Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

domenica 9 settembre 2018

Agenti putiniani

I legami tra la Lega e Mosca: l’asse Salvini-Putin e le mosse della grande finanza internazionale

31 maggio 2018

I rapporti fra la Lega e il “regime” in Russia di Vladimir Putin. Fa pensare e riflettere il bell’articolo dell’Avvenire di oggi, il quotidiano dei Vescovi.
“Molto si è detto e scritto – scrive Avvenire – in questi giorni, sul no di Mattarella a Savona come ministro dell’Economia di un eventuale governo Lega-M5s per le sue tesi fortemente euroscettiche. Ma ad agitare ancor più i pensieri delle cancellerie di tutta Europa (e anche del Quirinale) è un altro scenario, noto da tempo eppure stranamente rimasto sotto traccia nel dibattito nazionale: il legame di Matteo Salvini con Russia Unita, il partito nato nel 2001 per sostenere Vladimir Putin. L’ultimo allarme l’ha lanciato, domenica scorsa, Armin Schuster, il presidente (della Cdu) della commissione Servizi del Bundestag, il Parlamento tedesco: un governo giallo-verde non sarebbe motivo di «interrompere» la cooperazione nell’intelligence con Roma, ma nelle vicende che coinvolgono Mosca i contatti potrebbero essere condotti «diversamente» da come avviene ora. Alla base di questa ‘relazione pericolosa’ c’è persino un testo ufficiale, una sorta di altro contratto (come quello siglato con i pentastellati): un «Accordo sulla cooperazione e collaborazione» fra i due partiti. Il testo, in 10 punti, è riportato dal libro ‘Da Pontida a Mosca’, scritto da Fabio Sapettini e Andrea Tabacchini”.
In definita, Salvini (in un governo con i 5 Stelle) potrebbe quasi sicuramente riaprire le relazioni con il governo di Putin, un governo come è noto accusato da tutti i Paesi dell’Europa occidentale e dagli Stati Uniti di aver interferito nelle elezioni tramite fake news e di aver colpito i suoi nemici (basta pensare ai casi del polonio radioattivo denunciati in Gran Bretagna contro ex-spie nemiche giurate di Putin). C’è da dire che proprio ieri Salvini ha detto di ritenere “Putin uno degli uomini di Stato migliori”, forse dimenticando le accuse dei Paesi occidentali contro il presidente sovietico e i metodi utilizzati contro i suoi oppositori politici.
Ma c’è un ulteriore elemento di riflessione finanziaria che questa rubrica vuole inserire nel dibattito: gli Stati Uniti si sono ormai apertamente messi contro il governo russo di Putin, malgrado le accuse di collusione con Trump, comminando sanzioni a Mosca e agli oligarchi. C’è dunque da farsi una semplice domanda. Se davvero il nuovo governo Lega-5Stelle riaprirà a Mosca, come si comporteranno gli investitori internazionali (in gran parte americani e inglesi) che comprano i nostri titoli e il debito italiano? Basta pensare che di recente grandi fondi istituzionali hanno addirittura ceduto le loro quote azionarie in aziende russe, anche se quotate all’estero, per venire incontro alle sanzioni comminate dall’amministrazione americana agli oligarchi. Non c’è dunque un rischio che i grandi investitori americani (un caso emblematico è Blackrock) cominceranno a sottopesare l’Italia nei loro portafogli in caso di aperture a Mosca che non siano in sintonia con la Ue e con gli Stati Uniti? E’ uno dei rischi della rottura di un’alleanza che finora è sempre stata comune contro Mosca. Del resto l’avvertimento è arrivato proprio dal finanziere americano George Soros: “Il nuovo governo italiano è troppo vicino alla Russia, e gli italiani hanno il diritto di sapere se Salvini è stato finanziato da Mosca” ha spiegato Soros dal palco del Festival dell’Economia di Trento.
Ma torniamo alla bella inchiesta dell’Avvenire. “Era poco più di un anno fa – spiega il settimanale – ai primi di marzo del 2017, Salvini era nella capitale russa. Da una parte del tavolo c’era lui, dall’altra Sergey Zheleznyak, 48enne vicesegretario per le relazioni internazionali del partito putiniano, per firmare questo documento: un impegno a promuovere le relazioni fra le due parti, con seminari, convegni, viaggi, basato su un «partenariato paritario e confidenziale», termine, quest’ultimo, quanto mai singolare per la diplomazia internazionale. Uno scambio quanto mai ampio, che comprende anche le «esperienze in attività legislative». Una rete fitta che ha anche alimentato il sospetto, sempre seccamente smentito da Salvini, di finanziamenti diretti di Putin alla Lega, partito peraltro in difficoltà economica. Qual è, allora, lo scopo di questa alleanza? Interessante è l’opinione di Nona Mikhelidze, analista dello Iai (Istituto affari internazionali), riportata lo scorso gennaio dal sito Formiche: «Il Cremlino sa che l’Italia non può uscire da un giorno all’altro dall’Ue. L’obiettivo per il momento è creare caos, ingovernabilità, aiutare quelle forze sovraniste che, per costituzione, chiedono meno Europa»”.
Guarda caso, conferma Avvenire, “esattamente lo scenario che si sta realizzando in queste settimane in Italia. In effetti, la drammatizzata ipotesi di uscita dall’euro sarebbe comunque un processo complesso da portare avanti. Molto più agevole ‘creare’ disordine. Come il primo tempo di una partita. Mettere in crisi la moneta unica resta infatti la via migliore per indebolire l’Europa. Per minarla dalle fondamenta. Un interesse prioritario per la Russia, penalizzata dalle sanzioni Ue in vigore da marzo 2014 e per ora prorogate fino a fine luglio. Senza un Paese ‘forte’ come l’Italia, le sanzioni non potrebbero essere rinnovate (sono votate all’unanimità). Non a caso il «ritiro immediato delle sanzioni» è previsto nello scarno capitolo ‘Esteri’ del contratto gialloverde. In questo filone, la figura di Paolo Savona, economista d’esperienza e stimato (anche e proprio per la sua linea sull’Unione Europea), non è casuale, ma può acquisire un ruolo funzionale nello scacchiere predisposto da Salvini. D’altronde Savona non è noto solo per i suoi riferimenti storici al nazismo dei tedeschi (non graditi sul Colle). Sulla Russia, in un’intervista a Libero, ecco cosa diceva: «Putin è realista. È contrario a un’Europa che lo danneggi. E questa lo danneggia»”.
E qui i riflettori vanno appunto su Paolo Savona. “Anche l’ex ministro del governo Ciampi – dice Avvenire – ha legami storici col mondo russo, coltivati durante la presidenza di Impregilo negli anni Duemila. Ecco che dietro l’opposizione alla figura di Savona – e all’esecutivo leghista-grillino – si può leggere in filigrana la volontà di contrastare un disegno geopolitico orientato a mutare gli equilibri in Europa. Il tramite dell’infatuazione filo-russa del Carroccio è il giornalista Gianluca Savoini, già collaboratore di Salvini e presidente dell’associazione ‘Lombardia Russia’. Prende le mosse nel 2013: da allora, ogni passo politico del Matteo in camicia verde ha ricevuto una qualche ‘benedizione’ russa. Quando, a dicembre 2013, è eletto segretario nel congresso di Torino fra i presenti c’è Viktor Zubarev, parlamentare russo. Da lì cominciano i contatti diretti fra Salvini e Putin. Il 17 ottobre 2014 il leader russo è a Milano per il vertice Asem e, a costo di far aspettare l’amico Berlusconi, incontra per 20 minuti in un hotel il capo lumbard: «Certo, bere un caffè con Putin…», commenta un emozionato Salvini. Segue una lunga serie di ‘pellegrinaggi’ a Mosca. Una ragnatela di contatti. Una settimana fa Salvini era a San Pietroburgo, al forum internazionale, assieme a Paolo Grimoldi, altro deputato leghista che funge da trait-d’union sull’asse Milano-Mosca”.

