Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

sabato 8 settembre 2018

Lega Ladrona /5

Lega, il riesame conferma la sentenza: "Vanno sequestrati i 49 milioni della truffa"

Il tribunale di Genova conferma la decisione della Cassazione sulla truffa dei rimborsi elettorali del partito dal 2008 al 2010 per cui sono stati condannati in primo grado l'allora segretario Bossi e il tesoriere Belsito




Lega, il riesame conferma la sentenza: Vanno sequestrati i 49 milioni della truffa
















Tutti i conti della Lega vanno sequestrati, fino a raggiungere la somma di 48,9 milioni di euro. È la decisione del tribunale del Riesame di Genova, che ha depositato la tanto attesa sentenza sul sequestro dei fondi del partito del ministro dell'Interno Matteo Salvini. Ha accolto, quindi confermando, le richieste della procura di Genova, che chiedeva il sequestro dei 49 milioni frutto della truffa ai danni dello Stato commessa tra il 2008 e il 2010.
L'effetto concreto è che dopo questa decisione dei giudici del Riesame i conti correnti del partito potranno essere effettivamente sequestrati e le somme congelate. Perché la sentenza è subito esecutiva. Questo vuol dire che la guardia di finanza da questo momento in poi può andare a caccia dei quasi 50 milioni di euro sequestrano tutti i conti direttamente o indirettamente riconducibili alla Lega, così aveva stabilito anche la Cassazione. Al momento sono stati sequestrati circa 3 milioni di euro, trovati sui conti della Lega nazionale e della varie sezioni regionali.
Poi l'attività investigativa si era perciò interrotta e non erano stati toccati i conti correnti riconducibili a organizzazioni legate al Carroccio. Per esempio società e associazioni contigue al partito di Salvini. La sentenza della Cassazione e la conferma di oggi del tribunale del Riesame di Genova danno la possibilità di aggredire anche questo denaro.
Era stata la Cassazione ad aprile a chiamare in causa il Riesame dopo aver accolto la richiesta della procura di potere sequestrare i conti della Lega oltre a quelli già trovati. Il sequestro era stato deciso dal tribunale di Genova dopo la condanna di Bossi, Belsito e dei tre ex revisori contabili per truffa ai danni dello Stato. Nella sentenza della Cassazione avevano stabilito andava sequestrata qualunque somma di denaro riferibile al partito «ovunque venga rinvenuta fino a raggiungere 48,9 milioni».
"E' una vicenda del passato, sono tranquillo, gli avvocati faranno le loro scelte: se vogliono toglierci tutto facciano pure, gli italiani sono con noi". Lo ha detto il ministro degli interni e leader della Lega Matteo Salvini nel corso di una conferenza stampa al Viminale."Io sono tranquillo - ha aggiunto il ministro dell'Interno -continuo a lavorare, i processi e le storie del passato che riguardano fatti di otto o dieci anni fa non mi appassionano". -






All'epoca della sentenza della Cassazione Salvini aveva definito «politico» il verdetto dei giudici. E il tesoriere Giulio Centemero aveva detto:«Forse l'efficacia dell'azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così». Non sarà, però, facile per gli investigatori trovare altri soldi. La vicenda dura ormai da oltre un anno, e nel frattempo molte risorse sono state spese.

Ecco perché la Lega deve restituire i 49 milioni. Lo dicono i giudici

Una memoria dell’avvocatura di Stato e la sentenza di Genova spiegano il motivo per cui i soldi dei rimborsi vanno sequestrati

Se qualcuno ha sottratto ai fondi della Lega, 500 mila euro o 800 mila, come fai a contestarmi un finanziamento di 49 milioni, basato sul numero di voti presi?». La tesi esposta lunedì scorso sul Corriere della Sera da Roberto Calderoli, uno dei pochi esponenti storici rimasti al vertice del partito anche adesso che comanda Matteo Salvini, riassume bene la posizione della Lega sulla vicenda dei quasi 50 milioni messi sotto sequestro dalla magistratura. Le stesse argomentazioni sono state ripetute dal tesoriere Giulio Centemero e dal vice premier Salvini. Da qui l’ipotesi «ci attaccano perché diamo fastidio» e le accuse ai magistrati di aver confezionato «una sentenza politica».

In realtà le cose sono molto più semplici. Per capirle basta leggere la sentenza di condanna per truffa ai danni dello Stato comminata in primo grado dal tribunale di Genova lo scorso luglio contro Bossi e Belsito. E la memoria di 60 pagine depositata dall’avvocatura dello Stato in difesa di Camera e Senato, costituitesi parti civili nel processo per truffa.

La coppia Bossi-Belsito spera nel processo d’Appello. Il 12 luglio è stato il giorno della requisitoria della procura generale, che rappresenta l’accusa in secondo grado. Difficile che si arrivi a sentenza entro la fine di luglio. Più probabile che i giudici decidano a settembre. Di sicuro a sostenere la tesi dei pm c’è di nuovo l’avvocatura dello Stato. Che, nella memoria depositata nel giudizio di primo grado, spiega i motivi per cui la Lega non avrebbe dovuto ottenere i rimborsi, e quindi la ragione della richiesta di sequestro dei 49 milioni. I giudici hanno stabilito di confiscare i rimborsi elettorali percepiti negli anni 2008-2009-2010 poiché i bilanci presentati dal partito in quei tre anni erano stati falsificati. «La liquidazione», si legge infatti nella sentenza, «è subordinata all’accertamento della regolarità del rendiconto». Lo prevede la legge, la numero 2 del 1997.

Insomma l’erogazione dei rimborsi era vincolata alla presentazione di un bilancio regolare. Il problema è che in quei tre anni, come dimostrato al processo, i conti del Carroccio erano stati truccati. Attraverso «artifici e raggiri», si legge nella sentenza, sono state «riportate nel rendiconto false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute, in assenza di documenti giustificativi di spesa ed in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico». Proprio in relazione a quest’ultima frase, quella sulle spese estranee alla Lega, i giudici spiegano che «si è proceduto separatamente nei confronti di Francesco Belsito, Umberto Bossi e Renzo Bossi». Questo è il punto su cui si rischia di fare confusione, per lo meno stando alle dichiarazioni di Calderoli. Perché il fatto che Bossi e colleghi abbiano speso soldi per fini personali - le lauree in Albania, ad esempio - non coincide con la truffa nei confronti dello Stato. Quella si chiama appropriazione indebita, reato per il quale il vecchio leader, l’allora tesoriere Belsito e il “Trota” sono stati condannati dal tribunale di Milano.

