Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

lunedì 15 ottobre 2018

I numeri silenti (e silenziati)





Corriere della Sera
Dataroom, di Milena Gabanelli

Italia: calano i reati, ma più armi in casa
A proposito di fake news: il tema più cavalcato in campagna elettorale dal centrodestra è stato quello della sicurezza, sempre abbinato a quello dell’immigrazione. Dichiarazioni come: «L’Italia è in piena emergenza sicurezza!», oppure: «C’è da aver paura, anche nelle nostre case!», non sono mai state supportate da un dato, ma buona parte degli italiani ci ha creduto. I numeri del 2017, che il Corriere presenta in anteprima, dimostrano esattamente il contrario: rispetto al 2016 gli omicidi sono diminuiti dell’11,2%, le rapine dell’8,7%, i furti del 7%.

Se questi dati, forniti dal Ministero dell’Interno e non ancora consolidati, fossero stati disponibili un mese fa, avrebbero modificato il filo narrativo della propaganda? Forse no, perché quando si mette in moto una psicosi collettiva, nulla riesce più a fermarla. Eppure tutti i partiti sanno che in Italia, la tendenza alla diminuzione dei reati con maggiore allarme sociale si è innescata ben quattro anni fa, ma hanno preferito ignorarla. I numeri sono significativi: al netto del calo della popolazione (0,34%), dal 2014 al 2017 gli omicidi sono scesi del 25,3%, i furti del 20,4% e le rapine del 23,4%. Quindi negli ultimi anni l’Italia è diventata via via più sicura, nonostante l’aumento del numero di immigrati.
Più sicure le strade, meno sicure le mura di casa
Tornando ai numeri, si scopre che a essere meno sicure non sono le strade, ma le mura di casa: delle 355 vittime di omicidi commessi nel 2017, 140 sono donne. A ucciderle è sempre un familiare e, nel 75% dei casi, il partner o l’ex. Il dato purtroppo è stabile negli anni: 155 le vittime nel 2014, 143 nel 2015, 150 nel 2016. Lo dice l’ultimo rapporto sul femminicidio pubblicato dall’Eures, l’Istituto di Ricerche economiche e sociali. Analizzando il rapporto del Viminale, relativo agli anni 2014/2016, nelle Regioni dove c’è stato un aumento di omicidi, la percentuale è quasi completamente assorbita proprio dai delitti commessi in famiglia. Il dato del Trentino per esempio è impressionante: +200%. Se si guardano i numeri, però, si scopre che si è passati da 1 omicidio nel 2014 a 3 del 2016, e i 2 morti in più non sono imputabili a un fatto di ordinaria criminalità (e quindi ad una mancanza di sicurezza), ma ad un padre impazzito che ha ucciso la moglie e il figlio. Lo stesso discorso vale per l’Abruzzo (+50%), per il Veneto (+62%), Friuli Venezia Giulia (+600%): una crescita pressoché attribuibile ai femminicidi.
Italia campionessa europea dei furti
Secondo Eurostat, nei principali Paesi europei, esclusi gli atti di terrorismo, si nota invece una tendenza all’aumento dei reati. Sia nel caso dei furti sia in quello degli omicidi volontari. La società più violenta è quella tedesca con 9,22 omicidi per milione di abitanti nel 2016, mentre l’Italia è imbattibile nei furti, con un indice di 20.163 furti per milione di abitanti. Un indice che tuttavia nel nostro Paese è in costante calo, mentre in Francia, Germania e Spagna è in aumento.
L’aumento delle licenze di porto d’armi
Insomma, le dichiarazioni allarmanti, spesso innescate da un fatto di cronaca, riprese da giornali e tv, alla fine hanno insinuato nella testa di molti italiani la percezione di vivere in un Paese poco sicuro. E come si difendono? Armandosi? La fotografia del Viminale è chiara: un aumento del 41.63% delle richieste di licenze di porto d’armi a uso sportivo negli ultimi 4 anni. Solo nel 2017 le licenze in più, rispetto al 2016, sono state 80.416. Forse non proprio tutti appassionati di tiro al piattello o di tiro a segno, mentre è sicuro che questo tipo di licenza è la più facile da ottenere. In calo del 12,01% invece la licenza per difesa personale, dove la procedura è più complessa e viene concessa solo in casi gravi e comprovati ( di solito a chi esercita professioni a rischio rapina); mentre i numeri relativi alla caccia sono stabili negli anni.
Le Regioni in cui si sono registrate il maggior numero di licenze di porto d’armi sportivo dal 2014 al 2016 (i dati regionali 2017 non sono ancora disponibili) sono: Lombardia +43,1%, Marche +42,4%, Molise +52,6%, Basilicata +46,1%. In molte di queste (Lombardia, Molise, Marche) tutte le attività criminali hanno registrato una flessione.
Meglio una porta blindata di un’arma in casa
Non ci sono dati significativi connessi alla reale utilità di girare armati, e all’analisi dei delitti, perché non esiste un monitoraggio nazionale. L’unico andamento collegato e parallelo è quello relativo agli omicidi commessi tra le mura di casa, a causa della presenza di un’arma. Secondo l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia, nel 2017 ci sono stati 36 casi di omicidio, 19 tentati omicidi, 37 minacce di morte e 37 incidenti legati ad armi legalmente detenute. In conclusione: la sicurezza è un tema sul quale sarebbe bene non barare per scopi politici. Meglio placare la paura dei furti con una porta blindata e l’installazione di sistemi di allarme. Anche questo è un mercato in crescita: dal 2015 il fatturato sta aumentando di 200 milioni di euro l’anno, mentre la diciannovesima edizione della fiera sui sistemi di sicurezza che si tiene ogni anno a Milano, si è chiusa lo scorso novembre con un incremento del 35% dei visitatori e del 40% degli espositori.
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domenica 14 ottobre 2018

