Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

domenica 1 luglio 2018

Lega Ladrona /2



Le inchieste de L'Espresso

Lega, caccia ai milioni dal Lussemburgo: cosa sappiamo sui soldi del partito di Salvini

Gli investimenti illegali. L'associazione usata per ottenere finanziamenti privati. I soldi della truffa incassati dai nuovi dirigenti. I fortunati fornitori del partito. I bonifici di Parnasi. Fino allo strano gruppo di società controllate tramite una holding in Lussemburgo. Lo stesso Paese dove ora i magistrati credono che la Lega abbia riciclato milioni

di Giovanni Tizian e Stefano Vergine
13 giugno 2018 
 
Roberto Maroni e Matteo Salvini hanno riciclato i soldi della Lega in Lussemburgo? È questa la pista che stanno seguendo i magistrati della procura di Genova, da tempo impegnati a capire dove sono finiti i 48 milioni di euro di rimborsi elettorali usati illegalmente dal Carroccio ai tempi di Umberto Bossi. La notizia è stata pubblicata questa mattina da Repubblica e da Il Fatto Quotidiano. I due giornali hanno raccontato di una segnalazione inviata dalle autorità lussemburghesi alla Banca d'Italia poco dopo le ultime elezioni del 4 marzo. Una segnalazione legata a un movimento bancario sospetto: 3 milioni di euro versati da una fiduciaria lussemburghese su un conto corrente italiano che gli investigatori ritengono collegato alla Lega.

L'inchiesta dalla procura di Genova, per ora a carico di ignoti, ha portato questa mattina la Guardia di Finanza a perquisire le sedi della banca Sparkasse di Bolzano e Milano con l'obiettivo di raccogliere tutta la documentazione sui conti del Carroccio. Come detto, la vicenda riguarda i 48 milioni di euro di rimborsi elettorali incassati dalla Lega ai tempi di Bossi. Soldi percepiti illegalmente, hanno stabilito in primo grado i tribunali di Genova e Milano, perché frutto di truffa e appropriazione indebita.
 
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Esclusivo: anche Matteo Salvini ha usato i soldi rubati da Bossi

L’attuale leader della Lega e Bobo Maroni hanno utilizzato una parte dei 48 milioni di euro frutto della truffa orchestrata dal Senatur e dall’ex tesoriere. Lo dimostrano le carte del partito tra la fine del 2011 e il 2014 che abbiamo consultato

Il problema è che quando i magistrati sono andati a sequestrare tutti questi soldi sui conti del Carroccio hanno trovato solo 3 milioni. Gli altri? A questo tema – importante non solo perché riguarda un partito politico ma anche perché stiamo parlando di 45 milioni di euro pubblici, provenienti da chi paga le tasse - L'Espresso ha dedicato molti articoli nell'ultimo anno. Inchieste giornalistiche, basate su visure camerali e documenti interni alla Lega, che hanno permesso di svelare parecchie notizie inedite. Innanzitutto il fatto che sia Maroni che Salvini, segretari federali succeduti a Bossi, pur avendolo più volte negato in pubblico hanno usato il denaro pubblico frutto di truffa, e lo hanno fatto consapevoli dei rischi che correvano.

L'Espresso è stato anche il primo giornale a rivelare ai suoi lettori l'esistenza di parecchi milioni di euro investiti dalla Lega in prodotti finanziari vietati per un partito. In barba alla legge, Maroni e Salvini hanno infatti usato i denari del Carroccio per acquistare titoli obbligazionari di alcune delle più famose banche e multinazionali del 

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Esclusivo: caccia ai soldi della Lega

Il denaro investito in modo illegale. E la onlus Più voci per sfuggire ai giudici. Quel che non dice l’uomo che vuole l’incarico di governo

mondo come General Electric, Gas Natural, Mediobanca, Enel, Telecom, Intesa Sanpaolo e Arcelor Mittal. Dove sono finiti tutti questi soldi? Su quale conto corrente sono stati incassati una volta scadute le obbligazioni? Gli strumenti del giornalismo d'inchiesta non ci hanno permesso di scoprirlo.

Seguendo i movimenti finanziari della galassia leghista siamo però riusciti a raccontare qualche altro fatto inedito. Abbiamo ad esempio dato conto dell'esistenza, a partire dal 2015, dell'associazione Più Voci, un'organizzazione fondata dal tesoriere del partito, Giulio Centemero, e usata per ricevere finanziamenti privati al riparo da sguardi indiscreti. È così emerso che sul conto corrente dell'associazione leghista sono arrivati bonifici a quattro e cinque zeri da Esselunga e dal costruttore romano Luca Parnasi, quello che dovrebbe realizzare lo stadio della Roma e che proprio per questo progetto è stato arrestato oggi su mandato della procura di Roma con l'accusa, insieme a diverse altre persone, di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.

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I soldi dei leghisti nascosti in Lussemburgo

Gli affari dei tre commercialisti scelti da Salvini per gestire i fondi del partito. Tra fiduciarie svizzere e holding offshore

Infine, nell'ultima inchiesta di copertina, abbiamo raccontato degli affari dei commercialisti scelti da Salvini per gestire le finanze del partito. E proprio studiando la rete societaria collegata ai cassieri del ministero dell'Interno siamo arrivati nel più noto paradiso fiscale europeo: il Lussemburgo. Lo stesso Paese che i magistrati di Genova ritengono essere al centro del riciclaggio milionario targato Lega. 