In altre parole, i soldi che Salvini si dice disposto a mettere di tasca propria non hanno nulla a che fare con i 49 milioni messi sotto sequestro. Quelli, hanno deciso i giudici, la Lega li deve restituire perché percepiti illegalmente. La linea della difesa leghista è molto semplice e si basa su una anomalia del meccanismo: i rimborsi elettorali erano legati al numero di voti presi dal partito, quindi la rendicontazione delle spese era una pura formalità. La sentenza dei giudici di Genova e la memoria dell’avvocatura dello Stato fanno valere una tesi diversa. Come abbiamo detto, la legge del ’97 regolava i rimborsi vincolandoli alla presentazione di regolare bilancio. La successiva modifica del ’99, spiegano i giudici, «attribuiva un rimborso in relazione alle spese elettorali sostenute per le campagne per il rinnovo del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, del Parlamento europeo e dei Consigli Regionali». A un patto, però: che i bilanci non presentassero irregolarità, pena la sospensione dell’erogazione. Ecco perché i giudici, sostenuti in questo dai legali di Camera e Senato, sottolineano il fatto che i conti del Carroccio presentavano «false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute». E non si è trattato di spiccioli: nella sentenza si legge che nei tre anni analizzati «mancavano pezze giustificative per i due terzi delle spese del Movimento». Vale a dire circa 46 milioni di euro usciti dalle casse della Lega senza motivo. Per queste ragioni i giudici hanno deciso di sequestrare tutto il rimborso ottenuto dal Carroccio per quegli anni e non solo, come vorrebbe Salvini, il malloppo utilizzato da Bossi e Belsito per scopi privati.

Come mai lo stesso trattamento non è stato riservato alla Margherita? La domanda è stata proposta più volte in questi giorni su giornali e social network. Perché Luigi Lusi, ex tesoriere del partito guidato da Francesco Rutelli, è stato protagonista di vicende molto simili a quelle di Bossi e Belsito, avvenute peraltro negli stessi anni e raccontate da L’Espresso con diverse copertine esclusive. In sostanza Lusi si era intascato parecchi milioni di euro frutto dei rimborsi elettorali, eppure i giudici non hanno sequestrato i soldi al partito. Il motivo sta tutto in una formuletta giuridica: costituzione di parte civile. Mentre la Margherita aveva infatti chiesto i danni a Lusi, ottenendo come conseguenza la restituzione del tesoro, la Lega di Salvini ha scelto di non farlo con Bossi e Belsito.

«Sarebbe uno spreco di tempo e soldi», spiegò all’epoca il ministro dell’Interno. Che non aveva fatto bene i calcoli: la maledizione della truffa è ricaduta infatti anche sull’attuale partito, il quale non solo non otterrà alcun risarcimento ma dovrà restituire il maltolto. Una punizione aggravata dalle valutazioni dell’avvocatura dello Stato.

Nella conclusione della memoria, i legali che rappresentano Camera e Senato definiscono «inqualificabile e scellerato» il comportamento dei protagonisti della truffa, soprattutto perché nel frattempo l’Italia viveva «un buio periodo», scrivono gli avvocati dello Stato, «nel quale i vertici del Paese sono stati costretti ad emanare disposizioni di rigido contenimento della spesa pubblica, tra le quali il blocco della contrattazione e l’aumento dell’età pensionabile con la riforma Fornero e via dicendo. Si rimane pertanto sbalorditi nel sapere che negli stessi anni venivano distribuiti migliaia di euro in nero a dipendenti della Lega tramite le “buste Buffetti”».

L’atto d’accusa dei legali di Camera e Senato mette in relazione l’allegra gestione dei soldi pubblici da parte dei partiti, nel caso specifico della Lega, con il ricorso a drastiche politiche di austerity, come la legge Fornero. Quasi un contrappasso per Matteo Salvini, che sull’abolizione della riforma ha eretto un pezzo del suo successo elettorale.