Reddito di cialtroneria


Così il reddito di cittadinanza renderà i poveri più poveri


Di Maio dice che saranno vietate le spese inutili. Ma così si inchiodano le persone al loro stato
5 Ottobre 2018
Molti, fin troppi, hanno aspramente criticato il capo del M5s per l’annuncio sui controlli che verranno eseguiti, non si sa ancora come, sul modo in cui sarà speso il famoso reddito di cittadinanza, per il quale non si sa ancora dove verranno trovati i soldi. Non saranno consentite spese immorali, ha scandito Di Maio. Inevitabili le critiche e gli sfottò. I social si sono scatenati, con qualche caduta di gusto ma anche con battute fulminanti. I più colti e accigliati hanno messo in guardia contro la deriva verso lo stato etico. Difficilmente la reazione servirà a qualcosa. Il ministro Toninelli una volta ha addirittura evocato lo stato etico come un obiettivo del Movimento, probabilmente non aveva idea di cosa parlasse ma le critiche piovutegli addosso non hanno avuto effetti sui consensi al M5s. Così qui si suggerisce di centrare la critica, se la si vuole rendere forse più incisiva, sull’altro aggettivo usato da Di Maio come spauracchio. Saranno vietate le spese inutili. Se ci si riflette è molto peggio. “Ma questa cosa che ti sei comprato ti serve veramente? Se ne poteva tranquillamente fare a meno”, è l’obiezione di una vecchia zia tirchia, oltre che moraleggiante, che potrebbe benissimo rappresentare l’ideologia del M5s non solo in tema di reddito di cittadinanza. Pensate alla Gronda di Genova o alla Tap pugliese. In questo caso però il concetto espresso da Di Maio contiene il senso di un imbroglio ulteriore. Altro che abolire la povertà. Un povero si sentirà meno povero quando potrà finalmente comprarsi una cosa “inutile”. Vietarglielo vuol dire inchiodarlo al suo stato.


No all’autoritarismo del «reddito di sudditanza»

https://ilmanifesto.it/no-allautoritarismo-del-reddito-di-sudditanza/
di
13 Ottobre 2018

sabato 13 ottobre 2018

Vergognoso in ogni cosa che dice e che fa

Salvini resta inchiodato alla vergogna delle sue parole su Cucchi

Una frase del ministro degli Interni demolita dalle parole che un carabiniere ha rivolto ai magistrati