I soldi dei leghisti nascosti in Lussemburgo

Gli affari dei tre commercialisti scelti da Salvini per gestire i fondi del partito. Tra fiduciarie svizzere e holding offshore

di Giovanni Tizian e Stefano Vergine  
07 giugno 2018
È questa la sede dell’associazione “Più voci”? La portiera di via Angelo Maj 24, a Bergamo, sgrana gli occhi. «Mai sentita nominare», risponde. Eppure, secondo i documenti ufficiali ottenuti da L’Espresso, è in questo condominio a sei piani color verde acqua che è stata registrata l’associazione fondata da tre commercialisti fedelissimi di Matteo Salvini. Un’associazione importante per capire come il leader della Lega ha riorganizzato le finanze del partito dopo gli scandali della gestione Umberto Bossi e del tesoriere Francesco Belsito, le condanne per truffa, i sequestri milionari. In meno di un anno, dall’ottobre del 2015 all’agosto del 2016, sul conto corrente della “Più Voci” sono arrivati bonifici per un totale di 313.900 euro. Denaro versato principalmente da Esselunga e dall’immobiliarista romano Luca Parnasi. Soldi che “l’organizzazione culturale” ha girato subito dopo a due società molto vicine alla Lega: Radio Padania e Mc srl, l’impresa che edita il quotidiano online Il Populista. Possibile che nemmeno la portiera dello stabile abbia mai sentito parlare della “Più Voci”, la porta girevole creata dai cassieri di Salvini per incamerare finanziamenti privati? Davanti all’insistenza dei cronisti, l’anziana signora ha un sussulto. Estrae da un cassetto un foglio bianco: vi sono riportati i nomi di una ventina di società. La portiera scorre attentamente l’elenco. «Eccola», esclama, «l’associazione “Più Voci” in effetti è qui, in quella porta», e la indica con il dito al piano terra.

La porta è quella dello studio Dea Consulting, di proprietà di due commercialisti bergamaschi poco noti: Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba. Sono stati loro, insieme al collega e tesoriere leghista Giulio Centemero, a creare l’associazione. Sempre loro a depositare all’ufficio brevetti il marchio “Salvini premier”, sfondo blu e scritta bianca in stile Trump. E ancora loro a spostare il baricentro finanziario del partito da Milano, in via Bellerio, sede storica del Carroccio, alla più modesta via Angelo Maj, nella Bergamo dell’ex ministro Roberto Calderoli, bossiano del cerchio magico fino alla tempesta dell’indagine sulla truffa dei rimborsi elettorali, poi unico della vecchia guardia a sedersi con Salvini al tavolo delle trattative con i Cinquestelle. Passato e futuro che si incrociano in questa palazzina residenziale di Bergamo bassa. Con al centro i tre giovani contabili scelti da Matteo per gestire la cassa. Tutti nati nel 1979, tutti laureati in economia e commercio all’università di Bergamo, dove si sono conosciuti nei primi anni 2000. È indagando sugli affari dei tre commercialisti che si scopre una lista infinita di società. Una ragnatela che nasconde parecchie sorprese. Ci sono ad esempio sette imprese registrate presso lo studio Dea Consulting, di cui è però impossibile conoscere il reale proprietario: a controllarle è una fiduciaria che porta lontano dai confini nazionali cari a Salvini. Seguendo il flusso di denaro si arriva in Lussemburgo passando per la Svizzera. E ci si imbatte pure nella nipote di Silvio Berlusconi, azionista di minoranza della pattuglia di aziendine che fanno base presso lo studio dei commercialisti leghisti. Ma non è tutto. Approfondendo gli affari dei cassieri del Carroccio si arriva a un’impresa di Di Rubba e Manzoni che noleggia auto, il cui fatturato si è impennato da quando la Lega è diventata sua cliente. E c’è pure una grande tipografia della bergamasca, anche questa diventata fornitrice di punta del partito gestione-Salvini, il cui proprietario ha fatto guadagnare oltre un milione di euro a Di Rubba.

Operazione Lussemburgo

Centemero, Di Rubba e Manzoni. Gli amministratori della cassa del partito, traslocata in gran fretta dalla milanese via Bellerio alla bergamasca via Angelo Maj. Tutti e tre con ruoli di peso all’interno della Lega. Centemero è il tesoriere del partito. Gli altri due ad aprile sono stati nominati rispettivamente direttore amministrativo e revisore contabile dei gruppi parlamentari, Manzoni alla Camera e Di Rubba al Senato. Un ruolo delicato, perché chi lo ricopre ha a che fare con soldi della collettività. I gruppi parlamentari sono infatti sovvenzionati dallo Stato. E con la fine del finanziamento pubblico ai partiti, sono rimasti l’unico canale attraverso cui le forze politiche possono incamerare denaro dei contribuenti. Per questo sarebbe auspicabile evitare commistioni tra il ruolo pubblico e quello privato dei professionisti impegnati ad amministrare o a vigilare sui conti dei gruppi parlamentari.

Al vertice del trio di cassieri Salvini ha posto Centemero, militante di lungo corso e tesoriere ufficiale del partito dal 2014. Compito particolarmente delicato viste le grane finanziarie in cui si è impelagata la Lega dopo la truffa sui 48 milioni di euro di rimborsi elettorali (sentenza di primo grado). Già assistente a Bruxelles di Salvini, che dice di conoscere da quando aveva 17 anni, il giovane commercialista è l’unico dei tre contabili ad essersi guadagnato un posto in Parlamento alle ultime elezioni. L’uomo a cui è stato affidato il compito di mettere in sesto le casse leghiste ha in effetti un curriculum di tutto rispetto. Niente a che vedere con Francesco Belsito, che prima di assumere la carica di tesoriere faceva l’autista. Nato in Brianza e residente a Milano, Giulio vanta un master in Bocconi e uno alla Boston University di Bruxelles, esperienze lavorative in multinazionali come Ibm e Pricewaterhouse Coopers, una passione non comune per le lingue (dice di cavarsela persino con l’armeno, l’arabo e il cinese). Nel curriculum non lo scrive, ma a facilitare la sua scalata nel mondo della politica potrebbe essere stata anche una parentela prestigiosa: sua sorella si chiama infatti Elena, più volte deputata di Forza Italia.

È stato Centemero a spostare gli affari più riservati della Lega da Milano a Bergamo, nello studio commercialistico di via Angelo Maj 24, quello degli ex compagni di università Di Rubba e Manzoni.

