Il Foglio - 11 Ottobre 2017
Roma. Con lo scoop di ieri del Washington Post abbiamo
appreso che anche Google, oltre a Facebook e Twitter, aveva accettato
pubblicità pagate da intermediari del governo russo per condizionare la
campagna elettorale americana nel 2016. Questo tipo di pubblicità sui
social è più subdola di quella normale, perché i contenuti appaiono come
se fossero scritti da cittadini americani per cittadini americani, e
invece sono il risultato del lavoro di tecnici stranieri esperti in
propaganda. Questo spiega anche perché ci stiamo mettendo così tanto a
capire il funzionamento di queste operazioni di inquinamento dei social,
con rivelazioni che ci arrivano strato dopo strato e soltanto dopo
numerose smentite – non è successo nulla! – che nel giro di appena pochi
giorni suonano ridicole. Questa situazione ci porta a una domanda.
Perché il governo russo ha intuito così in anticipo questa potenzialità
dei social media – molto più facili da manipolare che i media normali, e
molto più efficienti nell’indottrinare l’audience – e invece Europa e
America cominciano a capire adesso? Perché c’è questo ritardo culturale e
anche di sicurezza rispetto a Mosca, che per esempio da anni ha creato
le fabbriche dei troll dove personale pagato si occupa tra le altre cose
di bombardare di commenti positivi o negativi gli articoli di giornali
online a seconda di quanto viene loro detto dai superiori e a seconda
della linea del governo russo?
La risposta sta nel modo diverso di vedere il mondo. In occidente
consideriamo i social media come uno spazio libero, in cui io scrivo la
mia opinione, tu scrivi la tua, non c’è una gerarchia calata dall’alto e
non c’è uno scopo ulteriore che non sia dichiarato. Capiamo che la
pubblicità del supermercato che ci appare su facebook fa parte del gioco
e la accettiamo perché è esplicita e perché sappiamo che il profitto è
necessario alle piattaforme social per funzionare. Ma l’idea che questo
sistema sia occupato a nostra insaputa e ritorto contro di noi per
plasmare le nostre convinzioni politiche non ci sfiora. Siamo noi che
generiamo i contenuti. Consideriamo facebook come l’agorà, la piazza
pubblica dove gli ateniesi discutevano, l’agorà è di tutti, quindi non è
di nessuno. Giusto? No, sbagliato, è una visione ingenua. I russi hanno
invece una visione più vicina alla realtà delle cose, i social sono il
mezzo di propaganda che agisce sulle nostre teste come i telegiornali e i
giornali non possono più fare, il primo che ne occupa un pezzo e ne
approfitta vince – come infatti è successo. I russi sono più duri, meno
interessati al funzionamento ideale delle cose e più attenti a come
ricavarne un vantaggio e hanno fregato la Silicon Valley al suo stesso
gioco – o forse le compagnie americane erano molto desiderose di farsi
fregare, è tutta pubblicità pagata.
Si chiama distopia, pensavi che la libertà di circolazione delle
idee su internet avrebbe emancipato le donne musulmane – e chissà che
non lo stia facendo – e invece nel frattempo ti sorbisci un meme
prodotto da una equipe russa che però finge di essere un movimento di
protesta texano. Non c’è soluzione a breve termine. Certo che però a
essere un po’ più preparati si diventa anche meno vulnerabili alla
schiuma che ti arriva addosso da ogni parte, sia quella artificiale,
prodotta per scopi politici, sia quella naturale, prodotta dagli scemi
veri.
@TEN_GOP, per essere un vero troll russo bisogna diventare un autentico patriota americano
L’Atlantic
Council ha ricostruito la storia di un account che sui social è riuscito
a diventare una voce autorevole dell'estrema destra
Il Foglio - 19 Novembre 2017
Ben Nimmo, Senior Fellow dell’Information Defense
all' Atlantic Council, ha raccontato su Medium la storia di @TEN_GOP,
un account Twitter gestito dalla
Internet research agency,
la fabbrica di troll di San Pietroburgo, che per anni è riuscito a far
credere a utenti e media di essere un cittadino americano conservatore.
