Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

domenica 14 ottobre 2018

Reddito di cialtroneria


Così il reddito di cittadinanza renderà i poveri più poveri


Di Maio dice che saranno vietate le spese inutili. Ma così si inchiodano le persone al loro stato
5 Ottobre 2018
Molti, fin troppi, hanno aspramente criticato il capo del M5s per l’annuncio sui controlli che verranno eseguiti, non si sa ancora come, sul modo in cui sarà speso il famoso reddito di cittadinanza, per il quale non si sa ancora dove verranno trovati i soldi. Non saranno consentite spese immorali, ha scandito Di Maio. Inevitabili le critiche e gli sfottò. I social si sono scatenati, con qualche caduta di gusto ma anche con battute fulminanti. I più colti e accigliati hanno messo in guardia contro la deriva verso lo stato etico. Difficilmente la reazione servirà a qualcosa. Il ministro Toninelli una volta ha addirittura evocato lo stato etico come un obiettivo del Movimento, probabilmente non aveva idea di cosa parlasse ma le critiche piovutegli addosso non hanno avuto effetti sui consensi al M5s. Così qui si suggerisce di centrare la critica, se la si vuole rendere forse più incisiva, sull’altro aggettivo usato da Di Maio come spauracchio. Saranno vietate le spese inutili. Se ci si riflette è molto peggio. “Ma questa cosa che ti sei comprato ti serve veramente? Se ne poteva tranquillamente fare a meno”, è l’obiezione di una vecchia zia tirchia, oltre che moraleggiante, che potrebbe benissimo rappresentare l’ideologia del M5s non solo in tema di reddito di cittadinanza. Pensate alla Gronda di Genova o alla Tap pugliese. In questo caso però il concetto espresso da Di Maio contiene il senso di un imbroglio ulteriore. Altro che abolire la povertà. Un povero si sentirà meno povero quando potrà finalmente comprarsi una cosa “inutile”. Vietarglielo vuol dire inchiodarlo al suo stato.


No all’autoritarismo del «reddito di sudditanza»

https://ilmanifesto.it/no-allautoritarismo-del-reddito-di-sudditanza/
di
13 Ottobre 2018

sabato 13 ottobre 2018

Vergognoso in ogni cosa che dice e che fa

Salvini resta inchiodato alla vergogna delle sue parole su Cucchi

Una frase del ministro degli Interni demolita dalle parole che un carabiniere ha rivolto ai magistrati

11 Ottobre 2018

La sorella di Cucchi mi fa schifo, si dovrebbe vergognare per quanto mi riguarda. Difficile pensare che ci siano stati carabinieri che pestarono quello lì per il gusto di pestare.” Di questa dichiarazione del ministro degli Interni oggi resta in piedi un solo assunto: che per lui sia difficile pensare è più che credibile, dimostrato. Anche da quella frase che, come oggi sappiamo, viene demolita dalle parole che un carabiniere ha rivolto ai magistrati, dopo averci pensato superando una difficoltà di qualità diversa da quella che ha spinto il ministro a una dichiarazione violenta e ignobile. Il carabiniere, raccontando lo svolgimento dei fatti, restituisce, sia pure tardivamente, l’onore a se stesso e all’arma cui appartiene. Il ministro resta inchiodato alla vergogna delle sue parole che tra l’altro svelano il suo modo di “pensare”. “Quello lì” potrà almeno avere finalmente giustizia, sia pure da morto. Per i vivi sarebbe di consolazione vedere al Viminale un ministro meno indegno.


venerdì 12 ottobre 2018

Con Mimmo Lucano


Un appello affinché Mimmo Lucano, sindaco di Riace (Calabria/Italia) sia liberato immediatamente 

“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io non ho una Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.”