Questo civico alle porte del centro storico è diventato oggi il crocevia di decine di società sconosciute ai più. Sette di queste, però, sono più speciali delle altre. La proprietà è infatti impossibile da decifrare. Un lavoro da professionisti, quali sono in effetti i cassieri di Matteo. Risalendo la catena di controllo delle sette imprese registrate presso lo studio Dea Consulting ci si imbatte infatti in una fiduciaria italiana, a sua volta controllate da una holding lussemburghese dietro la quale si trova un’altra fiduciaria. Un’architettura perfetta per celare l’identità dei proprietari e ottimizzare il carico fiscale. Tutto legale, meglio dirlo subito. Ma andiamo con ordine. Tutte le azioni delle sette società italiane - che in comune hanno il fatto di essere state fondate tra il 2014 e il 2016, dopo la presa del potere di Salvini e la nomina di Centemero a tesoriere del partito - sono detenute dalla Seven Fiduciaria di Bergamo, a sua volta controllata da un’altra impresa bergamasca, la Sevenbit. Il presidente del consiglio d’amministrazione di quest’ultima si chiama Angelo Lazzari, che si presenta sul web come ingegnere ed ex promotore finanziario, prima in Mediolanum e poi in Unicredit, oggi manager con base in Lussemburgo.

Fondata nel 2015, la Sevenbit conta una trentina di azionisti - tra questi anche la nipote di Berlusconi, Alessia, attraverso la Blue Srl - ma la maggioranza delle quote, il 90 per cento, è in mano alla Ivad Sarl, sede in Rue Antoine Jans 10, Lussemburgo, fondata nel 2008 dallo stesso Lazzari. Impossibile conoscere l’origine dei capitali attraverso cui l’azienda è cresciuta a dismisura.

Di sicuro, dal dicembre del 2015 la holding lussemburghese ha un nuovo proprietario ufficiale, e anche questa volta è italiano. Si chiama Prima Fiduciaria ed è specializzata nella creazione di trust, cioè fondazioni anonime. Tra gli azionisti della Prima Fiduciaria troviamo un’altra lussemburghese, la Arc advisory company. Che ci riporta dritti al punto di partenza, visto che è stata fondata nel 2006 proprio da Lazzari. Anche in questo caso, però, è impossibile tracciare l’origine dei capitali: il socio di controllo della Arc advisory company è infatti la Ligustrum, una società immobiliare svizzera, con base a Lugano, le cui azioni sono intestate al portatore. Perché tutta questa riservatezza dietro a sette piccole imprese della bergamasca? Ci sono legami tra queste società e la Lega? Alle domande de L’Espresso, sia Centemero che i colleghi Di Rubba e Manzoni hanno risposto allo stesso modo. Non hanno fornito informazioni sui beneficiari ultimi della Seven Fiduciaria, ma hanno assicurato che le sette aziende in questione non hanno legami né diretti né indiretti con la Lega.

Tuttavia un fatto è indiscutibile: in una di queste l’amministratore è il tesoriere del partito, cioè Centemero, e in una seconda lo stesso ruolo è ricoperto dal professionista, Manzoni, scelto per amministrare il gruppo parlamentare alla Camera. Oltretutto quest’ultimo è stato scelto per guidare l’ammiraglia delle finanze del Carroccio, la Fin Group, di proprietà del partito.

Di certo colpisce notare come il nuovo fortino degli affari leghisti porti nel paradiso fiscale europeo per eccellenza, quello in cui hanno trovato rifugio i grandi capitali della finanza speculativa. Il Granducato per anni governato da Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, volto del cosiddetto establishment e guardiano dei vincoli di bilancio europei che Salvini vorrebbe demolire in nome del sovranismo. Eppure, se da un lato Matteo promette una lunga guerra di trincea alle istituzioni comunitarie e si dice pronto a scommettere che la flat tax rimetterà in sesto i conti pubblici italiani, dall’altro non sembra preoccupato dagli affari offshore legati ai suoi fedelissimi cassieri. Affari in cui ricorrono spesso gli stessi nomi. Come quello di Giorgio Balduzzi, presente come procuratore speciale della Seven Fiduciaria all’atto di costituzione di alcune delle imprese registrate presso lo studio di Manzoni e Di Rubba. Balduzzi si mostra come numero uno della Wic Private Equitiy, una holding che gestisce investimenti. Nello stesso gruppo lavora Laura Balduzzi, che fino a settembre 2013 era la titolare dello studio poi venduto al duo Manzoni-Di Rubba.

Un altro nome ricorrente è quello di Alberto Maria Ciambella. È il notaio, anche lui bergamasco, che ha registrato tutte e sette le società domiciliate al 24 di via Angelo Maj, quelle riconducibili all’anonima holding lussemburghese Ivad. Ma è anche l’ufficiale che ha firmato tutti i rogiti attraverso cui la Lega ha sparpagliato il suo ricco patrimonio tra le varie sezioni regionali del partito, prontamente dotate di codice fiscale e quindi di autonomia patrimoniale. Una mossa inedita, realizzata dopo l’arrivo di Salvini al potere e l’avvio dell’inchiesta per truffa che poco dopo avrebbe portato al sequestro dei conti del Carroccio, sui quali finora i magistrati di Genova hanno trovato poco più di 3 milioni di euro rispetto ai 48 milioni che cercavano. Una coincidenza, forse, quella del notaio Ciambella. O più probabilmente la conferma che Bergamo è diventata il nuovo centro finanziario della Lega di Salvini, il posto più sicuro per ridare fiato agli affari. Quelli dichiarati e quelli più segreti.

Un amico d’oro

La funzione pubblica e quella privata si mischiano spesso anche quando si prova a ricostruire l’ascesa del commercialista Di Rubba, nominato ad aprile scorso direttore amministrativo del gruppo parlamentare della Lega al Senato. Una fortuna pazzesca, quella del 39enne commercialista di Gazzaniga. Ex dipendente di Ubi Banca, appassionato di montagna e motocross, da quando Salvini è diventato segretario del partito lui ha accumulato incarichi prestigiosi: presidente di Lombardia Film Commission, la fondazione controllata dalla Regione che ha come scopo quello di promuovere sul territorio lombardo le produzioni video; consigliere d’amministrazione di Radio Padania, la storica emittente del Carroccio in cui il segretario federale ha mosso i primi passi; amministratore unico di Pontida Fin, la cassaforte immobiliare del Carroccio, oggi rimasta l’unica azienda del partito con un patrimonio rilevante.