Analisi. La rete fra la Lega e Putin dietro l'Italia «giallo-verde»
Non c’è solo la battaglia su Savona I timori legati al testo siglato nel 2017 che prevede un «partenariato confidenziale» Il tema sanzioni e le 'influenze' sulle elezioni

Eugenio Fatigante giovedì 31 maggio 2018


La rete fra la Lega e Putin dietro l'Italia «giallo-verde»Molto si è detto e scritto, in questi giorni, sul no di Mattarella a Savona come ministro dell’Economia di un eventuale governo Lega-M5s per le sue tesi fortemente euroscettiche. Ma ad agitare ancor più i pensieri delle cancellerie di tutta Europa (e anche del Quirinale) è un altro scenario, noto da tempo eppure stranamente rimasto sotto traccia nel dibattito nazionale: il legame di Matteo Salvini con Russia Unita, il partito nato nel 2001 per sostenere Vladimir Putin.
L’ultimo allarme l’ha lanciato, domenica scorsa, Armin Schuster, il presidente (della Cdu) della commissione Servizi del Bundestag, il Parlamento tedesco: un governo giallo-verde non sarebbe motivo di «interrompere» la cooperazione nell’intelligencecon Roma, ma nelle vicende che coinvolgono Mosca i contatti potrebbero essere condotti «diversamente» da come avviene ora. Alla base di questa 'relazione pericolosa' c’è persino un testo ufficiale, una sorta di altro contratto (come quello siglato con i pentastellati): un «Accordo sulla cooperazione e collaborazione» fra i due partiti. Il testo, in 10 punti, è riportato dal libro 'Da Pontida a Mosca', scritto da Fabio Sapettini e Andrea Tabacchini.
Era poco più di un anno fa: ai primi di marzo del 2017, Salvini era nella capitale russa. Da una parte del tavolo c’era lui, dall’altra Sergey Zheleznyak, 48enne vicesegretario per le relazioni internazionali del partito putiniano, per firmare questo documento: un impegno a promuovere le relazioni fra le due parti, con seminari, convegni, viaggi, basato su un «partenariato paritario e confidenziale», termine, quest’ultimo, quanto mai singolare per la diplomazia internazionale.
Uno scambio quanto mai ampio, che comprende anche le «esperienze in attività legislative». Una rete fitta che ha anche alimentato il sospetto, sempre seccamente smentito da Salvini, di finanziamenti diretti di Putin alla Lega, partito peraltro in difficoltà economica. Qual è, allora, lo scopo di questa alleanza? Interessante è l’opinione di Nona Mikhelidze, analista dello Iai (Istituto affari internazionali), riportata lo scorso gennaio dal sito Formiche: «Il Cremlino sa che l’Italia non può uscire da un giorno all’altro dall’Ue. L’obiettivo per il momento è creare caos, ingovernabilità, aiutare quelle forze sovraniste che, per costituzione, chiedono meno Europa».
Guarda caso, esattamente lo scenario che si sta realizzando in queste settimane in Italia. In effetti, la drammatizzata ipotesi di uscita dall’euro sarebbe comunque un processo complesso da portare avanti. Molto più agevole 'creare' disordine. Come il primo tempo di una partita. Mettere in crisi la moneta unica resta infatti la via migliore per indebolire l’Europa. Per minarla dalle fondamenta. Un interesse prioritario per la Russia, penalizzata dalle sanzioni Ue in vigore da marzo 2014 e per ora prorogate fino a fine luglio.
Senza un Paese 'forte' come l’Italia, le sanzioni non potrebbero essere rinnovate (sono votate all’unanimità). Non a caso il «ritiro immediato delle sanzioni» è previsto nello scarno capitolo 'Esteri' del contratto gialloverde. In questo filone, la figura di Paolo Savona, economista d’esperienza e stimato (anche e proprio per la sua linea sull’Unione Europea), non è casuale, ma può acquisire un ruolo funzionale nello scacchiere predisposto da Salvini. D’altronde Savona non è noto solo per i suoi riferimenti storici al nazismo dei tedeschi (non graditi sul Colle). Sulla Russia, in un’intervista a Libero, ecco cosa diceva: «Putin è realista. È contrario a un’Europa che lo danneggi. E questa lo danneggia».
Anche l’ex ministro del governo Ciampi ha legami storici col mondo russo, coltivati durante la presidenza di Impregilo negli anni Duemila. Ecco che dietro l’opposizione alla figura di Savona – e all’esecutivo leghista-grillino – si può leggere in filigrana la volontà di contrastare un disegno geopolitico orientato a mutare gli equilibri in Europa. Il tramite dell’infatuazione filo-russa del Carroccio è il giornalista Gianluca Savoini, già collaboratore di Salvini e presidente dell’associazione 'Lombardia Russia'. Prende le mosse nel 2013: da allora, ogni passo politico del Matteo in camicia verde ha ricevuto una qualche 'benedizione' russa.
Quando, a dicembre 2013, è eletto segretario nel congresso di Torino fra i presenti c’è Viktor Zubarev, parlamentare russo. Da lì cominciano i contatti diretti fra Salvini e Putin. Il 17 ottobre 2014 il leader russo è a Milano per il vertice Asem e, a costo di far aspettare l’amico Berlusconi, incontra per 20 minuti in un hotel il capo lumbard: «Certo, bere un caffè con Putin...», commenta un emozionato Salvini. Segue una lunga serie di 'pellegrinaggi' a Mosca. Una ragnatela di contatti. Una settimana fa Savoini era a San Pietroburgo, al forum internazionale, assieme a Paolo Grimoldi, altro deputato leghista che funge da trait-d’union sull’asse Milano-Mosca. Non coinvolto in questa rete, ma molto attivo è poi Luigi Scordamaglia, dinamico presidente di Federalimentare e sorta di 'ufficiale di collegamento' fra il mondo imprenditoriale del Nord e la Lega per la sua attenzione al tema sanzioni, che penalizzano soprattutto l’agroalimentare.
I timori non sono legati solo agli assetti economici, però. Molto forti sono anche quelli per le 'bufale' mediatiche che influenzano le elezioni e i sommovimenti occidentali. Nei 'Palazzi' della politica si ricorda a esempio che, secondo inchieste giornalistiche, l’80% dei tweet a favore dell’indipendenza della Catalogna sono arrivati da account russi o venezuelani. E c’è chi ricorda che, in ogni caso, il nostro 'ancoraggio' agli Stati Uniti deve prevalere. Per una ragione semplice: l’interscambio commerciale fra Usa e Italia prima delle sanzioni era 10 volte più grande di quello con Mosca. Grandezze profondamente diverse che fanno riflettere davanti al rischio di uno spostamento degli equilibri.