Accusato di “favoreggiamento verso l’immigrazione clandestina” il sindaco di Riace è agli arresti domiciliari dal 2 ottobre. Si tratta di un arresto per rappresaglia in seguito all’azione coraggiosa di Mimmo Lucano, soprannominato “il sindaco dell’accoglienza” che aveva indetto uno sciopero della fame come protesta contro la politica migratoria disumana del governo italiano. La sua colpa è quella di avere creato nel suo comune di provincia un sistema di accoglienza che funziona. È riuscito a dare sia ad uomini che donne in fuga dalla guerra e dalla miseria condizioni di vita e di lavoro più dignitose, e allo stesso modo anche alla popolazione del luogo. Grazie alla creazione di posti di lavoro (mediatori-mediatrici culturali, insegnanti ecc.) e di nuove formazioni (laboratori artigianali, fattorie pedagogiche) anche i cittadini del luogo sono favoriti da uno stile di vita migliore. Un successo in un territorio dove la mafia e la disoccupazione sono presenti. È questo esempio coraggioso che il governo italiano intende punire. Mimmo Lucano ha dimostrato chiaramente che l’accoglienza dei migranti può andare a pari passo con il dialogo e il benessere dell’intera comunità. È per questo motivo che si ritrova da diversi anni sulla lista nera di ogni partito e movimento che invece specula sulla paura dell’altro e sulla repressione dei migranti con lo scopo di raccogliere più voti.

L’Italia attraversa un momento triste e di una certa gravità: le dichiarazioni scandalose che emettono con regolarità i principali partiti del governo, la Lega e il suo vicepresidente del Consiglio dei Ministri, cancellano i tabù liberando invece i veleni i più terribili: il razzismo e l’odio. Nel Sud dell’Italia, lo sfruttamento vergognoso dei migranti favorisce un numero ridotto di proprietari terrieri, veri schiavisti, quasi tutti di nazionalità italiana. Mimmo Lucano si oppone a questa gente offrendo ai migranti condizioni di vita rispettabili e un lavoro dignitoso. Li protegge da diverse tragedie come quelle vissute quest’estate per le strade mentre i braccianti migranti tornavano dai campi fronteggiandosi con la morte. Gli atti di Mimmo Lucano non sono atti criminali, come pretende lo Stato, ma veri atti di solidarietà.

Di fronte all’offensiva scatenata dal ministro dell’interno Matteo Salvini contro i migranti, insieme ai più poveri e al resto della popolazione che lo sostiene, anche noi vogliamo denunciare quest’arresto esprimendo pubblicamente la nostra totale solidarietà con chi, come Mimmo Lucano, lotta o sta per farlo.Diamo il nostro completo sostegno a Mimmo Lucano, alla sua famiglia e alla popolazione del suo comune, opponendoci all’accanimento di un governo che difende l’odio, che fa della paura il suo simbolo politico.

Perché noi riconosciamo i valori dei diritti umani.

Perché noi difendiamo uno Stato di diritto, fondato sull’indipendenza della giustizia.

Perché noi vogliamo più solidarietà, democrazia, uguaglianza e giustizia sociale.

Perché siamo dal lato di tutti coloro che difendono l’universalità dei diritti sociali e civili.

Perché siamo solidali con quelli che sono messi in fuga da guerre, miseria e catastrofi naturali.

Siamo con Mimmo Lucano e chiediamo che sia liberato immediatamente.

Per firmare spedite una mail a freelucano@gmail.com
  
 





I luoghi comuni da evitare sull'arresto del sindaco di Riace

Lucano si è mosso a metà tra rigore umanitario e astuzia mediterranea. E' la procura di Locri ad aver agito con una logica da “campagna di annientamento” 
3 Ottobre 2018
Sulla vicenda del sindaco di Riace si corre il rischio, sempre in agguato, di non cogliere gli aspetti centrali della questione per soffermarsi in dibattiti sui massimi princìpi, essere presi da eccessi enfatici o peggio ancora cedere alla banalità del luogo comune. Ad esempio, è sicuramente interessante approfondire la differenza fra la disobbedienza civile propriamente detta e l’aggiramento di una legge ritenuta ingiusta. Il discrimine sta nei comportamenti: il disobbediente civile invoca, quasi pretende, la messa sotto accusa per arrivare a un processo che possa costituire la possibile base legale di una modifica o dell’abrogazione della legge iniqua; l’aggiratore, diciamo così, vanifica per quanto può gli effetti della legge, ottenendo risultati sostanziali se pure limitati, e vuole evitare che questi siano vanificati da un intervento giudiziario che certo non sarà lui a sollecitare.