Ripartiamo allora da lui, da Di Rubba e dalla sua fortuna. Non quella politica, però, ma quella finanziaria. Il gioiellino di famiglia si chiama Dea Spa, società immobiliare in cui Centemero e Manzoni hanno avuto incarichi di vigilanza, che conta oltre 20 proprietà tra case e terreni. Il vero colpaccio, però, Alberto l’ha messo a segno di recente. E ha fatto tutto da solo, senza l’aiuto dei familiari. Una compravendita azionaria da far impallidire i più smaliziati venture capitalist. Al centro dell’affare c’è la Arti Group Holding, società fondata a Bergamo nel dicembre dell’anno scorso e attualmente inattiva, dicono le visure camerali. Quando viene costituita, Arti Group Holding ha tre azionisti: Alessandro Bulfon con il 49 per cento, Marzio Carrara con il 45 per cento e Alberto Di Rubba con il 6 per cento. Cinque mesi dopo, il 10 maggio 2018, Di Rubba vende la sua quota a Carrara, che così ottiene il controllo dell’azienda (51 per cento).

Una normale operazione finanziaria, verrebbe da dire. Non fosse per le cifre in ballo. Al momento della fondazione della Arti Group Holding, il 6 per cento in mano a Di Rubba valeva 10 mila euro. Cinque mesi dopo, per acquistarla Carrara ha versato sul conto del commercialista bergamasco la bellezza di 1,1 milioni di euro. Che cosa è successo nel frattempo per giustificare una maggiorazione di prezzo del genere? Le cronache locali raccontano che poco dopo la costituzione, a gennaio di quest’anno, Arti Group Holding ha acquisito dal fondo tedesco Bavaria due aziende della bergamasca: la Eurogravure e il Nuovo Istituto Italiano d’Arti Grafiche. Un’operazione importante, che non spiega però il motivo di quella straordinaria rivalutazione delle quote in mano a Di Rubba. Di certo c’è che nel frattempo Carrara ha migliorato il suo rapporto con la Lega. Secondo due fonti interne al partito consultate da L’Espresso, proprio negli ultimi mesi il movimento guidato da Salvini ha scelto di affidare buona parte delle forniture di stampa, volantini e manifesti elettorali, a un’azienda di Costa di Mezzate, sempre in provincia di Bergamo. Si chiama Cpz. E il proprietario è lo stesso Carrara. Interpellati da L’Espresso sul prezzo della compravendita, il proprietario della Cpz e Di Rubba hanno risposto nello stesso modo: l’operazione – si sono limitati a spiegare - «rientra nel più vasto piano di acquisizioni mobiliari che il gruppo Carrara sta compiendo».

Quanto ha incassato l’imprenditore bergamasco dalla Lega nel 2017? A questa domanda sia Carrara che il tesoriere leghista Centemero hanno preferito non ribattere, giustificando la scelta con il rispetto della normativa sulla privacy e gli obblighi di riservatezza sui dati economici sensibili. Carrara ha voluto precisare che «da oltre vent’anni» il suo gruppo stampa per «numerose forze politiche», ma ha sempre mantenuto «una posizione di assoluta neutralità nei confronti della politica». E alla domanda “come spiega l’aumento delle forniture alla Lega nell’ultimo periodo?”, l’imprenditore ha risposto così: «Qualora vi fosse stato un aumento delle forniture in favore della Lega, ritengo possa essere attribuito alla campagna elettorale conclusasi con il voto dello scorso aprile».

Onorevole stampatore

Di certo l’eventuale aumento delle forniture della Cpz deve avere oscurato il ruolo della storica tipografia usata dal Carroccio negli anni di Bossi. Si chiama Boniardi Grafiche, ha sede a Milano e fino al 2016 ha registrato fatturati invidiabili per un’impresa di soli 9 dipendenti, oltre 2 milioni di euro all’anno. C’era solo un problema: i crediti verso i clienti, lievitati costantemente fino a sfiorare 1,5 milioni di euro. Quanti di questi erano appannaggio della Lega? Anche su questo punto il tesoriere Centemero ha spiegato di non poter rispondere a causa di «precisi obblighi di legge che mi impongono il rispetto della riservatezza», assicurando al contempo che tutte queste informazioni sono «oggetto nel caso della Lega a numerosi controlli da parte di diversi organi in sede di certificazione di bilancio e in seno alle commissioni a ciò preposte». Alcune fonti interne al partito raccontano però che per sanare i debiti sia stata escogitata una soluzione a costo zero. Almeno per le casse del partito. Alle ultime elezioni la Lega ha candidato Fabio Massimo Boniardi, 46 anni, figlio del fondatore della Boniardi Grafiche nonché azionista dell’impresa. Boniardi – che è pure consigliere comunale a Bollate, assessore a Garbagnate Milanese e vice segretario provinciale del partito - è stato eletto alla Camera e ora, se le elezioni in arrivo non gli scompagineranno i piani, potrà contare su cinque anni di stipendio. Pubblico, ovviamente. Non sarebbe questo l’unico fornitore fortunato della Lega.

Tra le nuove aziende scelte dal Carroccio, raccontano tre fonti interne al partito, da un paio d’anni c’è infatti anche un’azienda bergamasca chiamata Non Solo Auto. Fornisce servizi di noleggio di autovetture, e anche questa ha sede legale nel condominio verde acqua di via Angelo Maj 24. La società è stata fondata alla fine del 2015 e nel giro di due anni il suo giro d’affari è cresciuto parecchio, arrivando a toccare un fatturato di 268 mila euro nel 2017. Non male per un’impresa che dichiara di non avere nemmeno un dipendente. Chi sono i fortunati proprietari della Non Solo Auto? Proprio Di Rubba e Manzoni. I quali respingono qualsiasi ipotesi di conflitto di interessi. Alla nostra richiesta di conoscere il fatturato della Non Solo Auto riferibile alla Lega, i due commercialisti bergamaschi hanno opposto il riserbo «per evidenti motivi di privacy e commerciali», argomentando che «né il dottor Di Rubba, né tantomeno il dottor Manzoni hanno ruoli di responsabilità esecutiva, strategica né funzioni dirigenziali» all’interno della Lega, partito per il quale i due dicono di svolgere «attività tecniche di natura amministrativa». E in effetti, tecnicamente, le cose stanno proprio così: i due sono presenti in diverse società legate al Carroccio, ma sempre come amministratori, membri del cda o del collegio sindacale. Nessun incarico politico, insomma, nemmeno adesso che i due professionisti lombardi hanno varcato la soglia dei palazzi romani con gli incarichi assunti alla Camera e al Senato.

