti delle élite.
Non si vota per la Brexit o per Trump perché dicono la verità, ma perché incarnano, a torto o a ragione, un rifiuto del “sistema”. E i social network, grazie all’ambivalenza della tecnologia che fa gli interessi di chi la sa usare meglio, sono il campo di battaglia preferito di chi si crede poco rappresentato dai mezzi d’informazione tradizionali.
Dobbiamo accettare «che gli esperti non siano sempre imparziali, e che possano sbagliare. Ma accettare la loro fallibilità non significa rifiutare il concetto della verità. La politica non è una zona totalmente scientifica. È il luogo dove mettiamo da una parte i nostri valori, le nostre emozioni, anche i nostri pregiudizi, e dall’altra la sapienza, cercando un compromesso. Il rifiuto della ricerca della sapienza è qualcosa di totalmente diverso».

Le cause del successo della post-verità? «Stanno in un mondo globalizzato sempre più fuori controllo: nel 2008 abbiamo assistito al tradimento della “gente normale” da parte dell’élite bancaria. In questa confusione, molti trovano rassicurante un messaggio semplice, emozionale, che indica bersagli facili tra gli stranieri, i migranti e i profughi». E’ Il trionfo del trumpismo?
Possibile. Ma quel che è certo è che la post-verità è incompatibile con la democrazia. Se lasceremo che si radichi e si diffonda in maniera duratura, ne pagheremo tutti il prezzo.

27-9-2016
e David Allegranti www.ilfoglio.it e www.vanityfair.it

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