Matteo Salvini, l’amico di Mosca

giovedì 07 giugno 2018 ore 13:11
Matteo Salvini a Mosca
I legami tra la Lega di Matteo Salvini e la Russia di Valdimir Putin sono ben noti. La stampa italiana ne ha scritto nelle ultime settimane. Noi ne abbiamo parlato con Krekò Péter, direttore del Capital Institute di Budapest, un think tank d’orientamento liberale. Nel 2015, questo istituto di ricerche sociali e politiche pubblicò un rapporto sui rapporti tra il Cremlino e i partiti dell’estrema destra europea. Nella lista, anche la Lega Nord. Un legame che si è sviluppato con forza negli ultimi anni. Come si vede in questi giorni, con la nascita a Roma del governo giallo-verde. Uno dei primi passi del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata l’apertura alla Russia.

Nel corso degli anni si è parlato anche di un rapporto economico tra la Russia e la Lega. Péter non può confermarlo.
Quello che abbiamo scritto nel rapporto riguarda i rapporti tra il Cremlino e i partiti dell’estrema destra europea. Non abbiamo parlato in modo specifico di finanziamenti da parte della Russia nei confronti di queste forze politiche; abbiamo detto che in alcuni casi c’è il sospetto che soldi siano passati dalle casse di Mosca a quelle di alcune di questi partiti.
Per quanto riguarda la Lega posso solo rilevare che negli ultimi tempi la stampa italiana e austriaca abbia parlato di finanziamenti. Ma è solo, come dicevo, un sospetto.
Comunque sia, finanziamenti o no, l’unica cosa certa è che la Lega Nord è stato uno dei due partiti dell’estrema destra europea ad aver firmato un accordo di cooperazione e coordinamento con il partito di Vladimir Putin, Russia Unita, con il quale condivide la stessa visione ideologica – i valori ultraconservatori cristianni – e con cui è concorde su alcuni temi come, per esempio, l’annessione della Crimea da parte della Russia.


Quale è l’obiettivo di Vladimir Putin nello stringere rapporti con i partiti dell’estrema destra europea come la Lega?
È molto chiaro: vuole destabilizzare l’Unione Europea. Questi partiti diventano i suoi agenti per raggiungere questo obiettivo. I leader di queste formazioni politiche chiedono a grande voce la fine delle sanzioni nei confronti della Russia. Sono i “guastatori “di Putin in Europa.
Il presidente russo e il suo ministro degli esteri Lavrov credono che per la politica di Mosca sia meglio avere un’Europa disarticolata, fatta da nazioni e non da un’unione. Non è un caso che la prima visita in una paese dell’Ue di Vladimir Putin sia stata fatta in Austria, dove c’è un governo “amico” di Mosca, vista la presenza dell’Fpo, partito che insieme al a Lega ha firmato il patto di cooperazione con Russia Unita.
Mosca preferisce parlare con Vienna e Roma, ora che ci sono i populisti al governo piuttosto che dialogare con Bruxelles, con l’Unione Europea. Nella visione di Mosca, l’Ue è il pupazzo degli Usa, ed è in sé, un problema per Mosca e la sua volontà di ricreare la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica.


E adesso che Matteo Salvini è al governo cosa accadrà?
Quello che posso dire è che nessun leader della destra europea ha un rapporto così intenso con la Russia come quello che ha Matteo Salvini. Un rapporto personale con Vladimir Putin e una relazione politica molto forte con il partito del presidente russo. Sappiamo poi che rappresentanti della Lega sono stati ospitati in Crimea durante il referendum illegittimo per l’annessione da parte della Russia, organizzato dal Cremlino e dai separatisti russi. Ci sono state poi molte municipalità guidate dalla Lega che hanno riconosciuto l’annessione della Crimea.
Ora che Matteo Salvini è al governo penso che non ci debba aspettare un immediato cambiamento di politica estera. Ci saranno aperture a Mosca, ma non quella radicale mutazione di rotta che potrebbe arrivare, invece, più tardi. L’Austria ha criticato le sanzioni; anche Roma lo ha fatto. L’Italia è un paese grande, con un forte peso in Europa. Ma penso che comunque l’Ue abbia tutti la possiblità di “respingere” un’eventuale offensiva su questo tema da parte degli amici di Putin nella Ue.

Cosa farà il nuovo governo italiano per la Russia
Difficile dirlo ora. Mi aspetto che venga organizzato un incontro ad alto livello tra il presidente del consiglio Conte e il Cremlino. C’è da ricordare che la politica italiana nei confronti di Mosca è sempre stata molto comprensiva. Silvio Berlusconi è un altro grande amico di Vladimir Putin. Ci saranno altre discussioni sulle forniture energetiche russe all’Italia. Scommetto che discuteranno anche delle sanzioni, ma penso che Roma non si azzarderà a toglierle da solo.

