Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)
lunedì 24 novembre 2008
Consumi di Stato
martedì 11 novembre 2008
(Alitalia) - Il delitto perfetto
A breve sarà ufficializzata la decisione con cui la Commissione – nel dichiarare illegittimo (e ci mancherebbe altro!) il prestito-regalo-ponte (l’ennesimo) erogato nell’estate 2008 dallo stato italiano ad Alitalia – “condanna” la compagnia alla restituzione del maltolto. Ma – si badi bene – non la nuova compagnia (c.d. C.a.i.), erede per tutto quello che fa comodo della precedente, ma quella vecchia rimasta totalmente sul groppone dei contribuenti, ovvero la c.d. bad company: cioè sarà quest’ultima a dover restituire il prestito, ovvero – come per tutto il resto dei debiti Alitalia in essa convogliati – a dover pagare saranno (ancora e mai in maniera definitiva) la collettività e i cittadini contribuenti (oltre che consumatori) italiani.
In pratica, con questa decisione, si dà copertura e sanatoria – sotto l’apparente riconoscimento di principio delle ineccepibili ragioni contrarie alla sua concessione – all’ennesimo aiuto di stato dato all’Alitalia-ora-Cai. Un delitto perfetto, appunto.
E intanto le corporazioni di piloti e assistenti, aizzati dai loro indecenti sindacati corporativi, scatenano impunemente scioperi selvaggi in rivendicazione della totalità dei loro privilegi.
Lo sciopero a tradimento è una prepotenza grave: immagino - anzi, so - i disagi che sono stati provocati ai viaggiatori (coincidenze internazionali saltate, viaggi annullati, programmi rovinati, affari perduti). Perché una compagnia salvata sull'orlo del fallimento - anzi già fallita, usando qualsiasi standard internazionale - si comporta così? La risposta è in una massina latina: «Gli dèi fanno impazzire coloro che vogliono distruggere». Ma possiamo anche essere più precisi. Lo sciopero è proclamato da una minoranza, secondo cui il nuovo contratto è peggiore di quello esistente. Probabilmente è vero: ma l'alternativa, dopo aver fatto saltare l'accordo con Air France (roba da matti), è la chiusura. L'intera faccenda è ormai un indegno papocchio. Non c'è NESSUNO - governo, Cai, AirOne, le banche, il personale di terra e di volo - che ce la conti giusta. Per non parlare della politica, che da 15 anni sta banchettando sulla carcassa della compagnia di bandiera. Chiedere ai partiti di salvare Alitalia è come chiedere a Jack lo Squartatore se ha un cerotto (Corriere.it, commenti,12/11/2008)
post precedente:
Per una lettura liberale e non tremontiana della Crisi
Conviene ricordare a chi irride il «liberismo» qualche insegnamento della storia. Anche dopo il '29 il primato della politica venne riaffermato con forza (il New Deal, il socialismo scandinavo, l'Iri, i piani quinquennali sovietici, il riarmo hitleriano) in variante democratica o totalitaria. E anche allora l'intellighenzia occidentale si buttò con entusiasmo ad inseguire i miti del momento, sostenendo che il «liberalismo» (giudicato un residuo ottocentesco) era finalmente al tramonto, che stava per nascere la luminosa era della «pianificazione». Sappiamo come finì. Il primato della politica sfociò nel protezionismo selvaggio e tutto si concluse (dieci anni dopo l'inizio della grande crisi) con una guerra mondiale. Il rapporto fra la politica e il mercato è uno degli aspetti più complessi (e oscuri, difficili da mettere a fuoco) delle società contemporanee […].
A me pare che in questo atteggiamento si annidino due errori. In primo luogo, l'errore di non riconoscere che l'onnipotenza della politica è solo un mito. Un mito lugubre, per di più. Con quanto più accanimento è stato perseguito tante più catastrofi si sono prodotte. Il grande lascito culturale (che oggi la crisi va disperdendo) delle rivoluzioni liberali di trenta anni fa — a loro volta, ispirate al liberalismo classico, sette-ottocentesco — stava nel rifiuto dell'onnipotenza della politica, nel riconoscimento che solo lasciando massima libertà agli individui e alla creatività individuale si fa il bene di una società, che compito del governo non è darci la «felicità» ma lasciarci liberi di cercare la nostra personale strada alla felicità. Il secondo errore consiste nel non vedere i costi del primato della politica, non saper contrapporre ai vantaggi di breve termine i costi dì medio-lungo termine. Nel breve termine la politica è sicuramente in grado di assicurare vantaggi. Per esempio, in una situazione di crisi, salvando il credito, tamponando gli effetti della disoccupazione, eccetera. Ma il punto è che ciò che la politica ci dà con una mano oggi se lo riprenderà domani con gli interessi (in termini di controllo sulle nostre vite).