Il sindaco Domenico Lucano si è mosso con rigore umanitario e astuzia mediterranea a metà fra i due comportamenti citati. Ma non è il punto centrale della faccenda. La procura di Locri ha agito con una logica da “campagna di annientamento”, chiedendo gli arresti per 15 persone – il gip ne ha respinti 14 – e ipotizzando una sorta di remake di “mafia capitale” imputando l’affidamento della raccolta rifiuti a una cooperativa di extracomunitari, col rischio di suscitare qualche amara ironia vista la situazione dei comuni della locride in materia. Il senso dell’operazione dà sicuramente l’impressione di derivare dal clima politico prevalente ma non vuol dire che ci si stato un input politico. I regimi nascono quando gli ordini non è più necessario darli. E’ questo il punto centrale.

martedì 25 settembre 2018

Nani e ballerine

Salvini e Di Maio, i tronisti del populismo

Matteo in tv da Barbara D’Urso, bad boy all’italiana come Fabrizio Corona. E Giggino da Giovanni Floris, come a casa sua
24 Settembre 2018 - Il Foglio

“Sono un sequestratore, sono un truffatore, sono un fascista”, dice Matteo Salvini ospite da Barbara D’Urso, subito sommerso da risate e applausi. Ricomincia la stagione televisiva, ripartono i talk, si srotolano i tappeti rossi per i fustigatori delle élite sopraggiunti nel frattempo al governo, ma che importa, sempre “amici del popolo” sono. Un’ovazione lo accoglie all’ingresso dello studio di “Domenica Live”. Una standing ovation che fa subito venire in mente i funerali di Genova e le variopinte manifestazioni d’affetto su e giù per l’Italia vacanziera. Agitatissime le signore: balzano in piedi, battono le mani, urlano in coro: “Ma-tte-o, Ma-tte-o”. Lui si gira, saluta, fa l’inchino. C’è affetto, consenso, fiducia, forse frenesia sessuale, chissà. Più che un ministro o un leader dell’internazionale sovranista, Salvini entra in studio come un tronista, come un idolo del pubblico della factory D’Urso-Maria De Filippi.

A “Domenica Live”, poi, c’è aria di ritorno a casa. Salvini come a un pranzo della domenica con le nonne e le zie: allora Matteo che combini? Come va? Quand’è che ti sposi l’Elisa? Da questo salotto, come si ricorderà, doveva partire l’impeachment contro Mattarella, oggi potrebbe decidersi un’invasione del Lussemburgo. Essere al governo non ha cambiato il protocollo televisivo della scorsa stagione, anche perché nessuno ha la percezione che Salvini vada in tv come ci andavano Alfano o Minniti, cioè da ministro degli Interni, cioè a rendere conto di cose fatte o da fare o numeri o prospettive o flat-tax.

Salvini in tv ci va da premier, leader dell’opposizione, padre di famiglia, padre della patria, leader della Lega, compagno di Elisa Isoardi, vigilantes, guardia costiera, vendicatore delle élite, giustiziere dei migranti clandestini ma soprattutto ci va da italiano. L’intervista di domenica scorsa (16 settembre ndr) nel salotto di Barbara D’Urso dovrà essere mandata a memoria, conservata in un archivio e rivista tra una quarantina d’anni per mettere i posteri nelle condizioni di capirci qualcosa. Lei in abito bianco etno-chic, un po’ “Coachella Style” (omaggio alle nozze dei Ferragnez?), perfetto per scomparire nella lux-aterna di “Domenica Live” e far risaltare uno stivaletto maculato, molto “rodeo-style”, molto “deep South” trumpiano, anche se sono italianissime “Casadei”.