Ma c’è un coordinamento tra il Cremlino e il leader della Lega Matteo Salvini ?
Noi non abbiamo prove che il Cremlino “guidi” la politica estera del governo italiano o di quello austriaco. Abbiamo il sospetto che in alcuni casi, come per esempio quello ungherese, il governo di Budapest abbia preso dei provvedimenti che oggettivamente siano andati a beneficio della Russia.
Però non possiamo dire che anche in questo caso Putin sia stato il burattinaio.
C’è un altra cosa. Quando sei un partito dell’opposizione, magari piccolo, è più “facile” fare politica a favore della Russia. Ed è anche più facile avere bisogno della Russia. Quando vai al governo le cose possono cambiare. Però c’è una cosa che noi non sappiamo: oltre all’accordo ufficiale tra i due partiti, Lega e Russia Unita, esiste qualche cosa d’altro? C’è qualche patto segreto?

Aggiornato lunedì 11 giugno 2018 ore 10:43

sabato 8 settembre 2018

Lega Ladrona /5

Lega, il riesame conferma la sentenza: "Vanno sequestrati i 49 milioni della truffa"

Il tribunale di Genova conferma la decisione della Cassazione sulla truffa dei rimborsi elettorali del partito dal 2008 al 2010 per cui sono stati condannati in primo grado l'allora segretario Bossi e il tesoriere Belsito




Lega, il riesame conferma la sentenza: Vanno sequestrati i 49 milioni della truffa
















Tutti i conti della Lega vanno sequestrati, fino a raggiungere la somma di 48,9 milioni di euro. È la decisione del tribunale del Riesame di Genova, che ha depositato la tanto attesa sentenza sul sequestro dei fondi del partito del ministro dell'Interno Matteo Salvini. Ha accolto, quindi confermando, le richieste della procura di Genova, che chiedeva il sequestro dei 49 milioni frutto della truffa ai danni dello Stato commessa tra il 2008 e il 2010.
L'effetto concreto è che dopo questa decisione dei giudici del Riesame i conti correnti del partito potranno essere effettivamente sequestrati e le somme congelate. Perché la sentenza è subito esecutiva. Questo vuol dire che la guardia di finanza da questo momento in poi può andare a caccia dei quasi 50 milioni di euro sequestrano tutti i conti direttamente o indirettamente riconducibili alla Lega, così aveva stabilito anche la Cassazione. Al momento sono stati sequestrati circa 3 milioni di euro, trovati sui conti della Lega nazionale e della varie sezioni regionali.
Poi l'attività investigativa si era perciò interrotta e non erano stati toccati i conti correnti riconducibili a organizzazioni legate al Carroccio. Per esempio società e associazioni contigue al partito di Salvini. La sentenza della Cassazione e la conferma di oggi del tribunale del Riesame di Genova danno la possibilità di aggredire anche questo denaro.
Era stata la Cassazione ad aprile a chiamare in causa il Riesame dopo aver accolto la richiesta della procura di potere sequestrare i conti della Lega oltre a quelli già trovati. Il sequestro era stato deciso dal tribunale di Genova dopo la condanna di Bossi, Belsito e dei tre ex revisori contabili per truffa ai danni dello Stato. Nella sentenza della Cassazione avevano stabilito andava sequestrata qualunque somma di denaro riferibile al partito «ovunque venga rinvenuta fino a raggiungere 48,9 milioni».
"E' una vicenda del passato, sono tranquillo, gli avvocati faranno le loro scelte: se vogliono toglierci tutto facciano pure, gli italiani sono con noi". Lo ha detto il ministro degli interni e leader della Lega Matteo Salvini nel corso di una conferenza stampa al Viminale."Io sono tranquillo - ha aggiunto il ministro dell'Interno -continuo a lavorare, i processi e le storie del passato che riguardano fatti di otto o dieci anni fa non mi appassionano". -






All'epoca della sentenza della Cassazione Salvini aveva definito «politico» il verdetto dei giudici. E il tesoriere Giulio Centemero aveva detto:«Forse l'efficacia dell'azione di governo della Lega dà fastidio a qualcuno, ma non ci fermeranno certo così». Non sarà, però, facile per gli investigatori trovare altri soldi. La vicenda dura ormai da oltre un anno, e nel frattempo molte risorse sono state spese.

Ecco perché la Lega deve restituire i 49 milioni. Lo dicono i giudici

Una memoria dell’avvocatura di Stato e la sentenza di Genova spiegano il motivo per cui i soldi dei rimborsi vanno sequestrati

Se qualcuno ha sottratto ai fondi della Lega, 500 mila euro o 800 mila, come fai a contestarmi un finanziamento di 49 milioni, basato sul numero di voti presi?». La tesi esposta lunedì scorso sul Corriere della Sera da Roberto Calderoli, uno dei pochi esponenti storici rimasti al vertice del partito anche adesso che comanda Matteo Salvini, riassume bene la posizione della Lega sulla vicenda dei quasi 50 milioni messi sotto sequestro dalla magistratura. Le stesse argomentazioni sono state ripetute dal tesoriere Giulio Centemero e dal vice premier Salvini. Da qui l’ipotesi «ci attaccano perché diamo fastidio» e le accuse ai magistrati di aver confezionato «una sentenza politica».

In realtà le cose sono molto più semplici. Per capirle basta leggere la sentenza di condanna per truffa ai danni dello Stato comminata in primo grado dal tribunale di Genova lo scorso luglio contro Bossi e Belsito. E la memoria di 60 pagine depositata dall’avvocatura dello Stato in difesa di Camera e Senato, costituitesi parti civili nel processo per truffa.

La coppia Bossi-Belsito spera nel processo d’Appello. Il 12 luglio è stato il giorno della requisitoria della procura generale, che rappresenta l’accusa in secondo grado. Difficile che si arrivi a sentenza entro la fine di luglio. Più probabile che i giudici decidano a settembre. Di sicuro a sostenere la tesi dei pm c’è di nuovo l’avvocatura dello Stato. Che, nella memoria depositata nel giudizio di primo grado, spiega i motivi per cui la Lega non avrebbe dovuto ottenere i rimborsi, e quindi la ragione della richiesta di sequestro dei 49 milioni. I giudici hanno stabilito di confiscare i rimborsi elettorali percepiti negli anni 2008-2009-2010 poiché i bilanci presentati dal partito in quei tre anni erano stati falsificati. «La liquidazione», si legge infatti nella sentenza, «è subordinata all’accertamento della regolarità del rendiconto». Lo prevede la legge, la numero 2 del 1997.