domenica 2 settembre 2018

La notte della Ragione


Il secolo dello spegnimento dei lumi
di Luca Sofri    

 venerdì 31 agosto 2018






È un post strano, lungo e tirato via. È che abbiamo ordinato da bere delle cose in un bar di Milano, vedendosi tra amici al ritorno delle vacanze, probabilmente troppe cose da bere e troppe vacanze, perché ci siamo impelagati in una riflessione universale sulla piega che stanno prendendo le cose che si è risolta in una lettura apocalittica e disarmante da cui, la mattina dopo, prendo alcune distanze. Non va tutto così male, e conserviamo estese ragioni di felicità: ma ho messo in successione logica le cose – abbozzate – che ci siamo detti, che alcune invece hanno pezzetti di senso, con l’obiettivo indicato nell’ultima frase.
Quando siamo nati, ognuno di noi, eravamo egoisti e ignoranti. Ogni neonato lo è: ma nei secoli le nostre civiltà hanno costruito un’idea di civiltà, appunto, basata sull’idea che sia meglio per tutti – individui e comunità – essere sempre meno egoisti e sempre meno ignoranti. Filosofie, culture, correnti di pensiero, religioni, hanno attecchito su questi presupposti. Che ci sia un bene comune, che si debbano rispetto e sensibilità agli altri esseri umani, che queste cose e la propria felicità si ottengano anche attraverso l’istruzione, la scienza, la cultura. Ci siamo insegnati ad essere più altruisti e più colti, a cominciare a lavorarci appena nati.
L’egoismo non è una cosa binaria, che o lo sei o non lo sei. Tra l’egoismo assoluto di chi pensi solo a se stesso e l’altruismo assoluto di chi ami il suo prossimo come se stesso, qualunque prossimo dei sette miliardi che siamo, ci sono infinite varianti: e ognuno di noi ne vive una. Quando chiamiamo qualcuno egoista è perché ci sembra che il suo disinteresse per gli altri abbia superato un’idea condivisa di solidarietà ed empatia, elastica ma grossomodo chiara; quando lo chiamiamo altruista è perché ci sembra che sia il suo disinteresse per sé a superarla.
Le persone non sono mai completamente egoiste: c’è sempre una comunità di “simili” – o concentriche comunità di simili – a cui ognuno si sente più vicino e per cui ognuno è disposto a sacrificare qualcosa di sé. La propria famiglia, i suoi concittadini, quelli che gli somigliano somaticamente, quelli che condividono la sua cultura, o i suoi interessi, quelli che parlano la sua lingua, i suoi connazionali, gli esseri umani, gli animali.
La spinta a essere meno egoisti e ignoranti che le nostre civiltà hanno costruito e che ci accoglie e circonda quando nasciamo è sempre stato lo stimolo del progresso umano e civile, di quello che gli umani e le loro società hanno saputo diventare: unito agli innati bisogni e ambizioni personali, che abbiamo pure appena nati e sono strumenti essenziali di quel progresso.
Quella spinta ci fa sapere, appena nati, che per ottenere successo, felicità, condizioni di vita migliori, rispetto e amore degli altri, bisogna impegnarsi molto, studiare, imparare, essere umili, trattenere i propri egoismi e prepotenze. Non è facile, impone sacrifici quotidiani, è spesso frustrante, ma ne vale la pena. Più cose si imparano, più si aiutano gli altri, meglio si sta e meglio si fanno funzionare le comunità concentriche intorno a sé, e quindi meglio ancora si sta, eccetera. Un’idea di giustizia e una di efficacia si sommano, e generano benessere, o felicità: più persone contribuiscono, più benessere.
Però sono sacrifici, e frustrazioni, anche: bisogna impegnarsi, lavorare, studiare, tollerare gli altri, accettare che non tutti contribuiscano e non farsene demotivare, trattenere emozioni e reazioni innate perché sterili o controproducenti. È una fatica, tanti non la sopportano e si sottraggono a queste prospettive, preferendo pensare a se stessi a danno degli altri, preferendo le proprie misere e ignoranti sicurezze allo sforzo di comprensione della realtà: per disincentivarli abbiamo costruito un’idea di riprovazione sociale nei confronti di questa fuga dalla responsabilità, da ciò che è giusto e dal bene degli altri. Lo abbiamo chiamato comportarsi male, e siamo stati capaci (complici le religioni, le filosofie, le scuole, secoli di lezioni formidabili) di creare delle contromisure: sanzioni formali, culturali, sociali, sensi di colpa, giudizi morali, vergogna, riprovazione da parte delle comunità e degli individui. Comportarsi male, essere ignoranti, egoisti, prepotenti, irrispettosi, non va bene, abbiamo stabilito. Come tutte le misure repressive ha funzionato per molti umani, non ha funzionato per altri, creando una sofferenza.
È come se in questi tempi stesse scomparendo questo sistema di riprovazione e disincentivi al comportarsi male. È come se questi “altri” resistenti all’impegno e alla fatica di migliorare se stessi e il mondo in cui vivono avessero scoperto che invece che fare tutte quelle fatiche insopportabili per evitare di essere mal giudicati, si possa semplicemente smontare il sistema e la costruzione della civiltà e sostituirli con un’altra costruzione: che dice che no, non bisogna diventare meno egoisti e ignoranti, che va bene così, restare neonati. Nessuna fatica, nessun impegno, oppure molti meno: quelli che bastano per volere il bene di una comunità ridotta intorno a sé. La propria famiglia, i propri amici, i propri molto simili. Al diavolo gli altri. E soprattutto al diavolo quell’idea di bene comune, di progresso, di cultura e altruismo.
Come è successo e come è successo adesso? Per due grandi ordini di ragioni, soprattutto. Uno è che qualcuno è stato capace di costruire delle retoriche efficaci per legittimare questa ribellione: le battaglie contro il “politically correct”, la narrazione populista, gli attacchi alla scienza, agli intellettuali, alla cultura, al “buonismo”, lo svilimento e la calunnia nei confronti del predicare bene ma persino del razzolare bene. Sono tutti fattori di un movimento in parte spontaneo e in parte deliberato che è servito sia ad assolvere le coscienze di egoisti e/o ignoranti che se ne sono fatti interpreti e complici, sia a costruire un progetto di ribaltamento dei valori utile a raccogliere consenso per interessi e ambizioni di ogni scala (fino alla presidenza degli Stati Uniti, per dire).
L’altro ordine di ragioni è un progressivo aumento del senso di frustrazione e delusione di una gran quota di persone rispetto alle aspettative e alle richieste di successo e libertà che le nostre società andavano creando intorno a loro: società che mostrano che studiare fino a finire l’università non consegna più stabilità economiche, e che esaltano e promuovono i successi superficiali di totali ignoranti, per esempio. È la nostra civiltà stessa, o la sua parte progressista, a essersi ritirata dall’impegno sull’istruzione, sulla cultura, sull’estensione del bene comune, convinta che fossero cose che ormai avrebbero proceduto per inerzia: il progresso inarrestabile. Si è “distratta un attimo” e quello si è arrestato, complici le suddette volontà avverse.
Benché tutto sia ciclico e ci siano precedenti a molte cose (la predicazione egoista che progressivamente legittima e teorizza con una retorica efficace e utilitaristica le persecuzioni più disumane, per esempio), qualcosa è completamente nuovo. I campi di concentramento, benché “in molti sapessero”, erano tenuti nascosti, per restare a questo parallelo: un’idea di “male” era conservata e temuta, man mano che lo si praticava. Oggi l’esibizione fotografica dei campi libici per una cospicua parte di persone non genera nessuno scandalo, e casomai una reazione di prezzo necessario, “utile”.
È questa la cosa nuova, se c’è: non stiamo soltanto facendo passi indietro rispetto a un’idea radicata e condivisa di bene, a quell’auspicio di progresso, alla progressiva riduzione di ignoranza ed egoismo: stiamo smontando quell’idea radicata e condivisa, togliendole senso. Non abbiamo solo smesso di seguire il libretto delle istruzioni, stiamo cambiando le istruzioni. Le istruzioni predicate, maggioritarie, vincenti, stanno diventando altre: “le battaglie contro il “politically correct”, la narrazione populista, gli attacchi alla scienza, agli intellettuali, alla cultura, al “buonismo”, lo svilimento e la calunnia nei confronti del predicare bene ma persino del razzolare bene”. Fino all’inversione definitiva, la battaglia contro i fatti: con la demolizione della scienza, con la teoria dei “fatti alternativi”, con la dialettica ingannevole che aggira la verità (“chi ti paga?”, “ben altri sono i problemi”, “e allora quest’altro?”, eccetera). La fine del valore vincente della “ragione”.
In questo contesto, trovare il modo di opporsi e sconfiggere queste nuove istruzioni sembra al momento impossibile: la nuova costruzione è imbattibile e paralizzante, se annulla gli stessi strumenti logici e comunicativi con cui poterla battere, la verità, la scienza, il bene comune, la ragione. Hai voglia a pensare ingenuamente che ricorrendo al passato, alle idee precedenti di progresso e altruismo e giustizia, all’illusione che annullando una momentanea distrazione dal loro ruolo i progressisti mondiali possano tornare a unirsi e rimettere le cose in carreggiata: non c’è più la carreggiata. È come voler diventare ricchi in un mondo che abbia abolito il valore dei soldi: e nei master in economia continuano sventatamente a insegnare come si costruisce un’azienda di successo. E nei dibattiti a sinistra o tra gli intellettuali, oggi, si continua a chiedersi come ritrovare la forza e gli strumenti per far passare istruzioni ridicolizzate e annientate: si pensa che sia un problema di “fronte comune”, di “unire la sinistra”, di appelli, impegni sociali, recuperare contatto, bla bla. Come se ripetere “ho ragione io” con un megafono molto grande convinca più persone che hai ragione tu.
Usare gli strumenti comunicativi dei vincitori – la prepotenza, la falsificazione, l’aggressione, la demagogia – non può funzionare: si diventa come loro, sono i mezzi che definiscono quello che siamo e quello che otteniamo. Fare il bene nella pratica quotidiana ottiene risultati puntuali nella pratica quotidiana, ma non è più un esempio comunicativo efficace: viene accolto con risentimento e disprezzo da chi non lo fa, e calunniato e irriso. Restituire valore alla cultura, all’attenuamento dell’ignoranza individuale, è diventato difficilissimo: la cultura non ottiene più né il rispetto sociale di un tempo, né il successo pubblico o economico di un tempo. Le nostre società e i loro mezzi di comunicazione hanno raccontato che si ottengono successi, popolarità, follower, soprattutto esibendo superficialità e ignoranza (salvo rari casi di grandi talenti artistici) piuttosto che cultura e intelligenza e competenza.
Alle persone di buona volontà rimane di fare del bene nella loro parte di vita e di mondo, più o meno piccola, sperando che non cresca troppo da essere individuata e demolita dalla retorica corrente. E aspettare che le cose cambino in modi imprevisti – capita, nella Storia – o che a qualcuno venga un’idea geniale.