Se di Di Rubba abbiamo già detto, vale la pena conoscere meglio Manzoni. Laureato anche lui in Economia e commercio all’università di Bergamo, vanta un dottorato in “strategie di impresa” e decine di pubblicazioni nazionali e internazionali. Oltre a gestire lo studio di via Angelo Maj, da quando Salvini è diventato leader del partito il suo curriculum si è arricchito con una serie di nomine in società pubbliche e private. È ad esempio nel collegio sindacale di Cogeme e Anita, due multiutility lombarde a controllo pubblico, in quello di Metropolitana Milanese e di Arexpo, ma è soprattutto l’amministratore unico della Fin Group, la storica holding del partito creata, insieme a Pontida Fin, per gestire quello che un tempo era un ricco patrimonio.

Ruoli strategici, occupati in passato da uomini fedelissimi a Umberto Bossi, che oggi sono concentrati nelle mani di questi giovani commercialisti. Professionisti cresciuti vicino a Pontida, nel cuore pulsante della Padania secessionista, e diventati nel silenzio generale i cassieri della nuova Lega a vocazione sovranista, quella che dice di voler difendere i confini e combattere le ingiustizie europee. Chissà se tra queste Salvini include anche i vantaggi finanziari offerti dal Lussemburgo.
© Riproduzione riservata 07 giugno 2018

sabato 30 giugno 2018

Lega Ladrona /1


Dalle mazzette ai diamanti, tutti i guai della Lega Nord
I conti sequestrati sono solo l'ultimo problema in ordine temporale del Carroccio. Che dalla tangente Montedison al crack della CrediEuroNord ha mostrato di essere ladrona non meno di altri partiti
di Susanna Turco
02 ottobre 2017

Dai conti sequestrati di oggi, indietro fino a Tangentopoli. Ecco come, nella Lega, la razza padana s’è mescolata in un quarto di secolo con la Roma ladrona. “Ladroni in casa nostra”, sintetizzava amaro nei primi anni Duemila un cartello delle valli bergamasche. Azzeccato?
«Per amor di Dio sì». Nel gennaio 1994, interrogato dall’allora pm Antonio Di Pietro, il capo della Lega Umberto Bossi risponde così alle domande sui duecento milioni incassati dal tesoriere Alessandro Patelli come contributo alla campagna elettorale, provenienti dalla Montedison attraverso l’amministratore delegato Carlo Sama e, materialmente, Marcello Portesi. Patelli stesso l’aveva ammesso un mese prima, davanti ai militanti ad Assago, dandosi del pirla: «Ingenuità, stupidità, o pirlaggine: chiamatela come volete.». Ingenui, sempre. Stessa versione di Bossi davanti a Di Pietro: «Eravamo senza soldi, senza finanziamenti. Per amor di Dio». «Per amor di Dio si o per amor di Dio no?», domanda il magistrato. «Per amor di Dio sì», risponde Bossi.
“Sono socio fondatore della CrediEuronord, e tu?”. Ecco lo slogan, con tanto di faccione di Bossi, nel manifesto che alla fine degli anni Novanta lancia la Popolare CrediEuronord, la banca padana per i padani. L’impresa scricchiola nel 2003, nel 2004 vien comprata da Giampiero Fiorani. Il quale, dalla galera, chiarirà poi di aver tentato il salvataggio affinché i leghisti cambiassero idea su Bankitalia e Antonio Fazio (sperava di ottenerne favori). Nel flop vengono coinvolti 3.500 soci, la banca dilapida venti milioni di euro in quattro anni. La sentenza assolve però i dirigenti leghisti coinvolti. La Lega si dichiara vittima del crac. E per anni lancia sottoscrizioni per risarcire i militanti.
Villaggi turistici. Tra i disastri finanziari negli anni Novanta a opera del tesoriere Maurizio Balocchi da Genova, il fallito tentativo di costruire un villaggio turistico nell’Istria croata: 14 ettari, 180 appartamenti, albergo, piscina, centro benessere, golf , porticciolo. Cento militanti padani sottoscrivono le azioni della Ceit srl, che doveva realizzare il tutto. Finisce in un crack spettacolare e seguente inchiesta per bancarotta fraudolenta. Catastrofe pure il successivo tentativo di buttarsi nel business delle sale da gioco, con la Bingo.net: per risarcire il danno, Balocchi dovrà vendere due case di proprietà.
The family. L’impareggiabile cartellina “The family” spuntata nel 2013 dalla cassaforte del tesoriere leghista alla Camera, che contiene la lista delle spese dalla famiglia Bossi, tra cui: quasi diecimila euro per l’operazione di rinoplastica del figlio Sirio, le multe di Renzo, la ristrutturazione della casa di Gemonio, la laurea albanese in gestione aziendale del Trota.
Parte lesa. Il tesoriere genovese Franco Belsito, allievo di Balocchi, alla vigilia di Capodanno 2012 fa partire da Genova il bonifico da 4,5 milioni di euro, destinati a finire in un fondo in Tanzania, svelando il giro di mega prelievi, operazioni offshore, movimenti di assegni, vorticosi giri tra Africa e Cipro, milioni di corone norvegesi e pacchi di dollari australiani. Si darà così il via al processo che ancora oggi dà filo da torcere al Carroccio. Nel quale il segretario Matteo Salvini spiega essere la Lega, ancora una volta, “parte lesa”.
Undici diamanti. Belsito ormai ex tesoriere, riconsegna alla Lega undici diamanti e dieci lingotti, facendoli trasportare da Genova a Milano nel bagagliaio della A6 prima a disposizione di Renzo Bossi. L’autista, il collaboratore leghista Paolo Cesati, arriva a via Bellerio e consegna l’automobile, direttamente.