Insomma l’erogazione dei rimborsi era vincolata alla presentazione di un bilancio regolare. Il problema è che in quei tre anni, come dimostrato al processo, i conti del Carroccio erano stati truccati. Attraverso «artifici e raggiri», si legge nella sentenza, sono state «riportate nel rendiconto false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute, in assenza di documenti giustificativi di spesa ed in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico». Proprio in relazione a quest’ultima frase, quella sulle spese estranee alla Lega, i giudici spiegano che «si è proceduto separatamente nei confronti di Francesco Belsito, Umberto Bossi e Renzo Bossi». Questo è il punto su cui si rischia di fare confusione, per lo meno stando alle dichiarazioni di Calderoli. Perché il fatto che Bossi e colleghi abbiano speso soldi per fini personali - le lauree in Albania, ad esempio - non coincide con la truffa nei confronti dello Stato. Quella si chiama appropriazione indebita, reato per il quale il vecchio leader, l’allora tesoriere Belsito e il “Trota” sono stati condannati dal tribunale di Milano.

In altre parole, i soldi che Salvini si dice disposto a mettere di tasca propria non hanno nulla a che fare con i 49 milioni messi sotto sequestro. Quelli, hanno deciso i giudici, la Lega li deve restituire perché percepiti illegalmente. La linea della difesa leghista è molto semplice e si basa su una anomalia del meccanismo: i rimborsi elettorali erano legati al numero di voti presi dal partito, quindi la rendicontazione delle spese era una pura formalità. La sentenza dei giudici di Genova e la memoria dell’avvocatura dello Stato fanno valere una tesi diversa. Come abbiamo detto, la legge del ’97 regolava i rimborsi vincolandoli alla presentazione di regolare bilancio. La successiva modifica del ’99, spiegano i giudici, «attribuiva un rimborso in relazione alle spese elettorali sostenute per le campagne per il rinnovo del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, del Parlamento europeo e dei Consigli Regionali». A un patto, però: che i bilanci non presentassero irregolarità, pena la sospensione dell’erogazione. Ecco perché i giudici, sostenuti in questo dai legali di Camera e Senato, sottolineano il fatto che i conti del Carroccio presentavano «false informazioni circa la destinazione delle spese sostenute». E non si è trattato di spiccioli: nella sentenza si legge che nei tre anni analizzati «mancavano pezze giustificative per i due terzi delle spese del Movimento». Vale a dire circa 46 milioni di euro usciti dalle casse della Lega senza motivo. Per queste ragioni i giudici hanno deciso di sequestrare tutto il rimborso ottenuto dal Carroccio per quegli anni e non solo, come vorrebbe Salvini, il malloppo utilizzato da Bossi e Belsito per scopi privati.

Come mai lo stesso trattamento non è stato riservato alla Margherita? La domanda è stata proposta più volte in questi giorni su giornali e social network. Perché Luigi Lusi, ex tesoriere del partito guidato da Francesco Rutelli, è stato protagonista di vicende molto simili a quelle di Bossi e Belsito, avvenute peraltro negli stessi anni e raccontate da L’Espresso con diverse copertine esclusive. In sostanza Lusi si era intascato parecchi milioni di euro frutto dei rimborsi elettorali, eppure i giudici non hanno sequestrato i soldi al partito. Il motivo sta tutto in una formuletta giuridica: costituzione di parte civile. Mentre la Margherita aveva infatti chiesto i danni a Lusi, ottenendo come conseguenza la restituzione del tesoro, la Lega di Salvini ha scelto di non farlo con Bossi e Belsito.

«Sarebbe uno spreco di tempo e soldi», spiegò all’epoca il ministro dell’Interno. Che non aveva fatto bene i calcoli: la maledizione della truffa è ricaduta infatti anche sull’attuale partito, il quale non solo non otterrà alcun risarcimento ma dovrà restituire il maltolto. Una punizione aggravata dalle valutazioni dell’avvocatura dello Stato.

Nella conclusione della memoria, i legali che rappresentano Camera e Senato definiscono «inqualificabile e scellerato» il comportamento dei protagonisti della truffa, soprattutto perché nel frattempo l’Italia viveva «un buio periodo», scrivono gli avvocati dello Stato, «nel quale i vertici del Paese sono stati costretti ad emanare disposizioni di rigido contenimento della spesa pubblica, tra le quali il blocco della contrattazione e l’aumento dell’età pensionabile con la riforma Fornero e via dicendo. Si rimane pertanto sbalorditi nel sapere che negli stessi anni venivano distribuiti migliaia di euro in nero a dipendenti della Lega tramite le “buste Buffetti”».

L’atto d’accusa dei legali di Camera e Senato mette in relazione l’allegra gestione dei soldi pubblici da parte dei partiti, nel caso specifico della Lega, con il ricorso a drastiche politiche di austerity, come la legge Fornero. Quasi un contrappasso per Matteo Salvini, che sull’abolizione della riforma ha eretto un pezzo del suo successo elettorale.