sabato 1 settembre 2018

il piano inclinato del Cialtronismo "sovrano"

Sovranisti col cappello in mano

Usa, Cina, Russia. Il governo fa il giro delle sette chiese, ma i capitali scappano



Il foglio - 25 Agosto 2018



Doveva essere il governo dell’orgoglio patrio e del riscatto nazionale. Finalmente il paese sarebbe stato guidato da una classe politica che va a Bruxelles a battere i pugni e non a sbattere i tacchi, che non si piega alle potenze estere e al capitale straniero. L’impressione, invece, dopo i primi mesi di attività è che il governo del cambiamento stia facendo il classico giro delle sette chiese per un miracolo o al limite un po’ di questua.
La prima tappa del pellegrinaggio è stata la Casa Bianca, dove il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato accolto calorosamente da Donald Trump. Giustamente, perché il presidente americano ha chiesto e ottenuto tutto ciò che voleva: la promessa di una maggiore spesa militare nell’ambito della Nato, la permanenza delle sanzioni alla Russia, il progressivo azzeramento del surplus commerciale italiano nei confronti degli Stati Uniti e la realizzazione del gasdotto Tap. Tutte cose in contrasto con il contratto di governo, ma fa niente, perché è filtrata la soddisfazione per un impegno di Trump ad aiutare l’Italia a domare la bestia dello spread. Al governo ne sono convinti: al momento opportuno Trump dirà ai fondi americani di comprare i bond italiani, garantendoci i rifornimenti e le munizioni per proseguire la nostra guerra contro la sorellastra Germania e l’Europa matrigna. Di certo non aiuta la volontà del governo di revocare la concessione ad Autostrade, visto che azionista di Atlantia è l’americana BlackRock, la più grande società di investimento del mondo. Per il momento, da quando a fine maggio lo spread è schizzato attorno ai 300 punti, il soccorso dei fondi a stelle e strisce non si è visto, anzi.
In due mesi gli investitori esteri hanno portato via dall’Italia sovranista 72 miliardi di euro. Ma magari al momento opportuno BlackRock e gli altri ci riempiranno di dollari, chissà. Nel frattempo il ministro dell’Economia Giovanni Tria vola in Cina per una missione analoga: convincere Pechino a investire da noi. Tutti i suoi predecessori hanno fatto viaggi simili, con scarsi risultati, ma magari Tria ci riesce grazie alle sue ottime relazioni personali con i cinesi.
C’è però un piccolo problema: Pechino è strategicamente in conflitto con Washington per la politica protezionista del nostro partner Trump e anche il premier Conte, alla Casa Bianca, ha attaccato la politica commerciale cinese. Non dovessero arrivare i dollari e neppure gli yuan, c’è l’opzione rublo evocata dal ministro Paolo Savona, che ha già acceso un cero a Putin: in caso di crisi finanziaria e di scontro con la Bce potremmo chiedere alla Russia di diventare il nostro prestatore di ultima istanza. I sovranisti avevano promesso che non avremmo abbassato la testa di fronte alle altre nazioni. Non hanno specificato che saremmo andati sì a testa alta, ma con il cappello in mano.

Il piano B del governo è l’Incidente: un botto che porta fuori dall’euro

Le parole sulla Bce, le folli strategie sui Btp, i capitali in fuga e un sospetto: la tempesta finanziaria è una paura o un auspicio?