domenica 10 giugno 2018

Vergogna


Hanno fucilato un “negro”. Beh, son cose che succedono…

di Piero Sansonetti 

Il Dubbio 

5 giugno 2018

Il silenzio dei mezzi di informazione sull’uccisione di Soumayla Sacko, sindacalista e straniero
Il 22 giugno del 1964, in Mississippi, furono assassinati tre attivisti che lottavano per i diritti dei neri. Si chiamavano James Earl Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner. Il primo era afroamericano, gli altri due erano bianchi. Successe l’iradiddio. Prime pagine sui giornali, per settimane, intervenne il ministro delle giustizia e anche il Presidente. L’orrore del Mississippi affrettò l’approvazione di una legge storica per gli Stati Uniti: il civil right act. Era una legge contro le discriminazioni razziali.
L’America, nel ‘ 64, specie negli Stati del Sud, era fortissimamente razzista.
Il 25 agosto del 1989 a Villa Literno, provincia di Caserta, fu ucciso un sindacalista nero, che difendeva i braccianti sfruttati dai latifondisti e dai caporali. Si chiamava Jerry Masslo. Anche in quella occasione ci furono le prime pagine per molti giorni. E i funerali di Stato, decisi dal governo Andreotti.
Domenica nelle campagne tra Vibo Valentia e Rosarno hanno fucilato un sindacalista nero, del Mali, che si batteva per i diritti dei suoi fratelli africani, chiusi in un campo profughi indecente e portati a lavorare, tutte le mattine alle cinque, a raccogliere pomodori e frutta per un paio di euro all’ora. In condizioni di schiavitù.
Ieri la notizia, per quel che ho visto io, era in prima pagina solo su due giornali nazionali: Il Fatto Quotidiano e Repubblica. Su tutti e due i giornali in fondo alla pagina, senza gran rilievo. Però, almeno, c’era. Sugli altri giornali, zero. In Italia fucilare un negro – ci metto anche la “g” apposta, per farmi capire da tutti e per stare nel linguaggio corrente – non è una cosa particolarmente efferata o clamorosa. Può succedere.
Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, eletto proprio a Rosarno, non ha battuto ciglio. E’ impegnato in campagna elettorale. Continua a dire che in Italia gli immigrati clandestini “stanno una pacchia”. Non ha pensato di dover fare una visita a Rosarno.
Il ministro del lavoro, Luigi di Maio, neanche lui ha pensato che un ministro del lavoro deve sentirsi chiamato in causa se uccidono un lavoratore. E specialmente se uccidono un sindacalista. E poi, si sa, i Cinque stelle ci tengono molto alla legalità, dicono sempre così. ma forse stavolta hanno creduto che Soumaya Sacko stesse rubando delle vecchie lamiere rugginose, e allora la colpa è sua, il reato è suo. L’omicidio, poi, è uno spiacevole effetto collaterale. In realtà Sacko non stava rubando: ma questo Di Maio non poteva saperlo…
Enrico Mentana, direttore del telegiornale della 7, è stato tra i pochi giornalisti a rimaner colpito dalla barbarie di Rosarno. Ha scritto un post nel quale si lamentava del silenzio del governo. Lo hanno sommerso di insulti. Forse dobbiamo abituarci.
SALVINI: CHE PACCHIA!
Del resto, né i giornali, né, mi pare, i politici italiani si erano molto indignati neanche il giorno prima, quando il ministro dell’Interno ha detto che per i rifugiati in Italia, e per i clandestini, sta per finire la pacchia. La pacchia? Davvero qualcuno, in buona fede, crede che chi ha lasciato la sua famiglia, la casa, gli amici, il lavoro, ha attraversato i deserti, ha superato le angherie delle polizie, ha attraversato il mare con ottime probabilità di lasciarci la pelle, e ora giace in un campo profughi o lavora di nascosto nei campi della Calabria o della Puglia, schiavizzato dai padroni, davvero qualcuno pensa che per queste persone la vita sia una pacchia? O invece dobbiamo adeguarci all’idea che i leader politici hanno il diritto e il dovere di battere ogni record di cinismo per raccattare un po’ di voti?
Del resto, torno per l’ennesima volta sulla questione dei giornali, se in questo paese non esiste una stampa capace di svolgere la sua funzione critica, anche i politici si sentono protetti. E in questi giorni di insediamento dei nuovi padroni, mi pare che la mansuetudine dei giornalisti italiani stia raggiungendo livelli imprevisti. Ve lo immaginate cosa sarebbe successo sui giornali degli Stati Uniti se un ministro dell’interno avesse osato dire che per i clandestini la vita è una pacchia? Il povero Trump, per molto meno, l’hanno fatto a fette.
LO STATO SIAMO NOI.
Non possiamo sapere se il ministro del lavoro, quando ha gridato “lo stato siamo noi”, sapesse di parafrasare il celebre detto del Re Sole ( Luigi XIV, Francia, fine del seicento inizio del settecento). Né se sapesse che quel detto è considerato una specie di epigrafe dello Stato assoluto, totalitario. In contrapposizione con la democrazia e la repubblica. Probabilmente Di Maio non lo sapeva, e non è colpa di nessuno se la sua cultura politica non è esageratamente alta. Uno magari, anche con una cultura politica modesta, può essere un ottimo ministro del lavoro. Però anche qui c’è da restare sbigottiti per l’indulgenza della stampa. Al governo precedente facevano le bucce per qualunque piccola gaffe. Possibile che il vicepresidente del Consiglio possa gridare orgoglioso di essersi impadronito dello Stato? Una volta, una decina abbondante di anni fa, Buffon, allora giovane portiere della Juve, si mise una maglietta con scritto “boia chi molla”. Cioè lo slogan della rivolta di Reggio Calabria del 1970. Scoppiò il finimondo. Lui si difese: «Non sapevo…». Povero ragazzo, aveva poco più di 20 anni e non faceva mica parte del governo! Eppure… Scandalo, scandalo, scandalo. Per Di Maio niente scandalo. Un sorrisetto e via.
BARBANO, VATTENE A CASA.
Nell’indifferenza generale – che ormai è diventata una caratteristica fissa del nostro giornalismo – è stato licenziato il direttore del “Mattino” Alessandro Barbano. Il Mattino è un quotidiano che ha un posto molto importante nella storia del giornalismo italiano. E’ il primo grande quotidiano del Sud, lo fondò la mitica Matilde Serao nel 1892.
Perché hanno mandato via Barbano, che da qualche anno stava facendo un gran giornale, quasi unico per la sua vivacità culturale nel panorama dei quotidiani italiani? Barbano aveva stimolato la redazione e radunato un gruppo di editorialisti di grande livello. Colti e soprattutto indipendenti e anticonformisti. Barbano era, a occhio, l’unico direttore di un importante giornale nazionale ad essere pienamente e coerentemente garantista. Aveva svolto molte battaglie garantiste e meridionaliste. E naturalmente non poteva essere felice di un governo penta- leghista, che mette insieme l’antimeridionalismo della Lega e il giustizialismo dei 5 Stelle.
Lo hanno licenziato per questo. L’editore – che è un imprenditore che non si occupa molto di informazione ma di edilizia e di varie altre attività industriali e finanziarie – ha bisogno di buoni rapporti con il governo, e non si può permettere Barbano. E’ un suo diritto. Ma per il giornalismo è una sconfitta.
Il sindacato si è mosso? Pare di no. Eppure tante volte, in passato, si mosse, specie durante l’era Berlusconi. Mi ricordo che ci chiamò tutti a piazza del Popolo per protestare contro la Rai che non aveva ancora fatto il contratto a Marco Travaglio, il quale era nella squadra di Michele Santoro. Giusto, aveva ragione il sindacato a protestare, perché era legittimo il sospetto che la Rai non facesse il contratto a Travaglio per non fare un dispetto a Berlusconi, al quale, sicuramente, Travaglio stava sulle palle. E Barbano? Se stai sulle palle a Di Maio non è un problema?
Il problema sta nel fatto che la perdita di Barbano è un colpo serissimo allo schieramento, piccolo piccolo, dell’informazione liberale. Facciamo finta di niente? Come quando Starace, nel 1925, pretese la testa dei fratelli Albertini ( editore e direttore del Corriere della Sera) e la ottenne dalla famiglia Crespi?