11 Ottobre 2018

La sorella di Cucchi mi fa schifo, si dovrebbe vergognare per quanto mi riguarda. Difficile pensare che ci siano stati carabinieri che pestarono quello lì per il gusto di pestare.” Di questa dichiarazione del ministro degli Interni oggi resta in piedi un solo assunto: che per lui sia difficile pensare è più che credibile, dimostrato. Anche da quella frase che, come oggi sappiamo, viene demolita dalle parole che un carabiniere ha rivolto ai magistrati, dopo averci pensato superando una difficoltà di qualità diversa da quella che ha spinto il ministro a una dichiarazione violenta e ignobile. Il carabiniere, raccontando lo svolgimento dei fatti, restituisce, sia pure tardivamente, l’onore a se stesso e all’arma cui appartiene. Il ministro resta inchiodato alla vergogna delle sue parole che tra l’altro svelano il suo modo di “pensare”. “Quello lì” potrà almeno avere finalmente giustizia, sia pure da morto. Per i vivi sarebbe di consolazione vedere al Viminale un ministro meno indegno.


venerdì 12 ottobre 2018

Con Mimmo Lucano


Un appello affinché Mimmo Lucano, sindaco di Riace (Calabria/Italia) sia liberato immediatamente 

“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io non ho una Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.”

Accusato di “favoreggiamento verso l’immigrazione clandestina” il sindaco di Riace è agli arresti domiciliari dal 2 ottobre. Si tratta di un arresto per rappresaglia in seguito all’azione coraggiosa di Mimmo Lucano, soprannominato “il sindaco dell’accoglienza” che aveva indetto uno sciopero della fame come protesta contro la politica migratoria disumana del governo italiano. La sua colpa è quella di avere creato nel suo comune di provincia un sistema di accoglienza che funziona. È riuscito a dare sia ad uomini che donne in fuga dalla guerra e dalla miseria condizioni di vita e di lavoro più dignitose, e allo stesso modo anche alla popolazione del luogo. Grazie alla creazione di posti di lavoro (mediatori-mediatrici culturali, insegnanti ecc.) e di nuove formazioni (laboratori artigianali, fattorie pedagogiche) anche i cittadini del luogo sono favoriti da uno stile di vita migliore. Un successo in un territorio dove la mafia e la disoccupazione sono presenti. È questo esempio coraggioso che il governo italiano intende punire. Mimmo Lucano ha dimostrato chiaramente che l’accoglienza dei migranti può andare a pari passo con il dialogo e il benessere dell’intera comunità. È per questo motivo che si ritrova da diversi anni sulla lista nera di ogni partito e movimento che invece specula sulla paura dell’altro e sulla repressione dei migranti con lo scopo di raccogliere più voti.

L’Italia attraversa un momento triste e di una certa gravità: le dichiarazioni scandalose che emettono con regolarità i principali partiti del governo, la Lega e il suo vicepresidente del Consiglio dei Ministri, cancellano i tabù liberando invece i veleni i più terribili: il razzismo e l’odio. Nel Sud dell’Italia, lo sfruttamento vergognoso dei migranti favorisce un numero ridotto di proprietari terrieri, veri schiavisti, quasi tutti di nazionalità italiana. Mimmo Lucano si oppone a questa gente offrendo ai migranti condizioni di vita rispettabili e un lavoro dignitoso. Li protegge da diverse tragedie come quelle vissute quest’estate per le strade mentre i braccianti migranti tornavano dai campi fronteggiandosi con la morte. Gli atti di Mimmo Lucano non sono atti criminali, come pretende lo Stato, ma veri atti di solidarietà.

Di fronte all’offensiva scatenata dal ministro dell’interno Matteo Salvini contro i migranti, insieme ai più poveri e al resto della popolazione che lo sostiene, anche noi vogliamo denunciare quest’arresto esprimendo pubblicamente la nostra totale solidarietà con chi, come Mimmo Lucano, lotta o sta per farlo.Diamo il nostro completo sostegno a Mimmo Lucano, alla sua famiglia e alla popolazione del suo comune, opponendoci all’accanimento di un governo che difende l’odio, che fa della paura il suo simbolo politico.

Perché noi riconosciamo i valori dei diritti umani.

Perché noi difendiamo uno Stato di diritto, fondato sull’indipendenza della giustizia.

Perché noi vogliamo più solidarietà, democrazia, uguaglianza e giustizia sociale.

Perché siamo dal lato di tutti coloro che difendono l’universalità dei diritti sociali e civili.

Perché siamo solidali con quelli che sono messi in fuga da guerre, miseria e catastrofi naturali.

Siamo con Mimmo Lucano e chiediamo che sia liberato immediatamente.