domenica 2 settembre 2018

La notte della Ragione


Il secolo dello spegnimento dei lumi
di Luca Sofri    

 venerdì 31 agosto 2018






È un post strano, lungo e tirato via. È che abbiamo ordinato da bere delle cose in un bar di Milano, vedendosi tra amici al ritorno delle vacanze, probabilmente troppe cose da bere e troppe vacanze, perché ci siamo impelagati in una riflessione universale sulla piega che stanno prendendo le cose che si è risolta in una lettura apocalittica e disarmante da cui, la mattina dopo, prendo alcune distanze. Non va tutto così male, e conserviamo estese ragioni di felicità: ma ho messo in successione logica le cose – abbozzate – che ci siamo detti, che alcune invece hanno pezzetti di senso, con l’obiettivo indicato nell’ultima frase.
Quando siamo nati, ognuno di noi, eravamo egoisti e ignoranti. Ogni neonato lo è: ma nei secoli le nostre civiltà hanno costruito un’idea di civiltà, appunto, basata sull’idea che sia meglio per tutti – individui e comunità – essere sempre meno egoisti e sempre meno ignoranti. Filosofie, culture, correnti di pensiero, religioni, hanno attecchito su questi presupposti. Che ci sia un bene comune, che si debbano rispetto e sensibilità agli altri esseri umani, che queste cose e la propria felicità si ottengano anche attraverso l’istruzione, la scienza, la cultura. Ci siamo insegnati ad essere più altruisti e più colti, a cominciare a lavorarci appena nati.
L’egoismo non è una cosa binaria, che o lo sei o non lo sei. Tra l’egoismo assoluto di chi pensi solo a se stesso e l’altruismo assoluto di chi ami il suo prossimo come se stesso, qualunque prossimo dei sette miliardi che siamo, ci sono infinite varianti: e ognuno di noi ne vive una. Quando chiamiamo qualcuno egoista è perché ci sembra che il suo disinteresse per gli altri abbia superato un’idea condivisa di solidarietà ed empatia, elastica ma grossomodo chiara; quando lo chiamiamo altruista è perché ci sembra che sia il suo disinteresse per sé a superarla.
Le persone non sono mai completamente egoiste: c’è sempre una comunità di “simili” – o concentriche comunità di simili – a cui ognuno si sente più vicino e per cui ognuno è disposto a sacrificare qualcosa di sé. La propria famiglia, i suoi concittadini, quelli che gli somigliano somaticamente, quelli che condividono la sua cultura, o i suoi interessi, quelli che parlano la sua lingua, i suoi connazionali, gli esseri umani, gli animali.
La spinta a essere meno egoisti e ignoranti che le nostre civiltà hanno costruito e che ci accoglie e circonda quando nasciamo è sempre stato lo stimolo del progresso umano e civile, di quello che gli umani e le loro società hanno saputo diventare: unito agli innati bisogni e ambizioni personali, che abbiamo pure appena nati e sono strumenti essenziali di quel progresso.
Quella spinta ci fa sapere, appena nati, che per ottenere successo, felicità, condizioni di vita migliori, rispetto e amore degli altri, bisogna impegnarsi molto, studiare, imparare, essere umili, trattenere i propri egoismi e prepotenze. Non è facile, impone sacrifici quotidiani, è spesso frustrante, ma ne vale la pena. Più cose si imparano, più si aiutano gli altri, meglio si sta e meglio si fanno funzionare le comunità concentriche intorno a sé, e quindi meglio ancora si sta, eccetera. Un’idea di giustizia e una di efficacia si sommano, e generano benessere, o felicità: più persone contribuiscono, più benessere.
Però sono sacrifici, e frustrazioni, anche: bisogna impegnarsi, lavorare, studiare, tollerare gli altri, accettare che non tutti contribuiscano e non farsene demotivare, trattenere emozioni e reazioni innate perché sterili o controproducenti. È una fatica, tanti non la sopportano e si sottraggono a queste prospettive, preferendo pensare a se stessi a danno degli altri, preferendo le proprie misere e ignoranti sicurezze allo sforzo di comprensione della realtà: per disincentivarli abbiamo costruito un’idea di riprovazione sociale nei confronti di questa fuga dalla responsabilità, da ciò che è giusto e dal bene degli altri. Lo abbiamo chiamato comportarsi male, e siamo stati capaci (complici le religioni, le filosofie, le scuole, secoli di lezioni formidabili) di creare delle contromisure: sanzioni formali, culturali, sociali, sensi di colpa, giudizi morali, vergogna, riprovazione da parte delle comunità e degli individui. Comportarsi male, essere ignoranti, egoisti, prepotenti, irrispettosi, non va bene, abbiamo stabilito. Come tutte le misure repressive ha funzionato per molti umani, non ha funzionato per altri, creando una sofferenza.
È come se in questi tempi stesse scomparendo questo sistema di riprovazione e disincentivi al comportarsi male. È come se questi “altri” resistenti all’impegno e alla fatica di migliorare se stessi e il mondo in cui vivono avessero scoperto che invece che fare tutte quelle fatiche insopportabili per evitare di essere mal giudicati, si possa semplicemente smontare il sistema e la costruzione della civiltà e sostituirli con un’altra costruzione: che dice che no, non bisogna diventare meno egoisti e ignoranti, che va bene così, restare neonati. Nessuna fatica, nessun impegno, oppure molti meno: quelli che bastano per volere il bene di una comunità ridotta intorno a sé. La propria famiglia, i propri amici, i propri molto simili. Al diavolo gli altri. E soprattutto al diavolo quell’idea di bene comune, di progresso, di cultura e altruismo.
Come è successo e come è successo adesso? Per due grandi ordini di ragioni, soprattutto. Uno è che qualcuno è stato capace di costruire delle retoriche efficaci per legittimare questa ribellione: le battaglie contro il “politically correct”, la narrazione populista, gli attacchi alla scienza, agli intellettuali, alla cultura, al “buonismo”, lo svilimento e la calunnia nei confronti del predicare bene ma persino del razzolare bene. Sono tutti fattori di un movimento in parte spontaneo e in parte deliberato che è servito sia ad assolvere le coscienze di egoisti e/o ignoranti che se ne sono fatti interpreti e complici, sia a costruire un progetto di ribaltamento dei valori utile a raccogliere consenso per interessi e ambizioni di ogni scala (fino alla presidenza degli Stati Uniti, per dire).
L’altro ordine di ragioni è un progressivo aumento del senso di frustrazione e delusione di una gran quota di persone rispetto alle aspettative e alle richieste di successo e libertà che le nostre società andavano creando intorno a loro: società che mostrano che studiare fino a finire l’università non consegna più stabilità economiche, e che esaltano e promuovono i successi superficiali di totali ignoranti, per esempio. È la nostra civiltà stessa, o la sua parte progressista, a essersi ritirata dall’impegno sull’istruzione, sulla cultura, sull’estensione del bene comune, convinta che fossero cose che ormai avrebbero proceduto per inerzia: il progresso inarrestabile. Si è “distratta un attimo” e quello si è arrestato, complici le suddette volontà avverse.
Benché tutto sia ciclico e ci siano precedenti a molte cose (la predicazione egoista che progressivamente legittima e teorizza con una retorica efficace e utilitaristica le persecuzioni più disumane, per esempio), qualcosa è completamente nuovo. I campi di concentramento, benché “in molti sapessero”, erano tenuti nascosti, per restare a questo parallelo: un’idea di “male” era conservata e temuta, man mano che lo si praticava. Oggi l’esibizione fotografica dei campi libici per una cospicua parte di persone non genera nessuno scandalo, e casomai una reazione di prezzo necessario, “utile”.
È questa la cosa nuova, se c’è: non stiamo soltanto facendo passi indietro rispetto a un’idea radicata e condivisa di bene, a quell’auspicio di progresso, alla progressiva riduzione di ignoranza ed egoismo: stiamo smontando quell’idea radicata e condivisa, togliendole senso. Non abbiamo solo smesso di seguire il libretto delle istruzioni, stiamo cambiando le istruzioni. Le istruzioni predicate, maggioritarie, vincenti, stanno diventando altre: “le battaglie contro il “politically correct”, la narrazione populista, gli attacchi alla scienza, agli intellettuali, alla cultura, al “buonismo”, lo svilimento e la calunnia nei confronti del predicare bene ma persino del razzolare bene”. Fino all’inversione definitiva, la battaglia contro i fatti: con la demolizione della scienza, con la teoria dei “fatti alternativi”, con la dialettica ingannevole che aggira la verità (“chi ti paga?”, “ben altri sono i problemi”, “e allora quest’altro?”, eccetera). La fine del valore vincente della “ragione”.
In questo contesto, trovare il modo di opporsi e sconfiggere queste nuove istruzioni sembra al momento impossibile: la nuova costruzione è imbattibile e paralizzante, se annulla gli stessi strumenti logici e comunicativi con cui poterla battere, la verità, la scienza, il bene comune, la ragione. Hai voglia a pensare ingenuamente che ricorrendo al passato, alle idee precedenti di progresso e altruismo e giustizia, all’illusione che annullando una momentanea distrazione dal loro ruolo i progressisti mondiali possano tornare a unirsi e rimettere le cose in carreggiata: non c’è più la carreggiata. È come voler diventare ricchi in un mondo che abbia abolito il valore dei soldi: e nei master in economia continuano sventatamente a insegnare come si costruisce un’azienda di successo. E nei dibattiti a sinistra o tra gli intellettuali, oggi, si continua a chiedersi come ritrovare la forza e gli strumenti per far passare istruzioni ridicolizzate e annientate: si pensa che sia un problema di “fronte comune”, di “unire la sinistra”, di appelli, impegni sociali, recuperare contatto, bla bla. Come se ripetere “ho ragione io” con un megafono molto grande convinca più persone che hai ragione tu.
Usare gli strumenti comunicativi dei vincitori – la prepotenza, la falsificazione, l’aggressione, la demagogia – non può funzionare: si diventa come loro, sono i mezzi che definiscono quello che siamo e quello che otteniamo. Fare il bene nella pratica quotidiana ottiene risultati puntuali nella pratica quotidiana, ma non è più un esempio comunicativo efficace: viene accolto con risentimento e disprezzo da chi non lo fa, e calunniato e irriso. Restituire valore alla cultura, all’attenuamento dell’ignoranza individuale, è diventato difficilissimo: la cultura non ottiene più né il rispetto sociale di un tempo, né il successo pubblico o economico di un tempo. Le nostre società e i loro mezzi di comunicazione hanno raccontato che si ottengono successi, popolarità, follower, soprattutto esibendo superficialità e ignoranza (salvo rari casi di grandi talenti artistici) piuttosto che cultura e intelligenza e competenza.
Alle persone di buona volontà rimane di fare del bene nella loro parte di vita e di mondo, più o meno piccola, sperando che non cresca troppo da essere individuata e demolita dalla retorica corrente. E aspettare che le cose cambino in modi imprevisti – capita, nella Storia – o che a qualcuno venga un’idea geniale.