Passo dopo passo, tweet dopo tweet, il ricercatore ha studiato come il
troll è riuscito a costruirsi una credibilità sui social fino a
diventare una voce importante nell’ambiente della destra americana.
Aveva più di centotrentamila follower ed era talmente attendibile che
veniva ritwittato anche dai sostenitori di Donald Trump. Quando a luglio
di quest’anno Twitter ha eliminato l’account, molti americani hanno
iniziato a lamentarsi e per protestare avevano scritto sulla piattaforma
social “@TEN_GOP one of us”.
“Per almeno due anni”, scrive Nimmo, “ha elogiato Trump, ha encomiato
l’esercito americano, ha promosso la Brexit e le destre europee”.
L’account interagiva regolarmente con gli altri conservatori, attaccava
Hillary Clinton, i liberali, i musulmani e i media. Twitter ha
confermato i sospetti e lo ha eliminato rimuovendo i suoi tweet. Alcuni
però sono rimasti in un archivio, tra le segnalazioni che PropOrNot,
agenzia che si occupa di rintracciare la propaganda russa, aveva fatto
all’Atlantic Council.
Il successo dell’account è stato una questione di metodo e
precisione. “Per nascondere la sua identità, postava tweet con
benedizioni agli Stati Uniti, auguri di Natale, accorati ringraziamenti
alla polizia”. I tweet servivano ad americanizzare e a umanizzare il
troll. Questi sentimenti sbandierati come autentici si trasformavano
spesso in veementi attacchi politici soprattutto contro Hillary Clinton,
imputata di essere una bugiarda o di fare accordi con l’Isis. Anche la
Cnn era un bersaglio frequente dei suoi tweet, all’emittente televisiva
venivano rivolte le accuse di diffondere notizie false.
Il troll insultava regolarmente chi sulla piattaforma social era
critico nei confronti di Trump, dava man forte ai commentatori di
estrema destra. In questo modo @TEN_GOP era riuscito a diventare una
voce autorevole nell’ambiente. I retweet, i commenti e i tag non
facevano altro che legittimare l’americanità del suo account. Come
dimostra Ben Nimmo, in meno di due anni era diventato talmente
influente da essere menzionato anche da personaggi pubblici come Michael
Flynn o dal figlio di Trump. “Nessuno di loro era a conoscenza del
fatto che si trattasse di un troll russo e inconsapevolmente hanno
amplificato la voce della propaganda russa senza rendersene conto”,
commenta Ben Nimmo.
Sono stati i giornali e i giornalisti a dare a @TEN_GOP lo status di
rappresentante affidabile dell’estrema destra. Prima Glenn Greenwald di
Intercept, poi gli stessi Washington Post, LA Times e Huffington Post lo
hanno presentato come una voce della fazione più conservatrice del
Partito repubblicano. Seguendo queste strategie, per più di diciotto
mesi, un account russo è riuscito a mascherarsi da americano, è stato un
potente e autorevole megafono di disinformazione. Il suo successo, come
scrive Nimmo, è dovuto soprattutto all’approccio paziente e graduale.
Dapprima @TEN_GOP si è limitato a imitare un qualsiasi commentatore di
estrema destra, riproponeva i tweet delle voci più autorevoli, le
commentava. Poi la sua presenza costante sui social e soprattutto la
risposta degli altri utenti lo hanno legittimato fino a trasformarlo in
una autorità. Tweet dopo tweet, un troll russo si è trasformando in un
patriota americano, in un nemico dell’islam e in un critico del
liberismo. Il profilo perfetto dell’elettorato trumpiano. Forse troppo.