Per firmare spedite una mail a freelucano@gmail.com
  
 





I luoghi comuni da evitare sull'arresto del sindaco di Riace

Lucano si è mosso a metà tra rigore umanitario e astuzia mediterranea. E' la procura di Locri ad aver agito con una logica da “campagna di annientamento” 
3 Ottobre 2018
Sulla vicenda del sindaco di Riace si corre il rischio, sempre in agguato, di non cogliere gli aspetti centrali della questione per soffermarsi in dibattiti sui massimi princìpi, essere presi da eccessi enfatici o peggio ancora cedere alla banalità del luogo comune. Ad esempio, è sicuramente interessante approfondire la differenza fra la disobbedienza civile propriamente detta e l’aggiramento di una legge ritenuta ingiusta. Il discrimine sta nei comportamenti: il disobbediente civile invoca, quasi pretende, la messa sotto accusa per arrivare a un processo che possa costituire la possibile base legale di una modifica o dell’abrogazione della legge iniqua; l’aggiratore, diciamo così, vanifica per quanto può gli effetti della legge, ottenendo risultati sostanziali se pure limitati, e vuole evitare che questi siano vanificati da un intervento giudiziario che certo non sarà lui a sollecitare.

Il sindaco Domenico Lucano si è mosso con rigore umanitario e astuzia mediterranea a metà fra i due comportamenti citati. Ma non è il punto centrale della faccenda. La procura di Locri ha agito con una logica da “campagna di annientamento”, chiedendo gli arresti per 15 persone – il gip ne ha respinti 14 – e ipotizzando una sorta di remake di “mafia capitale” imputando l’affidamento della raccolta rifiuti a una cooperativa di extracomunitari, col rischio di suscitare qualche amara ironia vista la situazione dei comuni della locride in materia. Il senso dell’operazione dà sicuramente l’impressione di derivare dal clima politico prevalente ma non vuol dire che ci si stato un input politico. I regimi nascono quando gli ordini non è più necessario darli. E’ questo il punto centrale.

martedì 25 settembre 2018

Nani e ballerine

Salvini e Di Maio, i tronisti del populismo

Matteo in tv da Barbara D’Urso, bad boy all’italiana come Fabrizio Corona. E Giggino da Giovanni Floris, come a casa sua
24 Settembre 2018 - Il Foglio

“Sono un sequestratore, sono un truffatore, sono un fascista”, dice Matteo Salvini ospite da Barbara D’Urso, subito sommerso da risate e applausi. Ricomincia la stagione televisiva, ripartono i talk, si srotolano i tappeti rossi per i fustigatori delle élite sopraggiunti nel frattempo al governo, ma che importa, sempre “amici del popolo” sono. Un’ovazione lo accoglie all’ingresso dello studio di “Domenica Live”. Una standing ovation che fa subito venire in mente i funerali di Genova e le variopinte manifestazioni d’affetto su e giù per l’Italia vacanziera. Agitatissime le signore: balzano in piedi, battono le mani, urlano in coro: “Ma-tte-o, Ma-tte-o”. Lui si gira, saluta, fa l’inchino. C’è affetto, consenso, fiducia, forse frenesia sessuale, chissà. Più che un ministro o un leader dell’internazionale sovranista, Salvini entra in studio come un tronista, come un idolo del pubblico della factory D’Urso-Maria De Filippi.

A “Domenica Live”, poi, c’è aria di ritorno a casa. Salvini come a un pranzo della domenica con le nonne e le zie: allora Matteo che combini? Come va? Quand’è che ti sposi l’Elisa? Da questo salotto, come si ricorderà, doveva partire l’impeachment contro Mattarella, oggi potrebbe decidersi un’invasione del Lussemburgo. Essere al governo non ha cambiato il protocollo televisivo della scorsa stagione, anche perché nessuno ha la percezione che Salvini vada in tv come ci andavano Alfano o Minniti, cioè da ministro degli Interni, cioè a rendere conto di cose fatte o da fare o numeri o prospettive o flat-tax.

Salvini in tv ci va da premier, leader dell’opposizione, padre di famiglia, padre della patria, leader della Lega, compagno di Elisa Isoardi, vigilantes, guardia costiera, vendicatore delle élite, giustiziere dei migranti clandestini ma soprattutto ci va da italiano. L’intervista di domenica scorsa (16 settembre ndr) nel salotto di Barbara D’Urso dovrà essere mandata a memoria, conservata in un archivio e rivista tra una quarantina d’anni per mettere i posteri nelle condizioni di capirci qualcosa. Lei in abito bianco etno-chic, un po’ “Coachella Style” (omaggio alle nozze dei Ferragnez?), perfetto per scomparire nella lux-aterna di “Domenica Live” e far risaltare uno stivaletto maculato, molto “rodeo-style”, molto “deep South” trumpiano, anche se sono italianissime “Casadei”.