sabato 1 settembre 2018

il piano inclinato del Cialtronismo "sovrano"

Sovranisti col cappello in mano

Usa, Cina, Russia. Il governo fa il giro delle sette chiese, ma i capitali scappano



Il foglio - 25 Agosto 2018



Doveva essere il governo dell’orgoglio patrio e del riscatto nazionale. Finalmente il paese sarebbe stato guidato da una classe politica che va a Bruxelles a battere i pugni e non a sbattere i tacchi, che non si piega alle potenze estere e al capitale straniero. L’impressione, invece, dopo i primi mesi di attività è che il governo del cambiamento stia facendo il classico giro delle sette chiese per un miracolo o al limite un po’ di questua.
La prima tappa del pellegrinaggio è stata la Casa Bianca, dove il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato accolto calorosamente da Donald Trump. Giustamente, perché il presidente americano ha chiesto e ottenuto tutto ciò che voleva: la promessa di una maggiore spesa militare nell’ambito della Nato, la permanenza delle sanzioni alla Russia, il progressivo azzeramento del surplus commerciale italiano nei confronti degli Stati Uniti e la realizzazione del gasdotto Tap. Tutte cose in contrasto con il contratto di governo, ma fa niente, perché è filtrata la soddisfazione per un impegno di Trump ad aiutare l’Italia a domare la bestia dello spread. Al governo ne sono convinti: al momento opportuno Trump dirà ai fondi americani di comprare i bond italiani, garantendoci i rifornimenti e le munizioni per proseguire la nostra guerra contro la sorellastra Germania e l’Europa matrigna. Di certo non aiuta la volontà del governo di revocare la concessione ad Autostrade, visto che azionista di Atlantia è l’americana BlackRock, la più grande società di investimento del mondo. Per il momento, da quando a fine maggio lo spread è schizzato attorno ai 300 punti, il soccorso dei fondi a stelle e strisce non si è visto, anzi.
In due mesi gli investitori esteri hanno portato via dall’Italia sovranista 72 miliardi di euro. Ma magari al momento opportuno BlackRock e gli altri ci riempiranno di dollari, chissà. Nel frattempo il ministro dell’Economia Giovanni Tria vola in Cina per una missione analoga: convincere Pechino a investire da noi. Tutti i suoi predecessori hanno fatto viaggi simili, con scarsi risultati, ma magari Tria ci riesce grazie alle sue ottime relazioni personali con i cinesi.
C’è però un piccolo problema: Pechino è strategicamente in conflitto con Washington per la politica protezionista del nostro partner Trump e anche il premier Conte, alla Casa Bianca, ha attaccato la politica commerciale cinese. Non dovessero arrivare i dollari e neppure gli yuan, c’è l’opzione rublo evocata dal ministro Paolo Savona, che ha già acceso un cero a Putin: in caso di crisi finanziaria e di scontro con la Bce potremmo chiedere alla Russia di diventare il nostro prestatore di ultima istanza. I sovranisti avevano promesso che non avremmo abbassato la testa di fronte alle altre nazioni. Non hanno specificato che saremmo andati sì a testa alta, ma con il cappello in mano.