Certamente, dobbiamo oggi affidarci a decisioni politiche per fronteggiare la crisi. E dobbiamo purtroppo accettare una più forte presenza dello Stato. Ma se non lo facciamo a malincuore, se ci mettiamo dentro un immotivato entusiasmo, se non ci rendiamo conto che si può accettare un temporaneo ampliamento del ruolo dello Stato in condizioni di emergenza solo pretendendo che lo Stato si impegni a ritirare di nuovo i suoi tentacoli quando l'emergenza sarà finita, contribuiamo a preparare un futuro persino peggiore del presente. È una questione di atteggiamenti culturali. In America esistono potenti anticorpi che impediranno degenerazioni permanenti del tipo «socialismo di Stato». In Europa continentale gli anticorpi sono più deboli (in Italia, poi, sono debolissimi). Il rischio, qui da noi, non è il «ritorno dello Stato» della cui invadenza, in realtà, nonostante tanti sforzi, non ci siamo mai liberati. Il rischio è che quell'invadenza torni a godere di piena legittimazione culturale. Il rischio è dimenticare che quanto più la politica si impiccia, quanto più pretende di dispensarci la felicità, tanto più si riduce, col tempo, la libertà di ciascuno di noi.
Veti talebani
Un fuoco di sbarramento fatto di pressioni e ingerenze temporalistiche in difesa del loro oscuro mondo di proibizioni e di diffidenza nei confronti della scienza, della libertà e della democrazia, che si pretende di condizionare e di sottomettere tutte alla fede (ritenendo magari tutto questo garanzia del loro potere mondano e temporale). Ma per fortuna l’America non è l’Italia.
C’è quindi solo da sperare che almeno gli Stati Uniti tengano duro e che Obama e i suoi (come già Zapatero) non cedano. Ne va delle sorti laiche e civili dell’Occidente democratico.
Il Nuovo potere temporale - S. RodotàDi fronte ai segni di un possibile rafforzarsi delle politiche dei diritti la Chiesa interviene con durezza e con un tempismo preoccupante. I giudici della Corte di cassazione sono in camera di consiglio per discutere il ricorso del Procuratore generale di Milano contro il provvedimento che ha autorizzato l’interruzione dei trattamenti per Eluana Englaro. Nello stesso momento il cardinale Barragan, presidente del Pontificio consiglio per la salute, afferma che saremmo di fronte a "una mostruosità disumana e un assassinio". Lo stesso cardinale ha "espresso preoccupazione" per l’annuncio secondo il quale il nuovo Presidente degli Stati Uniti si accinge a revocare il divieto, imposto da Bush, di finanziamenti federali alle ricerche sulle cellule staminali embrionali, sostenendo che "non servono a nulla".
Colpisce, in questi interventi, una aggressività di linguaggio che nega ogni legittimità alle posizioni altrui, presentate in modo caricaturale e criticate con toni sprezzanti e truculenti. Questo atteggiamento, nel caso della Corte di cassazione, si traduce in una assoluta mancanza di rispetto per le istituzioni della Repubblica italiana da parte di un "ministro" di uno Stato estero. Si interviene proprio nel momento in cui la più alta magistratura sta decidendo su una questione della più grande rilevanza umana e sociale, sì che massimi dovrebbero essere il silenzio e il rispetto. Che cosa sarebbe successo se, in una situazione analoga, un qualsiasi governo straniero avesse definito "assassino" un giudice italiano per una sua possibile decisione?
Conosciamo la risposta. La Chiesa agisce nell’esercizio della sua potestà spirituale, dunque ad essa non sono applicabili categorie che riguardano la sfera della politica. Ma, per il modo in cui ormai ordinariamente agisce, la Chiesa si è costituita proprio in soggetto politico, pratica un nuovo "temporalismo", pretende un potere di governo sociale che cancella il principio che vuole lo Stato e la Chiesa, "ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" (articolo 7 della Costituzione). Due parti autonome e distinte, dunque. E questo, lo espresse con parole chiare e misurate Giuseppe Dossetti all’Assemblea costituente, vuol dire che "nessuna di esse delega o attribuisce poteri all’altra o può, per contro, in qualsiasi modo, divenire strumento dell’altra". Nel mentre esercita il suo potere di fare giustizia, lo Stato italiano ha diritto di pretendere che siano rispettate la sua indipendenza e la sua sovranità perché, in un caso come questo, così vuole la sua Costituzione. Siamo, dunque, di fronte ad una violazione grave che, in governanti forniti di un minimo senso dello Stato, avrebbe dovuto determinare una immediata e ferma risposta.