Spiega “la legittima difesa” come la spiegherebbe durante una tombolata in Brianza, fa le gag e in studio si ride a crepapelle
Lui in giacca e camicia bianca con un paio di sovranissimi calzini “Gallo” a righe in bella vista. Si capisce subito che l’intesa è perfetta. “Tu Matteo sei uno del popolo”; spiega Barbara D’Urso, “ti ho visto spesso in spiaggia quest’estate, stai in mezzo alla gente”. Il popolo va in spiaggia, le élite in barca, yacht o Ong. Salvini spiega “la legittima difesa” come la spiegherebbe durante una tombolata in Brianza. Qui c’è anzitutto il “sacrosanto diritto” di difendersi in casa propria: “Se mi trovo in casa una persona armata e mascherata alle tre di notte non sta a me capire se ha un’arma finta ho il diritto di difendermi senza se e senza ma”, perché “a casa degli italiani vige la legittima difesa”. Ovazione da stadio.

Salvini allora fa le gag: dice “mi scusi signor rapinatore, posso difendermi?”; sembra Renato Pozzetto, in studio si ride a crepapelle. Si capisce che si è sintonizzato sul target del programma perché non vede l’ora di tirare fuori la “battaglia per Nonna Peppina”, prima sfrattata, poi tornata a finalmente a casa sua, uno dei successi, comunque la si pensi, di questo governo. Salvini è un fiume inarrestabile, interrotto solo dagli applausi e dalle sponde a forma di domanda che gli dà Barbara D’Urso. “Mi sono arrabbiato e mi arrabbio ogni volta che persone come queste”, dice Salvini parlando del ministro degli Esteri del Lussemburgo, Joan Asselborn, “paragonano i nostri nonni che sono emigrati per andare a lavorare, con i clandestini che spacciano, fanno casino… è un ignorante”. Boato come a un goal dell’Italia ai mondiali. Il Lussemburgo è vicino al Belgio, non c’è neanche bisogno di giocarsi gli italiani in miniera per aizzare il pubblico. Questa cosa dell’operosità degli immigrati italiani sarebbe quantomeno un terreno un po’ scivoloso e delicato perché al mondo abbiamo dato Frank Capra ma anche Al Capone, però che importa, entrambi hanno dimostrato tenacia, creatività, talento; la mafia era una roba complessa da mettere su, mica come questi “negher” che bivaccano, spacciano, stuprano.

Le astrazioni di Di Maio pescano nelle più oscure circumnavigazioni del frasario parastatale, nei calembour dei verbali di condominio
Quando Salvini è ospite dalla D’Urso si capisce ancora meglio su quale modello si è costruito il suo consenso, almeno quello televisivo. Salvini è un bad boy all’italiana come Fabrizio Corona, anche lui in occasione della sua prima uscita televisiva a “Verissimo” dopo “due anni di silenzio”, accolto da un medesimo, isterico bagno di folla: abbracci, urla, strette di mano, selfie. “Se Salvini può fare il ministro dell’Interno”, ha detto una volta Corona, “io posso diventare ministro della Giustizia”. Ovviamente tra i due non scorre buon sangue. Com’è facile intuire non si sopportano. Però Corona e Salvini andrebbero analizzati insieme, due variazioni sul tema del bad boy italiano che sotto sotto piace alle mamme. Due tronisti. Corona è la dilatazione anarcoide, narcisista, sfrenata di Salvini; entrambi corteggiano il lato oscuro del loro pubblico, un pubblico che per Corona (come per il Salvini televisivo) è fatto soprattutto di donne, soprattutto signore, cui con i social si aggiungono tanti adolescenti in cerca di un duro o un cattivo. Salvini e Corona come due “ragazzacci” che fanno leva sulla nostra segreta ammirazione per i cattivi, che poi in fondo così cattivi forse non sono. “Non faccio le cose per stare sotto i riflettori”, spiegava in quell’intervista fiume Fabrizio Corona, “io sono sotto i riflettori; la mia vita è uno storytelling di cui non parlano solo programmi, ma anche quotidiani, telegiornali, tutti. La mia è una storia particolare in un paese particolare”. Come ormai quella di Salvini: “Sono un sequestratore, sono un truffatore, sono un fascista” e le signore sdilinquiscono, come a dire ma ti pare? Siamo tutti fieri di questo ragazzaccio italiano. Sarà pure cattivo, ma chi se ne frega, ogni tanto ci vuole. Ospite da Floris, Michela Murgia dice che “questo paese è senza un narratore”, che “Salvini sta alla verità politica come Wanna Marchi alla verità farmacologica, che è un imbonitore”, ma la verità politica non è esattamente quello che tiene in piedi i talk, né sposta i flussi elettorali. Qualcuno si potrà consolare con i dati auditel: la prima di “Domenica In” con Mara Venier ha battuto “Domenica Live” con Salvini (che però ha battuto Di Maio da Floris). Mara Venier come leader dell’opposizione però è troppo, persino per un Pd orfano della cena a casa Calenda.