Spiega “la legittima difesa” come la spiegherebbe durante una tombolata in Brianza, fa le gag e in studio si ride a crepapelle
Lui in giacca e camicia bianca con un paio di sovranissimi calzini “Gallo” a righe in bella vista. Si capisce subito che l’intesa è perfetta. “Tu Matteo sei uno del popolo”; spiega Barbara D’Urso, “ti ho visto spesso in spiaggia quest’estate, stai in mezzo alla gente”. Il popolo va in spiaggia, le élite in barca, yacht o Ong. Salvini spiega “la legittima difesa” come la spiegherebbe durante una tombolata in Brianza. Qui c’è anzitutto il “sacrosanto diritto” di difendersi in casa propria: “Se mi trovo in casa una persona armata e mascherata alle tre di notte non sta a me capire se ha un’arma finta ho il diritto di difendermi senza se e senza ma”, perché “a casa degli italiani vige la legittima difesa”. Ovazione da stadio.

Salvini allora fa le gag: dice “mi scusi signor rapinatore, posso difendermi?”; sembra Renato Pozzetto, in studio si ride a crepapelle. Si capisce che si è sintonizzato sul target del programma perché non vede l’ora di tirare fuori la “battaglia per Nonna Peppina”, prima sfrattata, poi tornata a finalmente a casa sua, uno dei successi, comunque la si pensi, di questo governo. Salvini è un fiume inarrestabile, interrotto solo dagli applausi e dalle sponde a forma di domanda che gli dà Barbara D’Urso. “Mi sono arrabbiato e mi arrabbio ogni volta che persone come queste”, dice Salvini parlando del ministro degli Esteri del Lussemburgo, Joan Asselborn, “paragonano i nostri nonni che sono emigrati per andare a lavorare, con i clandestini che spacciano, fanno casino… è un ignorante”. Boato come a un goal dell’Italia ai mondiali. Il Lussemburgo è vicino al Belgio, non c’è neanche bisogno di giocarsi gli italiani in miniera per aizzare il pubblico. Questa cosa dell’operosità degli immigrati italiani sarebbe quantomeno un terreno un po’ scivoloso e delicato perché al mondo abbiamo dato Frank Capra ma anche Al Capone, però che importa, entrambi hanno dimostrato tenacia, creatività, talento; la mafia era una roba complessa da mettere su, mica come questi “negher” che bivaccano, spacciano, stuprano.

Le astrazioni di Di Maio pescano nelle più oscure circumnavigazioni del frasario parastatale, nei calembour dei verbali di condominio
Quando Salvini è ospite dalla D’Urso si capisce ancora meglio su quale modello si è costruito il suo consenso, almeno quello televisivo. Salvini è un bad boy all’italiana come Fabrizio Corona, anche lui in occasione della sua prima uscita televisiva a “Verissimo” dopo “due anni di silenzio”, accolto da un medesimo, isterico bagno di folla: abbracci, urla, strette di mano, selfie. “Se Salvini può fare il ministro dell’Interno”, ha detto una volta Corona, “io posso diventare ministro della Giustizia”. Ovviamente tra i due non scorre buon sangue. Com’è facile intuire non si sopportano. Però Corona e Salvini andrebbero analizzati insieme, due variazioni sul tema del bad boy italiano che sotto sotto piace alle mamme. Due tronisti. Corona è la dilatazione anarcoide, narcisista, sfrenata di Salvini; entrambi corteggiano il lato oscuro del loro pubblico, un pubblico che per Corona (come per il Salvini televisivo) è fatto soprattutto di donne, soprattutto signore, cui con i social si aggiungono tanti adolescenti in cerca di un duro o un cattivo. Salvini e Corona come due “ragazzacci” che fanno leva sulla nostra segreta ammirazione per i cattivi, che poi in fondo così cattivi forse non sono. “Non faccio le cose per stare sotto i riflettori”, spiegava in quell’intervista fiume Fabrizio Corona, “io sono sotto i riflettori; la mia vita è uno storytelling di cui non parlano solo programmi, ma anche quotidiani, telegiornali, tutti. La mia è una storia particolare in un paese particolare”. Come ormai quella di Salvini: “Sono un sequestratore, sono un truffatore, sono un fascista” e le signore sdilinquiscono, come a dire ma ti pare? Siamo tutti fieri di questo ragazzaccio italiano. Sarà pure cattivo, ma chi se ne frega, ogni tanto ci vuole. Ospite da Floris, Michela Murgia dice che “questo paese è senza un narratore”, che “Salvini sta alla verità politica come Wanna Marchi alla verità farmacologica, che è un imbonitore”, ma la verità politica non è esattamente quello che tiene in piedi i talk, né sposta i flussi elettorali. Qualcuno si potrà consolare con i dati auditel: la prima di “Domenica In” con Mara Venier ha battuto “Domenica Live” con Salvini (che però ha battuto Di Maio da Floris). Mara Venier come leader dell’opposizione però è troppo, persino per un Pd orfano della cena a casa Calenda.