Se, guardando al di là di questo fondamentale aspetto di politica costituzionale, si considerano le argomentazioni adoperate, lo sconcerto, se possibile, cresce. Nulla del dibattito scientifico sull’idratazione e l’alimentazione forzata è degnato di una pur minima attenzione dalla posizione vaticana. Si tace colpevolmente dei risultati di una commissione istituita da Umberto Veronesi quand’era ministro; delle pazienti spiegazioni mille volte date da Ignazio Marino, mostrando come non corrisponda alla realtà clinica la rappresentazione di una "terribile morte per fame e per sete"; delle opinioni espresse, in tutto il mondo, da autorevoli studiosi. Vi è solo una invettiva, nella quale è vano scorgere le ragioni della fede e, dove, invece, compare un sommo disprezzo per l’intelligenza delle persone, evidentemente considerate del tutto ignoranti, incapaci di trovare le informazioni corrette in materie così importanti.
Non diversa è la linea argomentativa (si fa per dire) della critica a Obama, per l’annunciata volontà di consentire il finanziamento delle ricerche sulle cellule staminali embrionali confondi federali. Cito solo una frase pronunciata ieri dal cardinale Barragan. "Gli scienziati lo dicono chiaramente: fino adesso le cellule staminali embrionali non servono a nulla e finora non c’è mai stata una guarigione". Ma la ricerca scientifica serve appunto a far avanzare le conoscenze, a scoprire opportunità fino a ieri sconosciute, a far diventare utile quel che ieri non lo era, a lavorare perché siano possibili guarigioni oggi fuori della nostra portata. Proprio per questo gli scienziati fanno esattamente l’opposto di quel che ci comunica il cardinale. Ricercano intensamente, esplorano nuove strade, ricevono finanziamenti dall’Unione europea ed è bene che li ricevano anche dall’amministrazione americana, perché la ricerca finanziata da fondi pubblici è più libera, sottratta ai possibili condizionamenti del finanziamento privato (chi vuole informarsi ricorra al recentissimo libro di Armando Massarenti, Staminalia, Guanda, Parma 2008).
Scrivo queste righe con gran pena. Conosco e pratico un mondo cattolico diverso, anche nelle sue gerarchie, aperto al mondo e ai suoi drammi, che accompagna con intelligenza e cristiana pietà. E’ questo il mondo che può darci il necessario dialogo, negato ieri da una cieca e inaccettabile chiusura. (S. Rodotà, La Repubblica, 11/11/2008)
venerdì 7 novembre 2008
Yes, They Can (e noi quando mai...)
sabato 1 novembre 2008
Sindacalisti
Ebbene, non è ora di chiedersi se per caso non ci sia un legame tra questi due fatti ?
Come viene usata questa forza? E in cambio di che cosa e a spese di chi viene guadagnata e conservata?
La risposta è evidente: i loro privilegi in cambio del bene comune, i cazzi loro in cambio di quelli di tutti.
IL SINDACALISTA (Report, 26 ottobre 2008)
I sindacati si autocertificano gli iscritti, la UGL ne dichiara 2.145.995, scavalcando così la UIL che ne dichiara 2.060.000. Ma chi controlla se effettivamente questi numeri sono veri, visto che soprattutto in base agli iscritti, un sindacato ha più o meno peso nelle trattative? Qui il testo integrale
venerdì 31 ottobre 2008
Opposte patacche
giovedì 30 ottobre 2008
Ostili a chi?
Le recessioni sono periodi duri, difficili, soprattutto per un paese come il nostro che proviene da 15 anni di stagnazione, con i redditi delle famiglie italiane rimasti al palo per così tanto tempo. Ma non sempre tutti i mali vengono per nuocere. Durante le recessioni, infatti, si assiste ad una forte accelerazione dei processi di riorganizzazione e rinnovamento della struttura produttiva. Risorse male utilizzate si spostano verso impieghi più produttivi, nascono molte nuove imprese che prendono il posto di imprese che hanno ormai esaurito la loro spinta propulsiva, contribuendo a creare le condizioni per una forte crescita domani. Questa riorganizzazione è fondamentale per ridurre i ritardi strutturali del nostro paese, quelli alla base della stagnazione degli ultimi 15 anni. Abbiamo bisogno di cambiare radicalmente la nostra specializzazione produttiva per poter crescere almeno quanto gli altri paesi europei, rispetto ai quali continuiamo a perdere inesorabilmente terreno. Abbiamo bisogno di nuovi grandi imprenditori con idee nuove e non necessariamente solo un noto pedigree. Abbiamo bisogno di cambiare il management che in molte imprese famigliari ha una funzione di esecutore, quasi testamentario, delle volontà della famiglia proprietaria piuttosto che di chi deve valorizzare l' impresa. Guai a porre freni allora ai processi di riorganizzazione che avvengono durante le