Dopo una stagione passata a trasformare in progetto di governo la rabbia degli italiani, la tv populista porta in trionfo le sue creature più promettenti, dunque spazio anche per Di Maio, ospite da Floris per l’esordio di Dimartedì”. In questi cento giorni si è fatto pochino? Non importa, come dice Floris: “siete al top dei consensi”. D’altro canto, “l’opportunità di queste interviste”, spiega Di Maio “è raccontare come stiamo lavorando”. Se lo dice da solo, casomai qualcuno non avesse capito; casomai qualcuno tirasse in ballo il “contraddittorio”. Dall’opposizione all’establishment il mantra televisivo è sempre quello: Salvini e Di Maio sono qui come “emissari del popolo”, sono al governo per fare opposizione e dura lotta alla casta, sono l’esatto contrario del Pd: percepito come élite, governo e “stato” nella sua più nefanda accezione, anche quando sta all’opposizione.

Il mantra televisivo è sempre quello: Salvini e Di Maio sono qui come “emissari del popolo”, sono al governo per fare opposizione
“Vabbè ma questa è l’intervista che potevamo fare prima delle elezioni”, dice giustamente a un certo punto Floris, ma Di Maio lo zittisce. Di Maio è a casa sua. Floris incalza: “Mi scusi ma di quanto sarà la manovra?”. “Questa manovra nei prossimi giorni ne capirete la quantificazione”, dice Di Maio, “dobbiamo fare la crescita economica”, dobbiamo “risolvere i problemi delle persone, dobbiamo migliorare la qualità della vita degli italiani” (lo dice continuamente, un ritornello che abbraccia tutto e tutto spiega: finanza, Europa, fenomeni migratori, piccola impresa, occupazione, un po’ come quando aggancia “del Made in Italy” dietro a “Amazon” o “Netflix”).

L’astrazione discorsiva di Di Maio è molto diversa da quella di Salvini, ma insieme funziona bene. Ospite da Barbara D’Urso, Salvini dice: “Io voglio dare un futuro in Italia ai bimbi che scappano dalla guerra, ma per quello che a Parma ha violentato una donna, un immigrato nordafricano irregolare, la pacchia è finita, per questa gente non c’è più posto”. Applausi e boati. Questo è il cuore del metodo Salvini: lasciare sempre su un piano “universalistico”, dunque “vuoto”, i principi umanitari (“dare un futuro ai bimbi”) e offrire invece alla folla un volto, un nome, un luogo quando si tratta di accendere la rabbia, cioè di esaltare lo scarto tra istanze progressiste irraggiungibili e realtà quotidiana.