Dopo una stagione passata a trasformare in progetto di governo la rabbia degli italiani, la tv populista porta in trionfo le sue creature più promettenti, dunque spazio anche per Di Maio, ospite da Floris per l’esordio di Dimartedì”. In questi cento giorni si è fatto pochino? Non importa, come dice Floris: “siete al top dei consensi”. D’altro canto, “l’opportunità di queste interviste”, spiega Di Maio “è raccontare come stiamo lavorando”. Se lo dice da solo, casomai qualcuno non avesse capito; casomai qualcuno tirasse in ballo il “contraddittorio”. Dall’opposizione all’establishment il mantra televisivo è sempre quello: Salvini e Di Maio sono qui come “emissari del popolo”, sono al governo per fare opposizione e dura lotta alla casta, sono l’esatto contrario del Pd: percepito come élite, governo e “stato” nella sua più nefanda accezione, anche quando sta all’opposizione.

Il mantra televisivo è sempre quello: Salvini e Di Maio sono qui come “emissari del popolo”, sono al governo per fare opposizione
“Vabbè ma questa è l’intervista che potevamo fare prima delle elezioni”, dice giustamente a un certo punto Floris, ma Di Maio lo zittisce. Di Maio è a casa sua. Floris incalza: “Mi scusi ma di quanto sarà la manovra?”. “Questa manovra nei prossimi giorni ne capirete la quantificazione”, dice Di Maio, “dobbiamo fare la crescita economica”, dobbiamo “risolvere i problemi delle persone, dobbiamo migliorare la qualità della vita degli italiani” (lo dice continuamente, un ritornello che abbraccia tutto e tutto spiega: finanza, Europa, fenomeni migratori, piccola impresa, occupazione, un po’ come quando aggancia “del Made in Italy” dietro a “Amazon” o “Netflix”).

L’astrazione discorsiva di Di Maio è molto diversa da quella di Salvini, ma insieme funziona bene. Ospite da Barbara D’Urso, Salvini dice: “Io voglio dare un futuro in Italia ai bimbi che scappano dalla guerra, ma per quello che a Parma ha violentato una donna, un immigrato nordafricano irregolare, la pacchia è finita, per questa gente non c’è più posto”. Applausi e boati. Questo è il cuore del metodo Salvini: lasciare sempre su un piano “universalistico”, dunque “vuoto”, i principi umanitari (“dare un futuro ai bimbi”) e offrire invece alla folla un volto, un nome, un luogo quando si tratta di accendere la rabbia, cioè di esaltare lo scarto tra istanze progressiste irraggiungibili e realtà quotidiana.

Lo notava David Allegranti su questo giornale, nel suo reportage da Pisa che racconta l’avanzata dell’elettorato leghista in quella che era una roccaforte della sinistra-sinistra: “Il centrosinistra pisano ha realizzato grandi opere senza un legame diretto con i quartieri e con i problemi della popolazione, come il Pisa Mover che però ha difficoltà a essere operativo”; di fronte alla rabbia per le vetrate di una scuola che si rompono e non si riescono a riparare in tempi umani e lasciano i “bimbi” a fare ginnastica all’aperto, le grandi opere infrastrutturali sono impotenti o persino controproducenti, viste insomma come uno spreco di soldi pubblici. Così per Salvini: l’accoglienza è sempre un sostantivo astratto, l’“invasione” è nei fatti di cronaca. Le astrazioni di Di Maio pescano invece nelle più oscure circumnavigazioni del frasario parastatale, nei calembour dei verbali di condominio, nell’italianissima paura del parlar chiaro e semplice, andando da “A” a “C” passando per “B”. Così, dopo che Di Maio ha rispiegato per la terza volta a Floris che di “questa manovra nei prossimi giorni ne capirete la quantificazione” ma senza uno straccio di quantificazione, ci si butta sul nemico di sempre: “Quello che è certo”, dice, “è che non avrete più sul groppone l’aereo di Renzi”. La saga “caccia ai jet” continua. La lotta alle auto blu è un ricordo lontano, roba di quando eravamo ragazzi, ora si fa sul serio. Tutti a piedi come Fico, o sacco a pelo in spalla e Airbnb malandati, come il comandante Dibba in Guatemala. Se proprio aereo deve essere: classe economica, come Di Maio, che esibisce sui social il biglietto aereo per la Cina.