recessioni. Sarebbe come condannarsi ad avere oltre ai danni (di una diminuzione del reddito complessivo di un paese) anche la beffa di non aver approfittato della recessione per rinnovarsi. In questa particolare recessione c' è poi un' altra ragione fondamentale per cercare in tutti i modi di favorire (e certamente non ostruire) gli afflussi di nuovi capitali e investitori verso il nostro sistema produttivo. Il rallentamento della nostra economia è avvenuto sin qui per ragioni largamente indipendenti dalla tempesta in atto sui mercati finanziari. Ma la crisi finanziaria globale rischia sempre di più di metterci del suo nel rendere più acuta e più lunga questa recessione [...].In questa settimana direttamente o per interposta persona (solo così si spiega la sorprendente avversione all' Opa, la vera e propria cardiopatia del Presidente della Consob, Lamberto Cardia) ha proposto di adottare misure per proteggere le imprese quotate da acquisizioni «ostili». «Molte aziende italiane - ha affermato - hanno oggi una quotazione che non corrisponde assolutamente al loro giusto valore. Quindi credo che sono delle ottime occasioni per chi, disponendo di capitali e penso a certi fondi sovrani, volesse proporre delle Opa ostili». Di qui la proposta di sospendere la cosiddetta passivity rule, quella norma che impedisce al management di società scalate di ostacolare l' acquisto della compagnia per difendere la propria poltrona. Lo possono fare solo su preciso mandato dell' assemblea degli azionisti. Strano che nessun giornalista, presente in quella occasione, abbia posto al nostro premier una semplice domanda: ostili a chi, signor presidente del Consiglio? Quelle che lei vuole evitare sono offerte pubbliche d' acquisto ostili all' Italia o all' attuale management delle imprese? Sono ostili alla nostra economia o alle grandi famiglie che fanno oggi il capitalismo italiano? Sono ostili ai piccoli azionisti che troppe volte sono stati trattati a pesci in faccia da queste grandi famiglie o alle scatole cinesi che hanno ingessato la governance delle nostre imprese? Il dubbio è legittimo. Nei giorni scorsi ci ha invitato tutti a tenere le azioni di società italiane per almeno due anni. Oggi ci chiede di stare attenti a chi le compra queste azioni e non vuole che aumentino di valore in seguito ad offerte pubbliche di acquisto. Vuol dire dunque condannarci a vedere diminuire ulteriormente il prezzo di queste azioni. Ci perdoni dunque l' insistenza: ostili a chi, signor presidente?(T. Boeri, "la politica e le scalate", La Repubblica - 17 ottobre 2008)
martedì 14 ottobre 2008
MAlitalia -3
Proviamo a tirare le somme di quanto ci costa - fino ad ora e per ora - tutta l'operazione.
-Quanto ci è costata finora negli anni l'Alitalia;
-Quanto ci costa questa operazione (ennesima) di salvataggio corporativo;
-Quanto ci costerà in futuro (la CAI o come si chiama).
L'INTESA (Report, 12 ottobre 2008)
Il 1° dicembre 2006 il governo Prodi, in carica da maggio, decide la cessione del controllo di Alitalia. L'azienda è in vendita ai privati e chi vuole deve comprarsi dal 30% al 49% di Alitalia. Il titolo vola in borsa e circolano i primi nomi. AF/Klm, già candidata ad un'alleanza, sta meditando. Potrebbe arrivare Lufthansa e spunta anche l'ipotesi di una cordata italiana. Cominciano le trattative e si arriva all'esclusiva con Air France. Jean Cyrill Spinetta tratta con l'azienda e coi sindacati. Intanto cade il governo Prodi e, in campagna elettorale, Silvio Berlusconi dice che quella ad Air France è una svendita e propone una cordata italiana. Il 2 aprile Spinetta abbandona il tavolo di trattativa con i sindacati.Dice che le condizioni poste sono inaccattabili. Silvio Berlusconi vince le elezioni e diventa Presidente del Consiglio. Il nuovo governo incarica Banca Intesa di fare un piano, e vengono varati alcuni decreti in deroga alle norme vigenti. A Luglio nasce il "Progetto Fenice", ovvero la nuova partnership con Air One. A fine agosto Alitalia è commissariata. La nuova cordata si chiama Cai. Si salva Alitalia, ma soprattutto Air One. Chi sono i soci, gli amministratori, i valutatori. Cronologia dei fatti dal prestito ponte fino ad oggi, per capire se per l'interesse nazionale era l'unico affare possibile. Qui il testo integrale.
Aggiornamento del 30/11/2008: L'INTESA - come è andata a finire?
Report torna ad occuparsi della vicenda Alitalia. Il passaggio dalla vecchia compagnia di bandiera a quella nuova sta avvenendo nel caos: disagi a non finire per i viaggiatori, centinaia di voli cancellati, l'aeroporto di Fiumicino semideserto. Di chi sono le responsabilità? Qui il testo integrale