Il piano B del governo è l’Incidente: un botto che porta fuori dall’euro

Le parole sulla Bce, le folli strategie sui Btp, i capitali in fuga e un sospetto: la tempesta finanziaria è una paura o un auspicio?

Il Foglio - 29 Agosto 2018







Milano. C’è un proverbio indiano che dice “nominare la tigre nella giungla significa farla apparire”. Lo stesso sta più o meno accadendo sui mercati finanziari dal momento dell’insediamento del governo gialloverde. A furia di dire in ogni consesso che “serve un piano B”, accompagnando lo strategico concetto con robusti intendimenti di lassismo fiscale in un baccanale di desideri di spesa pubblica che può essere soddisfatto solo mediante stampa di moneta, anche i più paciosi gestori di portafogli si sono risvegliati dal torpore e hanno iniziato a vendere il nostro debito pubblico. Durante ogni operazione di prosciugamento dei pozzi accade che gli stessi si avvelenino, perché la concentrazione di sostanze tossiche aumenta. E’ quello che l’esecutivo Conte sta facendo in modo sistematico, da settimane, non solo con i Btp.     
Uno dei maggiori profeti dell’autoavveramento è il pertinace ministro degli Affari europei, Paolo Savona, che in anni ha prodotto una copiosa letteratura di piani B. In uno dei quali, un lustro addietro, era prevista la creazione di un veicolo d’investimento, garantito dal patrimonio immobiliare dello stato, destinato a emettere proprio debito, talmente appetibile da indurre i possessori di Btp a effettuare il concambio su base volontaria. 
Durante i sette biblici anni dell’operazione, necessaria secondo Savona a liberarci dal “ricatto” dei mercati, lo stato avrebbe dovuto evitare di emettere nuovo debito e di conseguenza mantenere un rigoroso pareggio di bilancio, assai poco compatibile con le pulsioni di spesa dell’esecutivo di cui Savona fa oggi parte.
Ma è acqua passata, quello che oggi conta è che Savona ribadisca che “un piano B ce l’hanno tutti”. Forse è così, ma non pare particolarmente razionale andare in giro a sbandierarlo, quando devi farti rifinanziare ogni anno 400 miliardi di titoli del debito pubblico. Quello che è peggio, è che anche le “soluzioni” proposte all’architettura istituzionale europea appaiono eufemisticamente velleitarie e talmente lunari da far sospettare che siano solo pretesti per giungere all’Incidente.
Ad esempio, chiedere che la Bce diventi “prestatore di ultima istanza” non significa nulla, visto che già lo è. Diventa forse più chiaro se a quella espressione si attribuisce il significato di “preposta alla monetizzazione del debito pubblico emesso dagli stati”, dal nostro nella fattispecie, il che è ovviamente vietato dai trattati, e anche un bimbo saprebbe che cambiare i trattati su queste basi è impossibile. La variante a questa “idea”, quella di fissare uno spread massimo, è esattamente la stessa violazione al divieto di finanziamento degli stati da parte della Bce, che si occupa di politica monetaria e non di quella fiscale.
Altro punto controverso è quello relativo al reperimento di investitori esteri per i nostri Btp. Che già di per sé stride con le velleità nazionalistiche di riacquisto di tutto il nostro stock di debito, per non dover dipendere dalla “gentilezza degli stranieri”, ma diventa una pièce teatrale che avrebbe potuto scrivere Ionesco quando scopriamo chi sarebbero i candidati acquirenti. La Russia non ha manco occhi per piangere ma dalle nostre parti c’è chi la considera una potenza finanziaria planetaria, al punto da ritenere (sempre Savona, in audizione parlamentare) che basti la loro garanzia, senza bisogno di metterci soldi veri, per far scappare gli speculatori con la coda tra le gambe. Poi abbiamo la Cina, che nel mezzo dello scontro con gli Stati Uniti e dell’emergere di gravi danni inflitti ai paesi di destinazione dei suoi investimenti tramite la “Belt and Road Initiative”, dovrebbe indossare i panni del Cavaliere bianco. Buoni ultimi, gli Stati Uniti di Trump, che ha tutto l’interesse a fare dell’Italia la carica di esplosivo ad alto potenziale per fare implodere la costruzione europea e che qualche buontempone nostrano vede invece attivamente impegnato a istruire nientemeno che la Federal Reserve a comprare i nostri Btp, “perché il suo statuto lo consentirebbe”.
A parte ciò, che pare sostanziarsi nell’ormai familiare “assistetemi, o mi faccio esplodere da solo in una stanza di cemento armato”, possiamo agevolmente individuare il piano B, che è in essenza “l’Incidente”: arrivare a farsi prosciugare il finanziamento estero dei titoli di stato, incolpare Soros del misfatto, e procedere a finanziare la parte mancante del debito pubblico mediante foglietti colorati di foggia identica alle banconote aventi corso legale nella Ue. “Vado pazzo per i piani ben riusciti”, avrebbe detto il colonnello John Hannibal Smith dell’A-Team, se non fosse che occorrerebbe prima convincere i concittadini del “valore fiduciario” di tali foglietti di carta. Ipotizzando che tale fiducia non sia pronta, cieca e assoluta, ne deriverebbero seri problemi al sistema dei pagamenti, con tesaurizzazione delle banconote in euro e scompensi profondi all’operatività delle banche, che sarebbero costrette (ope legis, prima che per acuta decisione del loro management) a contingentare i prelievi e i pagamenti all’estero. Il problema sarebbe tuttavia attenuato dal fatto che andiamo verso la stagione invernale, quindi i pensionati in coda davanti ai bancomat non soffrirebbero il caldo e verosimilmente non avremmo quelle spiacevoli scene di svenimenti viste in Grecia.
Oltre a questi problemi di implementazione, ipotizzando che san Giovanni Tria faccia il miracolo e riesca a tenere i conti sotto controllo, servirà controllare l’emotività di quello, tra i due vicepremier, che pare avere più da perdere se i cordoni della borsa rimanessero stretti, trovandosi a presiedere ministeri che richiedono denaro, e non poco, per placare “la Gente”, e non disponendo del bonus (a basso impatto sui conti pubblici) di bloccare natanti della Guardia costiera da dare in pasto alla folla sovrana.
Quindi sì, servirà molto denaro per venirne a capo. Oppure qualche “moneta di scambio” simbolica, come una grande mobilitazione di masse schiumanti contro ogni intralcio di realtà o giustizia.