Lo notava David Allegranti su questo giornale, nel suo reportage da Pisa che racconta l’avanzata dell’elettorato leghista in quella che era una roccaforte della sinistra-sinistra: “Il centrosinistra pisano ha realizzato grandi opere senza un legame diretto con i quartieri e con i problemi della popolazione, come il Pisa Mover che però ha difficoltà a essere operativo”; di fronte alla rabbia per le vetrate di una scuola che si rompono e non si riescono a riparare in tempi umani e lasciano i “bimbi” a fare ginnastica all’aperto, le grandi opere infrastrutturali sono impotenti o persino controproducenti, viste insomma come uno spreco di soldi pubblici. Così per Salvini: l’accoglienza è sempre un sostantivo astratto, l’“invasione” è nei fatti di cronaca. Le astrazioni di Di Maio pescano invece nelle più oscure circumnavigazioni del frasario parastatale, nei calembour dei verbali di condominio, nell’italianissima paura del parlar chiaro e semplice, andando da “A” a “C” passando per “B”. Così, dopo che Di Maio ha rispiegato per la terza volta a Floris che di “questa manovra nei prossimi giorni ne capirete la quantificazione” ma senza uno straccio di quantificazione, ci si butta sul nemico di sempre: “Quello che è certo”, dice, “è che non avrete più sul groppone l’aereo di Renzi”. La saga “caccia ai jet” continua. La lotta alle auto blu è un ricordo lontano, roba di quando eravamo ragazzi, ora si fa sul serio. Tutti a piedi come Fico, o sacco a pelo in spalla e Airbnb malandati, come il comandante Dibba in Guatemala. Se proprio aereo deve essere: classe economica, come Di Maio, che esibisce sui social il biglietto aereo per la Cina.

“Sono un sequestratore, un truffatore, un fascista” e le signore sdilinquiscono, sarà pure cattivo, ma chi se ne frega, ogni tanto ci vuole
“Questa settimana la tv è degli uomini”, titolava qualche giorno fa a tutta pagina “DipiùTv”. Cominciano Fazio, Giletti, Insinna, Alberto Angela. Dopo la settimana delle donne e gli scontri incrociati Palombelli-Gruber, Venier-D’Urso, il gioco si fa maschio. Forse per questo, ospite anche da Floris, Salvini dice che “con Di Maio siamo una coppia di fatto“. Anche se ora il “ritorno a casa” e la possibile rinnovata intesa col Cav. fa paura a Di Maio e, in effetti, bastava vedersi “Domenica Live” per capirlo. “I rapporti personali con Berlusconi”, diceva Salvini a Barbara D’Urso, “sono sempre stati buoni, perché ho un’enorme stima di lui, perché è stato un grande nella politica, nell’editoria, nella televisione, perché è stato il primo a spezzare il monopolio della Rai”. Ma anche se Salvini e Di Maio dovessero litigare, per un po’ avranno ancora la televisione per continuare la loro saga, come un format, in barba a litigi e separazioni, come Al Bano e Romina. Sarà interessante vedere all’opera i talk nell’anno in cui il governo M5s-Lega sarebbe chiamato almeno in teoria alla prova dei fatti. Sarà interessante vedere il seguito della costruzione televisiva di Matteo Salvini e Luigi Di Maio che ora dovrebbe entrare per forza di cosa nella sua fase adulta.

Intanto, domani (domenica 23 settembre ndr) inizia “Non è l’Arena”, Massimo Giletti mette per il momento da parte i vitalizi e si gioca l’intervista in esclusiva mondiale a Jimmy Bennet, accusatore di Asia Argento, già trattata in apertura della puntata d’esordio di “Domenica In”, con gli opinionisti divisi in “pro” e “contro”, con Mughini, Roberta Bruzzone e Vera Gemma che diceva a Feltri, “lei è un maleducato, ha detto cunnilingus in apertura di puntata”. Si sono sfoderate tutte le pronunce possibili sin qui mai sentite di “Uèistììn” e si è chiuso con Mara Venier che diceva: “Mi raccomando donne, denunciare ma denunciare su-bi-to”. L’effetto-nostalgia ha funzionato, però il modello di riferimento è ormai il trash di Barbara D’Urso. Se chiudono anche i negozi, saremo soli nelle sterminate domeniche sovraniste davanti la tv.



29 mag 2018 13:10
LA VERSIONE DI MUGHINI – ECCO DI MAIO E SALVINI CHE FANNO IL LORO BRAVO COMIZIETTO CUI BARBARA D’URSO ASSISTE BEATA - DI MAIO CHE UTILIZZA L'IMBAMBOLATO FABIO FAZIO PER INSULTARE MATTARELLA - A “MATRIX” DI MAIO E GIORGIA MELONI A PONTIFICARE DA SOLI; NON ACCETTANO CONTRADDITTORIO - LA RESPONSABILITÀ DELLA TV È STATA ED È IMMENSA - SÌ, SIAMO ALL’EMERGENZA DEMOCRATICA. DA QUI ALLE PROSSIME E IMMINENTI ELEZIONI ANDRANNO IN FUMO MILIARDI DI RISPARMI DEGLI ITALIANI. MI CHIEDO SE VI STATE RENDENDO CONTO DI TUTTO QUESTO...”
Giampiero Mughini per Dagospia