Il Foglio - 29 Agosto 2018







Milano. C’è un proverbio indiano che dice “nominare la tigre nella giungla significa farla apparire”. Lo stesso sta più o meno accadendo sui mercati finanziari dal momento dell’insediamento del governo gialloverde. A furia di dire in ogni consesso che “serve un piano B”, accompagnando lo strategico concetto con robusti intendimenti di lassismo fiscale in un baccanale di desideri di spesa pubblica che può essere soddisfatto solo mediante stampa di moneta, anche i più paciosi gestori di portafogli si sono risvegliati dal torpore e hanno iniziato a vendere il nostro debito pubblico. Durante ogni operazione di prosciugamento dei pozzi accade che gli stessi si avvelenino, perché la concentrazione di sostanze tossiche aumenta. E’ quello che l’esecutivo Conte sta facendo in modo sistematico, da settimane, non solo con i Btp.     
Uno dei maggiori profeti dell’autoavveramento è il pertinace ministro degli Affari europei, Paolo Savona, che in anni ha prodotto una copiosa letteratura di piani B. In uno dei quali, un lustro addietro, era prevista la creazione di un veicolo d’investimento, garantito dal patrimonio immobiliare dello stato, destinato a emettere proprio debito, talmente appetibile da indurre i possessori di Btp a effettuare il concambio su base volontaria. 
Durante i sette biblici anni dell’operazione, necessaria secondo Savona a liberarci dal “ricatto” dei mercati, lo stato avrebbe dovuto evitare di emettere nuovo debito e di conseguenza mantenere un rigoroso pareggio di bilancio, assai poco compatibile con le pulsioni di spesa dell’esecutivo di cui Savona fa oggi parte.
Ma è acqua passata, quello che oggi conta è che Savona ribadisca che “un piano B ce l’hanno tutti”. Forse è così, ma non pare particolarmente razionale andare in giro a sbandierarlo, quando devi farti rifinanziare ogni anno 400 miliardi di titoli del debito pubblico. Quello che è peggio, è che anche le “soluzioni” proposte all’architettura istituzionale europea appaiono eufemisticamente velleitarie e talmente lunari da far sospettare che siano solo pretesti per giungere all’Incidente.
Ad esempio, chiedere che la Bce diventi “prestatore di ultima istanza” non significa nulla, visto che già lo è. Diventa forse più chiaro se a quella espressione si attribuisce il significato di “preposta alla monetizzazione del debito pubblico emesso dagli stati”, dal nostro nella fattispecie, il che è ovviamente vietato dai trattati, e anche un bimbo saprebbe che cambiare i trattati su queste basi è impossibile. La variante a questa “idea”, quella di fissare uno spread massimo, è esattamente la stessa violazione al divieto di finanziamento degli stati da parte della Bce, che si occupa di politica monetaria e non di quella fiscale.
Altro punto controverso è quello relativo al reperimento di investitori esteri per i nostri Btp. Che già di per sé stride con le velleità nazionalistiche di riacquisto di tutto il nostro stock di debito, per non dover dipendere dalla “gentilezza degli stranieri”, ma diventa una pièce teatrale che avrebbe potuto scrivere Ionesco quando scopriamo chi sarebbero i candidati acquirenti. La Russia non ha manco occhi per piangere ma dalle nostre parti c’è chi la considera una potenza finanziaria planetaria, al punto da ritenere (sempre Savona, in audizione parlamentare) che basti la loro garanzia, senza bisogno di metterci soldi veri, per far scappare gli speculatori con la coda tra le gambe. Poi abbiamo la Cina, che nel mezzo dello scontro con gli Stati Uniti e dell’emergere di gravi danni inflitti ai paesi di destinazione dei suoi investimenti tramite la “Belt and Road Initiative”, dovrebbe indossare i panni del Cavaliere bianco. Buoni ultimi, gli Stati Uniti di Trump, che ha tutto l’interesse a fare dell’Italia la carica di esplosivo ad alto potenziale per fare implodere la costruzione europea e che qualche buontempone nostrano vede invece attivamente impegnato a istruire nientemeno che la Federal Reserve a comprare i nostri Btp, “perché il suo statuto lo consentirebbe”.
A parte ciò, che pare sostanziarsi nell’ormai familiare “assistetemi, o mi faccio esplodere da solo in una stanza di cemento armato”, possiamo agevolmente individuare il piano B, che è in essenza “l’Incidente”: arrivare a farsi prosciugare il finanziamento estero dei titoli di stato, incolpare Soros del misfatto, e procedere a finanziare la parte mancante del debito pubblico mediante foglietti colorati di foggia identica alle banconote aventi corso legale nella Ue. “Vado pazzo per i piani ben riusciti”, avrebbe detto il colonnello John Hannibal Smith dell’A-Team, se non fosse che occorrerebbe prima convincere i concittadini del “valore fiduciario” di tali foglietti di carta. Ipotizzando che tale fiducia non sia pronta, cieca e assoluta, ne deriverebbero seri problemi al sistema dei pagamenti, con tesaurizzazione delle banconote in euro e scompensi profondi all’operatività delle banche, che sarebbero costrette (ope legis, prima che per acuta decisione del loro management) a contingentare i prelievi e i pagamenti all’estero. Il problema sarebbe tuttavia attenuato dal fatto che andiamo verso la stagione invernale, quindi i pensionati in coda davanti ai bancomat non soffrirebbero il caldo e verosimilmente non avremmo quelle spiacevoli scene di svenimenti viste in Grecia.
Oltre a questi problemi di implementazione, ipotizzando che san Giovanni Tria faccia il miracolo e riesca a tenere i conti sotto controllo, servirà controllare l’emotività di quello, tra i due vicepremier, che pare avere più da perdere se i cordoni della borsa rimanessero stretti, trovandosi a presiedere ministeri che richiedono denaro, e non poco, per placare “la Gente”, e non disponendo del bonus (a basso impatto sui conti pubblici) di bloccare natanti della Guardia costiera da dare in pasto alla folla sovrana.
Quindi sì, servirà molto denaro per venirne a capo. Oppure qualche “moneta di scambio” simbolica, come una grande mobilitazione di masse schiumanti contro ogni intralcio di realtà o giustizia.