La pacchia è finita. Sacko, 29 anni, fucilato nella Piana degli invisibili

di Alessia Manzi
5 giugno 2018
Come vivono e lavorano i braccianti della Piana di Gioia Tauro? Una ricostruzione del contesto dell’esecuzione a sangue freddo di Sacko Soumaila, 29 anni
Due, tre, quattro colpi di arma da fuoco squarciano il silenzio in cui è avvolta la campagna di San Calogero, vicino Vibo Valentia. A poca distanza dalla Statale18, che scorre veloce fra gli agrumeti della Piana di Gioia Tauro, c’è la vecchia fornace di contrada Tranquilla. Lo scorso sabato sera tre giovani africani, a piedi, arrivano qui dalla loro “casa”- il ghetto di San Ferdinando- in cerca di alcune lamiere per costruire una baracca. Dopo l’incendio dello scorso gennaio, quando a perdere la vita nel rogo fu una ragazza nigeriana di 26 anni, Becky Moses, si cerca di evitare la plastica.
Due, tre, quattro spari vengono esplosi da un uomo bianco a bordo di una fiat panda. Uno dei tre resta illeso e scappa a dare l’allarme non appena vede il suo amico ferito e il terzo steso a terra. Immobile. È Sacko Soumaila, 29 anni. Colpito alla testa da una delle fucilate, morirà all’ospedale di Reggio Calabria qualche ora più tardi. L’assassino, forse appostato a fare da guardiano a un’area posta sotto sequestro su cui tempo fa vennero rivenute diverse tonnellate di rifiuti tossici (qui la ricostruzione della vicenda), sparisce.
In Mali, il suo Paese di origine, Soumaila lascia la compagna e una bimba di 5 anni. «Soumaila Sacko era un militante dell’USB ed era un bracciante agricolo della Piana di Rosarno/Gioia Tauro» – si legge nel comunicato diffuso dall’associazione SoS Rosarno, da sempre al fianco dei migranti della Piana – «terra delle buonissime clementine I.G.P. di Calabria, fiore all’occhiello del nostro Made in Italy, che il nuovo governo, al pari di quelli che lo hanno preceduto, preannuncia di voler difendere e a cui noi, invece, chiediamo esplicitamente di impedire che continui a essere macchiato con il sangue delle migliaia di braccianti che raccolgono la frutta. Sicuramente, per Sacko è finita la “pacchia” di cui parla il neo- Ministro all’Interno Salvini. La pacchia di vivere in una baraccopoli».
Sacko non era un ladro. Una lamiera non vale una vita e, forse, se il suo colore della pelle non fosse stato nero, chi ha sparato lo avrebbe fatto puntando il fucile in aria. «Soumaila è l’ennesima tragedia annunciata, vittima di politiche che trasudano razzismo e discriminazione verso i migranti e che hanno sdoganato le pulsioni più violente e bestiali dell’essere umano. Politiche che non sono di oggi, né di ieri, ma affondano le loro radici indietro nel tempo, con le varie leggi Turco- Napolitiano e Bossi- Fini. Politiche di cui sono responsabili anche quelli che oggi si stracciano le vesti e accusano di razzismo i nuovi arrivati, a cui invece hanno preparato quel terreno fertile nel quale oggi sguazzano», si legge ancora nel documento che ha convocato la manifestazione che ieri, davanti al comune di San Ferdinando, ha portato in piazza centinaia di migranti. “Verità e giustizia” per un fratello ammazzato e una soluzione abitativa dignitosa per le 4mila persone impegnate ogni anno nella raccolta degli agrumi, di olive e dei kiwi su tutto il territorio della Piana.
Qual è la “pacchia” di un migrante? Mentre il giovane maliano andava incontro alla morte, il nuovo Ministro dell’interno Matteo Salvini dichiarava di voler “tagliare” i fondi per l’accoglienza e l’integrazione. In un altro video circolato negli ultimi giorni e girato a Catanzaro, dove la Lega Nord alle ultime elezioni ha ottenuto il 6% delle preferenze e due seggi (il 13,81% Salvini lo ha avuto solo a Rosarno), il Ministro definiva Mimmo Lucano, sindaco di Riace, “uno zero”. Lo “zero”, però, la nullità, è il feroce attacco sferrato al modello Riace e a tutte le realtà impegnate a costruire un’Italia, una Calabria solidale, diversa. “Zero”, purtroppo, è chi ignora le pessime condizioni di vita e di lavoro a cui i braccianti sono costretti nelle nostre campagne e, a fini propagandistici, ha trasformato i migranti in un “capro espiatorio” per i problemi economici e sociali che da anni attanagliano lo Stivale. Da Nord a Sud.