Caro Dago, non la finisco di rabbrividire. Apro i giornali e vedo pubblicati i due selfie che Barbare D’Urso s’è fatta ieri pomeriggio rispettivamente con Luigi Di Maio e Matteo Salvini dopo che i due giganti della politica italiana avevano fatto il loro bravo comizietto cui lei aveva assistito beata, compiaciuta di avere sì grandi ospiti e dunque di fare un botto di ascolti e un botto di reddito. 
Mi ero perso Di Maio che a caldo, domenica sera, aveva utilizzato la vetrina della trasmissione di Fabio Fazio a proclamare la sua narrazione dei fatti, non so se ivi compresa la bugia di aver proposto a Sergio Mattarella due nomi per il ministero dell’Economia che non fossero quello di Paolo Savona.
Ieri sera ero ospite a Matrix, dove conduce Nicola Porro che è un giornalista civile e intelligente. Da lui a fare due comizietti da terza elementare erano stati, poco prima di me, Di Maio e Giorgia Meloni, che sta conoscendo una seconda giovinezza da quando corre per l’aria la cialtronesca ipotesi di mettere sotto accusa il presidente della Repubblica. Stavano da soli a pontificare, impettiti, senza pudore. Ho chiesto a Porro il perché. Mi ha spiegato cortese che o è così o non vengono: ossia quei due non accettano contraddittorio.
Ieri sera da Lilli Gruber c’era quell’altro ragazzotto dei 5Stelle, Alessandro di Battista, uno che se la tira molto, convinto che quel nulla che ha in cantina sia un grande patrimonio morale e intellettuale. Il mio vecchio amico Massimo Franco lo guardava con disprezzo, epperò troppo elegante per manifestargli quel disprezzo con i dovuti sostantivi e i dovuti aggettivi. Sì, siamo all’emergenza democratica.
La responsabilità della tv commerciale e popolare è state ed è immensa. Sono anni che dalla buona parte dei canali televisivi la cultura populista spara le sue bordate, che suscitano gli applausi del pubblico all’ingrosso, quello che determina l’impennarsi dello share. Infinito e pregiato è il numero delle macchiette televisive che tuonano rabbiosamente contro il presente, e non è che il presente ne offra pochi di argomenti alla rabbia popolare. Sui canali di Mediaset hanno fatto il buono e il cattivo tempo alcuni giornalisti/conduttori che non si negano nulla in fatto di populismo rabbioso e aggressivo. Alcuni di loro ci sono, altri ci fanno. 
Ho per Maurizio Belpietro un vecchio affetto, solo che quando vedo il titolo odierno sulla prima pagina del suo giornale (Più o meno: “E’ arrivato Cottarelli. Fate attenzione al vostro portafoglio”) mi vengono ancora i brividi, da quanto quel titolo è qualunquista e moralmente indecente.
Mattia Feltri ha magistralmente documentato sulla “Stampa” quel che Di Maio e Salvini dicevano ancora l’altro ieri su Cottarelli (di cui non dimentico purtroppo che non andò a buon fine politico il suo rapporto con un Matteo Renzi che non voleva farsi scavalcare dai populisti). Elogi a non finire. 
Ebbene, oggi lo dipingono come un sicario di non so quali “poteri forti” o complotti dell’Europa contro la volontà popolare espressa dalle elezioni italiane del 4 marzo.
La situazione è da ultimo allarme. Da qui alle prossime e imminenti elezioni andranno in fumo miliardi di risparmi degli italiani. Lo Stato dovrà pagare cifre sonanti per avere di che pagare gli stipendi pubblici a fine mese. Rischiamo di avere al timone del comando ben peggio che Paolo Savona, uomo professionalmente impeccabile. Mi chiedo se vi state rendendo conto di tutto questo.
 Ancora allo scoppio della Seconda guerra mondiale, e pochi mesi prima che entrassero i nazi a Parigi, i ragazzi e le ragazze francesi uscivano a sera e facevano festa, orgogliosi della loro giovinezza. Sono troppo vecchio per assistere al disastro tutto intero. Non invidio i vostri figli, che invece lo vedranno.
 

giovedì 13 settembre 2018

Era Ora

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/09/13/voto-orban-ungheria-parlamento-europeo


Il parlamento europeo dice no a Viktor Orbán e all’estrema destra