venerdì 31 agosto 2018

Metodo putiniano /le fabbriche dei troll -2


Dentro la fabbrica dei troll russi

La divulgazione di 3 milioni di tweet riconducibili alla famigerata Internet Research Agency di San Pietroburgo imputata di aver condizionato le ultime elezioni presidenziali americane ci dice che tutto è falsificabile, se non inesistente
RollingStone 3 agosto 2018 

E’ uno degli edifici più misteriosi al mondo, un parallelepipedo grigio e anonimo di quattro piani alla periferia di Pietroburgo, in via Savushkina 55, un indirizzo ormai diventato famoso negli ambienti dell’intelligence e dei media quanto la leggendaria Lubianka dell’ex Kgb. Dei servizi segreti russi almeno si sa che esistono, e che hanno il loro quartier generale nella piazza del centro di Mosca.
Il blocco di cemento grigio di Savushkina 55 è, se possibile, ancora più enigmatico: nei documenti ufficiali e nei giornali viene definito “l’ultimo indirizzo accertato della sede dell’Internet Research Agency”, il nome dell’entità alla quale viene ricondotta l’invasione dei troll russi nella Rete globale. Dell’Agenzia, o IRA, come viene chiamata nelle carte delle indagini, si sa più o meno quanto dell’apparato di potere della Corea del Nord: le uniche rivelazioni sul suo funzionamento sono state fornite da un paio di troll “pentiti” che sono finiti a lavorare al “ministero della Verità” in Savushkina 55, attirati da inserzioni come “Impiego ben retribuito in un ufficio chic”, e alcuni giornalisti russi che erano riusciti a infiltrarsi per pochi giorni come aspiranti troll.
Dentro, sembrava un ufficio qualunque, stanze con scrivanie e pc, piene di giovani smart, con capi settore, macchinette del caffè, memo, riunioni e training per i 400 dipendenti. Un’altra circostanza che si può affermare con una qualche certezza è il nome del loro datore di lavoro: Evgheniy Prigozhin, 57enne pietroburghese con alle spalle una movimentata carriera che include 9 anni di prigione per rapina, truffa e sfruttamento di prostituzione minorile, studi da farmacista e la fondazione di un impero di ristorazione partito da un banchetto di hot dog. Oggi porta orgogliosamente il titolo di “cuoco di Putin”, figura nella lista nera degli oligarchi moscoviti sotto sanzioni degli Usa e viene associato dagli analisti a due delle armi più elusive e potenti del Cremlino: la “fabbrica dei troll” di Pietroburgo e la compagnia Wagner, una società di contractor privati che ha fatto il lavoro sporco per i militari russi nel Donbass, in Siria e ora anche in Africa.
Un contesto da grande romanzo di spie, con la differenza che i prodotti della “fabbrica dei troll” non sono il gas nervino o il polonio, li abbiamo consumati tutti. Lo sforzo congiunto degli investigatori dell’Fbi, giornalisti, hacker, factchecker, ricercatori, attivisti e social network ha prodotto un data base di quasi 3 milioni (per la precisione, 2973371) di tweet provenienti da 2848 account giudicati legati all’IRA. I tweet rivolti al pubblico americano (visionabili qui) vanno dal 2012 al 2018, e sono stati analizzati da due professori della Clemson University, Darren Linvill e Patrick Warren, che hanno cercato di suddividerli per dinamiche, argomenti, algoritmi di attività (uno dei picchi si è avuto con la pubblicazione delle email di Hillary Clinton su WikiLeaks, mentre dopo le elezioni presidenziali americane nell’ottobre 2016 molti account sono stati ibernati) e interazioni con altri account.
Una lettura in fondo deludente: chilometri e chilometri di insulti già noti, ripetitivi e banali– Hillary in galera, Obama venduto ai musulmani, Make America Great Again, onestà onestà, muro contro gli immigrati, filmati, meme e fake già confezionati altrove – firmati da tipici nickname dei conservatori americani, “redneck”, “patriot”, “loveUSA”. Il problema è proprio questo: i titolari degli account non sono americani. Anzi, non esistono nemmeno: la maggior parte sfoggia negli avatar foto false, spesso di modelle molto attraenti. I responsabili di Facebook e Twitter avevano già notato che molti degli account sospettati di provenire da Pietroburgo non hanno una “vita normale” sui social, amici “veri” o contenuti non legati alla politica. Il procuratore speciale Robert Mueller ha accusato 12 dipendenti di Prigozhin di aver anche utilizzato identità rubate ad americani veri, usando le loro credenziali per pagare gli ad e l’uso dei server via PayPal. La frode forse più clamorosa è l’account Twitter @ten_gop, che per mesi si è spacciato per il social ufficiale del partito repubblicano del Tennessee, raccogliendo circa 100 mila follower.
Ma a Pietroburgo non si tifava solo Trump. Linvill e Warren hanno classificato gli account legati all’IRA in 5 categorie, di cui due sono apparentemente opposte, Left e Right. Mentre i troll di destra – i più numerosi – ricorrono alla retorica più classica dei trumpiani, con grande enfasi sull’immigrazione e l’islam, quelli di sinistra simpatizzano per Bernie Sanders, postano video di afroamericani pestati dalla polizia e usano un linguaggio simile al moviment BlackLivesMatters. Il loro obiettivo – che denota dietro alla profilazione dei target un lavoro analitico serio – non è tanto convincere gli afroamericani a votare per Trump quanto a persuaderli a non votare Hillary, a restare a casa, fomentando la loro frustrazione. La terza categoria degli account sono i “hashtag gamers”, impegnati a rilanciare hashtag di varia natura, mentre i “news feed” si spacciano per aggregatori di news locali, attingendo spesso a piene mani da fonti di propaganda russa come RT o Sputnik, e contribuendo a intrecciare la rete fasulla in quella degli account autentici, di influencer famosi come di comuni mortali (Twitter ha notificato a più di 1400000 utenti che hanno interagito a loro insaputa con i troll russi). Infine, i meno numerosi ma forse i più pericolosi, sono i “fearmonger”, gli spacciatori di paura, una pattuglia piccola ma agguerrita che rilancia bufale spaventose, come la notizia che i tacchini del giorno del Ringraziamento sono stati contaminati con la salmonella. La bufala più celebre prodotta in Savushkina 55 è l’esplosione dell’impianto chimico di Columbia Chemical, in Louisiana, mai avvenuta se non su Twitter, dove il disastro è stato inscenato con tanto di screenshot fasulli della Cnn, siti clonati delle tv locali e addirittura una videorivendicazione dell’Isis, ovviamente taroccata.