Nella Piana degli invisibili

Dopo la rivolta di Rosarno del 2010 la Regione Calabria, insieme ad altri enti e istituzioni, ha costruito una “tendoopoli” nell’area industriale di San Ferdinando, a qualche chilometro da Rosarno. «È una situazione transitoria», dichiareranno più volte i vari prefetti, sindaci e Presidenti della Regione intervistati. A distanza di quattro anni dall’impianto delle prime tende, il ghetto si è disfatto e riformato per ben quattro volte.
Durante la stagione delle arance, qui dentro vivono almeno 2.500 persone, mentre altri braccianti risiedono in casolari, spesso fatiscenti, abbandonati intorno alle campagne di Taurianova e Gioia Tauro. Nella baraccopoli ci sono dei bazar e una moschea. Non esiste la corrente elettrica e non c’è acqua. Con alcuni generatori si cerca di avere l’elettricità e l’acqua, presa dall’esterno, viene conservata dentro i silos. Durante le fredde giornate invernali, specie nelle ore notturne, i migranti cercano di scaldarsi usando dei bracieri. Capita, però, come oltre ai corti circuiti, le braci possano essere dimenticate e così quei ripari in legno e plastica prendano fuoco.
Come è accaduto lo scorso 26 gennaio, quando da una delle tende del “lato dei Nigeriani” è divampato un rogo che ha distrutto mezzo ghetto. Una ragazza è deceduta e solo la scorsa settimana, quello “zero” di Mimmo Lucano ha reso possibile il funerale e il rimpatrio in Nigeria. Per gli altri sopravvissuti senza un tetto, invece, sempre in “stile emergenziale”, la Protezione Civile ha montato una cinquantina di tende fra la baraccopoli e il perimetro su cui dal mese di agosto del 2017 è stata attivata la nuova tendopoli. 550 tendoni video-sorvegliati e in cui è possibile accedere solo tramite badge, con un orario di entrata e di uscita. Sebbene all’interno del nuovo campo non ci sia spazzatura e siano presenti i servizi igienici, la luce e l’acqua, non è sicuramente un “sistema di accoglienza” dignitoso. E resta soprattutto una domanda aperta. Quando i fondi per la gestione della tendopoli finiranno, sarà la volta dell’ennesimo ghetto? Che fine faranno i migranti e le migranti che attualmente vi risiedono? Nel mese di febbraio del 2016 associazioni, enti e istituzioni siglarono un Protocollo in cui la tendopoli veniva indicata come “soluzione temporanea” (l’ennesima) a cui poi sarebbe dovuto seguire un “piano casa”. A distanza di due anni, non c’è traccia di alcun progetto di accoglienza diffusa (eccetto l’esperienza di Drosi, nata nel comune di Rizziconi otto anni fa).
Non è sicuramente questo l’hotel a 5 stelle di cui parlano i razzisti di casa nostra. Il ghetto e la nuova tendopoli, insieme alle altre decine di insediamenti informali sparsi nelle zone limitrofe a Gioia Tauro e Rosarno, si collocano in punti molto distanti dai centri abitati. Luoghi da raggiungere percorrendo strade dissestate e non illuminate, attraversate giorno e notte dai braccianti che raggiungono i campi in sella a bici senza luci o a piedi. A otto anni dalle giornate di protesta che infuocarono quel mese di gennaio del 2010, quasi nulla è cambiato. C’è ancora chi gioca al tiro al bersaglio investendo con le auto i migranti o prendendoli a bastonate. E, soprattutto, in mezzo agli alberi di arance e mandarini si continua a essere sfruttati.

La pacchia di un bracciante africano

Secondo l’ultimo rapporto di Medu (Medici per i Diritti Umani), associazione presente sul territorio calabrese con il progetto “Terragiusta”, la paga di un bracciante può essere a cottimo o a giornata. Nel primo caso, un migrante non guadagna più di tre euro all’ora: la cassetta di mandarini viene pagata un euro; quella di arance 0,50 centesimi. Nella seconda ipotesi, invece, il guadagno giornaliero ammonta sui 25 euro o poco più. Nei campi si lavora dalle 7 del mattino alle 4 del pomeriggio: 9 ore. L’orario di lavoro previsto dalla CCNL Operai Agricoli e Florovivaisti, invece, è stabilito a 6 ore e mezza al dì. Nonostante il 92,65% dei lavoratori sia titolare di un regolare permesso di soggiorno (il 45% ha un permesso per motivi umanitari e il restante 41,4% è richiedente asilo), meno di 3 persone su 10 lavorano con un contratto (27,82%).
Circa l’88,24% non vede dichiarate dal datore di lavoro tutte le giornate lavorative effettivamente svolte. Oltre il 63% dei braccianti non conosce la possibilità di ottenere una disoccupazione agricola, percepita solo dall’1,23% delle persone intervistate da Medu. Il Commissario straordinario Polichetti ha fornito dei dati che evidenziano in modo chiaro il fenomeno dello sfruttamento lavorativo, facilitato dall’emarginazione sociale a cui i migranti sono costretti vivendo nei ghetti. Ossia: su 21 mila contratti di lavoro stipulati nel 2017, solo 5mila risultano essere stati rilasciati a lavoratori stranieri. Eppure, in mezzo agli aranceti si vedono solo delle braccia nere raccogliere i frutti dai rami.
A questo drammatico quadro, poi, si aggiungono le difficoltà legate all’assistenza sanitaria e agli ostacoli da superare per ottenere i documenti necessari per vivere serenamente sul territorio italiano e piantati dalla complicata burocrazia italiana ed europea.
Trattare la “questione migranti” come un’emergenza significa impedire a questi lavoratori di poter vivere in una casa, significa produrre il clima sociale in cui rischiano continuamente la propria vita, significa rappresentarli come soggetti pericolosi per emarginarli e sfruttarli meglio. In questa situazione, epidosi terribili come quello dell’atro giorno non smetteranno di ripetersi. Quanti Sacko e Becky dovremo ancora veder morire?