Lo scandalo russo della Silicon Valley mostra che la dittatura dei clic è la tomba della democrazia
I
giganti tecnologici sono diventati un pericolo per la
democrazia? Facebook e Google, oggi, hanno un monopolio quasi assoluto
su alcuni elementi chiave delle democrazie occidentali
Il Foglio - 2 Novembre 2017
Era successo con Big Food e Big Tobacco, con i grandi network
televisivi negli anni Duemila, al culmine della loro potenza, e adesso è
arrivato il turno di Big Tech. Tra ieri e martedì tre diverse
commissioni del Congresso americano hanno sentito in udienza i
rappresentanti legali di Facebook, Google e Twitter ponendosi una
spaventosa domanda di fondo: i giganti tecnologici che possiedono i
nostri dati personali e controllano il modo in cui i cittadini si
informano sono diventati un pericolo per la democrazia?
I giganti stessi, interrogati, non hanno fornito risposte
soddisfacenti. Tutti e tre sono stati accusati di essere diventati
strumento inconsapevole di una campagna di disgregazione del tessuto
sociale e democratico americano (e occidentale) portata avanti da una
potenza straniera, la Russia. Su questo non ci piove: tutti e tre hanno
ammesso di essere stati la piattaforma di diffusione di falsità e
disinformazione da parte di agenti russi coordinati a livello
centralizzato, e hanno ammesso che queste falsità hanno raggiunto
centinaia di milioni di elettori prima e dopo la campagna elettorale
americana dell’anno scorso.
Ora però la questione da risolvere diventa se possibile più grande, e
cioè: potrebbe capitare di nuovo? Potrebbe succedere all’Italia o alla
Germania di essere attaccate al cuore del sistema democratico dall’Iran o
dalla Corea del nord? Insomma: lo strapotere dei social network è
diventato un problema per la tenuta dei nostri sistemi democratici? I
legali di Facebook, Google e Twitter, davanti alle domande pressanti di
senatori e deputati, si sono attenuti al copione scritto, hanno ammesso i
problemi ma vi hanno fatto fronte annunciando cure palliative: più
assunzioni per monitorare i contenuti controversi, più intelligenza
artificiale e così via. Nessuno ha voluto ammettere che ormai Google e
Facebook sono “media company”, vale a dire società editoriali con una
responsabilità sui contenuti che ospitano, e nessuno ha voluto sostenere
le iniziative legislative che chiedono più trasparenza. Per la Silicon
Valley, se un errore c’è stato è ormai in fase di risoluzione, e bisogna
sbrigarsi a far tornare tutto come era prima. Non basta.
Facebook e Google, oggi, hanno un monopolio quasi assoluto su alcuni
elementi chiave delle democrazie occidentali: l’informazione e la
capacità di mobilitare e di influenzare i cittadini. Le informazioni su
internet scorrono attraverso Google, i grandi media (lo abbiamo visto di
recente) sono dipendenti per i loro ricavi pubblicitari dall’algoritmo
di Facebook. In un’edicola di quartiere degli anni Novanta,
paradossalmente, c’era più pluralismo di opinione di quanto ne può
trovare oggi un utente medio su Facebook. Fino a dieci anni fa, quando
internet era una miriade frammentata di siti, blog e piattaforme, una
campagna di guerra alla democrazia come quella orchestrata dalla Russia
non sarebbe stata possibile: gli obiettivi sarebbero stati troppi. Oggi
il monopolio di due sole compagnie sull’opinione pubblica online rende
tutto più facile, come ha notato sul Wall Street Journal Luther Lowe
(che è vicepresidente di Yelp, e dunque ha degli interessi in gioco).
La democrazia si basa sulla competizione delle idee, ma il dominio
di poche grandi compagnie sta trasformando internet (ergo: il posto dove
oggi più che mai le idee si formano) in un luogo anti competitivo. Lo
vediamo perfino in ambito tecnologico, dove le startup muoiono mangiate
dai giganti: dove sono le nuove Uber e Airbnb? La Silicon Valley, luogo
di nascita della
disruption, massimo principio di concorrenza, è
dominata oggi da pochi giganteschi conglomerati che non permettono alle
nuove aziende di farsi strada. Per salvare la democrazia dalla dittatura
del clic e dalle ingerenze di potenze malevole bisogna riportare la
competizione in quello che era il suo tempio.