I tempi delle spie russe mascherate da The Americans sono finiti, ma su Internet le barbe finte virtuali possono ancora funzionare per qualche mese, e chissà quanto si sono divertiti i troll pietroburghesi a impersonare nello stesso giorno l’operaio bianco del Midwest arrabbiato e la donna afroamericana abusata, passando dalla maschera di un militante liberal della East Coast a quella di un redneck favorevole all’uso delle armi contro gli immigrati, e dall’attivista nero che twitta contro la polizia al poliziotto che twitta in difesa del suo diritto a sparare ai neri. Ogni troll, secondo le testimonianze dei pochi pentiti, gestiva circa 10 account, e in turni di 12 ore al giorno scrivere post a nome dei suoi vari alias su Facebook, Twitter, Instagram o il social russo Vkontakte, e inviare decine di commenti alle bacheche altrui e ai siti dei giornali anglosassoni. I più bravi gestivano anche dei blog – Ludmila Savchuk, fuggita dalla fabbrica dei troll per raccontarla dall’interno, per esempio, si improvvisava anche sensitiva, con tanto di blog nel quale profetizzava immancabilmente successi per Putin. L’inchiesta sugli account legati all’IRA di Facebook ha evidenziato una serie di feed legati alla vendita di cosmetici, supplementi dietetici o prestiti brevi, senza chiarire se i troll arrotondavano nel tempo libero oppure se si trattava di una tecnica subdola per insinuarsi nei segmenti dell’audience che non seguono abitualmente la politica.
Tutto è falso, o potrebbe esserlo, e anche se state leggendo un post sugli alimenti bio, o l’oroscopo, oppure cliccate su un link “come guadagnare 5 mila euro al mese da casa”, potreste in realtà essere collegati a una fabbrica dei troll. Leonid Volkov, il capo della campagna elettorale di Alexey Navalny (che grazie a Internet è diventato il volto dell’opposizione russa), non esclude che l’obiettivo sia proprio questo: “Rovinare la Rete, creare un clima d’odio, renderla ripugnante per la gente normale”. Volkov stima l’internettizzazione del pubblico russo a poco più del 50%, e siccome il dissenso in Russia ormai è quasi esclusivamente virtuale, si tratta di impedire ai russi meno istruiti e critici di attingere da una fonte di informazioni indipendente, vincolandoli alla televisione. La fabbrica dei troll, infatti, è nata e lavora principalmente per il mercato interno, e l’espansione delle sue operazioni all’estero è avvenuta dopo anni che le stesse tecniche venivano utilizzate nell’ex Urss. Anzi, il cosidetto “PR nero” era stato collaudato ben prima della diffusione di Internet: già all’inizio degli anni Zero i volantini falsi e le telefonate agli elettori nel cuore della notte del tipo “Siamo i gay che fanno campagna per X” o “Siamo i musulmani che sostengono Y” affondavano X e Y nelle urne delle elezioni nella provincia russa.
Tutto è falso, anzi, inesistente: gli account, i nomi, i filmati e i meme. Anche l’IRA, in fondo, è un falso: ufficialmente si occupa d’altro e non abita più nemmeno in Savushkina 55: i suoi uffici sono occupati da un’agenzia di news il cui direttore si è anche lamentato con l’inviato del New York Times Adrian Chen della brutta fama dell’edificio, salvo pubblicare due giorni dopo un articolo in cui sosteneva – con tanto di foto truccate – che il giornalista americano era venuto a Pietroburgo a incontrare un famoso neonazista appena uscito di prigione per omicidio, per reclutarlo in una rivolta contro Putin.
Anche il “cuoco di Putin” che manda in giro per il mondo troll virtuali e mercenari veri potrebbe essere un fake: alcune operazioni dell’IRA sarebbero difficilmente realizzabili senza l’aiuto dei servizi, ma nel nebuloso sistema di potere del Cremlino non è chiaro se si tratta di un paravento, o di “contractor” ambiziosi che si alleano con gli 007 e gli hacker per sorpassare l’intelligence “ufficiale” a destra nella fornitura al regime di servizi delicati.
L’unica cosa vera sono i lettori, e gli elettori: quelli non li hanno inventati i troll russi, così come non hanno creato Trump, Salvini, Le Pen e Farage. L’utilizzo spregiudicato dei fake è un brevetto storico di Mosca, ma il pubblico che li legge, ci abbocca e li ripete con assoluta convinzione non è mai stato a Pietroburgo. I fake prodotti in Savushkina 55 – ma pare che ora l’Agenzia si sia spostata in una sede più grande e moderna in Optikov 4-3 – sono imitazioni perfette di quelli autoctoni, e la bravura dei finti “redneck” sta semmai nell’aver colto e copiato, amplificandolo, un sentimento e un linguaggio Made in USA (e non solo). Su molte bacheche e forum russi è ormai buona norma igienica non discutere con i troll (prezzolati o volontari), disinnescandoli in partenza, e rischiando di catalogare tutti quelli che non la pensano nello stesso modo come dei fake. Al Congresso USA sono state proposte nuove sanzioni devastanti contro l’ingerenza dei troll russi nella campagna elettorale per le elezioni del Midterm, mentre il passaporto russo sta diventando per gli esperti di IT da bollino di qualità un punto debole, e alcuni si sono già visti negare il visto americano.
Ma quelli che oggi vogliono chiudere i confini, affogare gli immigrati, censurare i media, abolire i vaccini e archiviare la democrazia hanno studiato nelle scuole dell’Occidente, non all’accademia del Kgb, e rimarranno in Occidente anche dopo la chiusura dell’ultimo account falso di Twitter.

Ecco come funzionava la fabbrica dei troll del Russiagate
Un giornale russo ha ricostruito l’attività di un’azienda di San Pietroburgo che avrebbe influenzato le elezioni americane sfruttando i social network
La Stampa 20-10-2017

Tutto inizia con degli hot dog. Nella primavera del 2015 – un anno e mezzo prima delle elezioni americane – una delle “fabbriche di troll” russe fa un esperimento. Vuole capire se riuscirà ad attrarre delle persone a un evento inesistente a New York, senza muoversi da San Pietroburgo. “Chi si presenterà avrà in omaggio un hot dog”, scrivono su Facebook.  
In tanti credono all’annuncio e rimangono delusi nel vedere che dei panini non c’è nessuna traccia. Non sanno di essere osservati. Per la “fabbrica dei troll”, dove la scena è tenuta d’occhio grazie a una webcam, è la prova che si possono influenzare le persone a distanza, semplicemente condividendo delle notizie false. 
L’esercito dei troll  
Lo racconta il giornale russo Rbc che ricostruisce in un’inchiesta molto dettagliata come è nata l’Ira (Internet research agency), una delle principali “fabbriche di troll” di San Pietroburgo, e il modo in cui – sempre secondo il giornale – si è poi mossa per influenzare le presidenziali americane. Per riuscirci avrebbe speso più di due milioni di dollari, stipendiando centinaia di impiegati che durante la campagna elettorale avevano il compito di alimentare la disinformazione sui social media. Lo scopo principale era di diffondere l’odio razziale nel contesto di campagne come “Black lives matter”. Ma potevano anche sposare altre cause, come quella per la diffusione delle armi. 
Rbc ha stilato un elenco di quasi 120 comunità e gruppi tematici di questo tipo diffusi in Facebook, Instagram e Twitter, attivi fino all’agosto 2017 e collegati alla “fabbrica dei troll”. Il giornale ha chiesto la consulenza di alcuni esperti di linguistica, fra cui Ronald Meyer della Columbia University. Hanno provato che in una buona parte dei post gli errori nell’inglese erano quelli tipici dei madrelingua russi. Secondo le stime di Rbc, la fabbrica è stata in grado di condividere fra i 20 e 30 milioni di post e altri contenuti nel solo settembre 2016. Arrivando ai 70 milioni nell’ottobre. 
Per di più, secondo Rbc alcune delle storie condivise dalla “fabbrica” sarebbero state così credibili da essere poi riprese dai media internazionali come Bbc, Usa Today e Al Jazeera. Secondo fonti interne alla fabbrica, in questo periodo sarebbero stati spesi quasi 200.000 rubli (circa 3.000 euro) al mese per tecnologie informatiche, fra cui server proxy, nuovi indirizzi ip e sim telefoniche. 
Come una vera fabbrica  
Come ha scritto Thing Progress, le campagne internet non supportavano direttamente Donald Trump, ma avrebbero poi favorito la sua campagna elettorale alimentando tematiche sociali controverse. Questo scopo poteva però non essere chiaro ai dipendenti della “fabbrica dei troll”, organizzati come in una qualsiasi azienda. 
Rbc ha spiegato come gli impiegati rispettassero dei turni, con giorni di pausa e salari differenziati sulla base delle competenze. Un troll di primo livello poteva guadagnare 55.000 rubli ogni mese (quasi 810 euro), ma erano previsti dei premi in caso di reazioni forti alle storie condivise. Secondo le stime, in questo periodo avrebbero lavorato per la “fabbrica” fino a 250 persone. 
Ma è difficile avere poi il conto degli attivisti che hanno sposato le campagne architettate a San Pietroburgo, senza neppure sospettarne l’origine russa. Convincerli non sarebbe stato difficile. Il sistema d’influenza non era poi molto diverso da quel primo rudimentale esperimento che aveva portato decine di persone in una piazza di New York, in cerca di un hot dog gratuito. 

Mica funzioneranno 'sti troll russi, diceva l'Fbi. E invece

Alcuni ufficiali americani hanno a lungo provato a convincere Cia, Fbi e dipartimento di Stato a mettere in atto una controffensiva. Ma sono stati inascoltati
Roma. Gli Stati Uniti hanno, per anni, sottovalutato i tentativi della Russia di influenzare l’opinione pubblica americana. Lo scrive il Washington Post in un articolo che racconta la strategia a lungo termine dei russi e il modo in cui una serie di troll legati con ogni probabilità alla Gru, l’intelligence militare russa, hanno creato dei profili giornalistici falsi in grado di presentarsi come normali freelance, iniziare a scrivere articoli innocui per dare credibilità al loro curriculum, e poi trasformarsi in macchine di propaganda. L’inchiesta del quotidiano cita le scoperte di “NorternNight”, un’operazione di controspionaggio condotta dall’Fbi. Il bureau ha controllato una serie di “giornalisti” sospetti, scoprendo che dietro a reporter freelance con poca esperienza si nascondevano profili governativi russi. Un caso emblematico è quello di Alice Donovan, giornalista freelance che si presenta il 26 febbraio 2016 con una email al sito di news CounterPunch chiedendo di collaborare. Donovan inizia a scrivere articoli poco legati alla politica americana fino alla fase più intensa della campagna elettorale. A quel punto gli articoli cambiano, sono più aggressivi contro la candidata democratica Hillary Clinton, danno credito alle notizie pubblicate da Wikileaks. Donovan comincia a collaborare anche con altri siti, come We are the change e Veterans Today, con toni sempre più filorussi. L’Fbi ha quindi cominciato a chiedere informazioni sulla sua identità ai direttori dei siti con cui collaborava; Jeffry St. Clair, editor di CounterPunch, ha contattato subito Alice Donovan via email, ma la freelance ha rifiutato di inviare documenti che provassero la sua identità o di parlare al telefono. Alla richiesta di maggiori dettagli, Donovan non ha più risposto.
L’operazione russa non è tuttavia cominciata nel 2016. A partire dalla caduta del muro, i russi, scrive il Post, hanno compensato la minore potenza del proprio esercito con le azioni di propaganda. A questo è servita nel 2005 l’apertura del canale televisivo Rt, Russia Today, che trasmette in arabo, inglese, francese e spagnolo e di Sputnik, un’agenzia web che pubblica in 39 lingue. Entrambi i programmi sono finanziati dal Cremlino. Nel 2014, quando la Russia ha annesso la Crimea, Putin aveva a disposizione un arsenale di troll e di esperti già rodato per influenzare le opinioni pubbliche straniere.

giovedì 30 agosto 2018