Sulla disinformazia russa non guasta fare meno battutine e più attenzione
Chi butta in vacca il dossier sulla propaganda del Cremlino dimentica un dettaglio: è un problema reale
Il Foglio - 12 Dicembre 2017
Roma. Ovviamente appena un argomento serio tocca la
politica italiana si sgonfia e perde di credibilità. Sta succedendo così
anche con il dossier gigantesco che riguarda la disinformazione russa –
un dossier che non è spuntato fuori da adesso: è un problema da anni –
che qui da noi è finito in mezzo al dibattito che precede le elezioni
del 2018 e quindi è stato svilito e spernacchiato come se fosse
un’invenzione scema, una bischerata di cui farsi beffe. “Ha stato
Putin”, dicono quelli che si credono furbi e si danno di gomito.
“Ha stato Putin” però è una freddurina che non fa ridere, la
campagna di disinformazione russa bene organizzata e ben finanziata
esiste. L’Agenzia di ricerca internet conosciuta anche come Glavset o
come “la fabbrica dei troll di San Pietroburgo” dove più di mille
dipendenti stipendiati dal governo di Mosca si danno il cambio ogni
giorno per disseminare propaganda: è reale. I russi che ci lavorano e
sono pagati per fare finta di essere americani e spargere commenti su
Twitter e Facebook: sono reali. Il rapporto delle agenzie di
intelligence americane che nel 2016 conclusero che il governo russo ha
diretto un’offensiva a favore di Donald Trump durante le elezioni e che
questa campagna include sia l’hacking dei computer del Partito
democratico (e guarda un po’, nulla sui repubblicani) sia la
circolazione deliberata e abnorme di notizie false: è reale pure quello.
Gli esempi pacchiani di disinformazia del Cremlino sono da anni
discussi e smascherati, molto prima che in Italia si cominciasse a
parlarne in modo superficiale. Quando un aereo di linea con 283
passeggeri a bordo fu abbattuto nel luglio 2014 vicino al confine fra
Ucraina e Russia, il ministero della Difesa russo ha offerto molte
spiegazioni alternative e fantasiose – e tutte sbugiardate – per coprire
il fatto che l’aereo è stato colpito da un missile terra-aria russo che
operava in una zona controllata dai separatisti filorussi, come hanno
stabilito i periti della commissione d’inchiesta olandese che si è
occupata del caso (perché la maggior parte dei passeggeri era
olandese).
La proposta da parte del governo malese di un tribunale
internazionale per indagare sui responsabili è stata approvata a
maggioranza dal Consiglio di sicurezza, ma la Russia ha messo il veto
quindi non se ne fa nulla. Quando nel settembre 2015 gli aerei russi
hanno cominciato a bombardare in Siria, la Difesa russa ha messo i video
su internet e ha detto che stavano colpendo posizioni dello Stato
islamico, ma gli esperti hanno visto subito che il terreno raccontava
un’altra verità: in alcuni casi gli obiettivi erano in zone non
controllate dallo Stato islamico, ma tirare in ballo sempre lo Stato
islamico suonava meglio con l’opinione pubblica. Quando nell’aprile di
quest’anno un jet siriano ha sganciato una bomba con agente nervino su
un villaggio e ha ucciso quasi cento civili il governo russo ha sposato
subito una storia convoluta e pazzesca – “la bomba ha casualmente
centrato un deposito segreto di agente nervino dei ribelli” – ma è stato
smentito dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, che però è
stata sciolta a novembre perché la Russia ha messo il veto sul
prolungamento del mandato per investigare.
Insomma, la disinformazia
russa non decide le sorti del mondo – dalla Brexit alle elezioni
americane al referendum in Italia del 4 dicembre 2016 – come dicono qui
in Italia soprattutto quelli che vogliono buttare tutto in burla. Ma è
un fattore da tenere d’occhio. Lo spiega di nuovo la giornalista di
lingua russa Julia Ioffe sulla rivista americana The Atlantic, in un
pezzo di ieri: Vladimir Putin non è questo eccelso manipolatore che
governa le elezioni altrui – sarebbe essere troppo generosi con lui – è
più semplicemente uno che ci prova, uno scommettitore che ci tenta e che
a volte vince.