“Sono un sequestratore, un truffatore, un fascista” e le signore sdilinquiscono, sarà pure cattivo, ma chi se ne frega, ogni tanto ci vuole
“Questa settimana la tv è degli uomini”, titolava qualche giorno fa a tutta pagina “DipiùTv”. Cominciano Fazio, Giletti, Insinna, Alberto Angela. Dopo la settimana delle donne e gli scontri incrociati Palombelli-Gruber, Venier-D’Urso, il gioco si fa maschio. Forse per questo, ospite anche da Floris, Salvini dice che “con Di Maio siamo una coppia di fatto“. Anche se ora il “ritorno a casa” e la possibile rinnovata intesa col Cav. fa paura a Di Maio e, in effetti, bastava vedersi “Domenica Live” per capirlo. “I rapporti personali con Berlusconi”, diceva Salvini a Barbara D’Urso, “sono sempre stati buoni, perché ho un’enorme stima di lui, perché è stato un grande nella politica, nell’editoria, nella televisione, perché è stato il primo a spezzare il monopolio della Rai”. Ma anche se Salvini e Di Maio dovessero litigare, per un po’ avranno ancora la televisione per continuare la loro saga, come un format, in barba a litigi e separazioni, come Al Bano e Romina. Sarà interessante vedere all’opera i talk nell’anno in cui il governo M5s-Lega sarebbe chiamato almeno in teoria alla prova dei fatti. Sarà interessante vedere il seguito della costruzione televisiva di Matteo Salvini e Luigi Di Maio che ora dovrebbe entrare per forza di cosa nella sua fase adulta.

Intanto, domani (domenica 23 settembre ndr) inizia “Non è l’Arena”, Massimo Giletti mette per il momento da parte i vitalizi e si gioca l’intervista in esclusiva mondiale a Jimmy Bennet, accusatore di Asia Argento, già trattata in apertura della puntata d’esordio di “Domenica In”, con gli opinionisti divisi in “pro” e “contro”, con Mughini, Roberta Bruzzone e Vera Gemma che diceva a Feltri, “lei è un maleducato, ha detto cunnilingus in apertura di puntata”. Si sono sfoderate tutte le pronunce possibili sin qui mai sentite di “Uèistììn” e si è chiuso con Mara Venier che diceva: “Mi raccomando donne, denunciare ma denunciare su-bi-to”. L’effetto-nostalgia ha funzionato, però il modello di riferimento è ormai il trash di Barbara D’Urso. Se chiudono anche i negozi, saremo soli nelle sterminate domeniche sovraniste davanti la tv.



29 mag 2018 13:10
LA VERSIONE DI MUGHINI – ECCO DI MAIO E SALVINI CHE FANNO IL LORO BRAVO COMIZIETTO CUI BARBARA D’URSO ASSISTE BEATA - DI MAIO CHE UTILIZZA L'IMBAMBOLATO FABIO FAZIO PER INSULTARE MATTARELLA - A “MATRIX” DI MAIO E GIORGIA MELONI A PONTIFICARE DA SOLI; NON ACCETTANO CONTRADDITTORIO - LA RESPONSABILITÀ DELLA TV È STATA ED È IMMENSA - SÌ, SIAMO ALL’EMERGENZA DEMOCRATICA. DA QUI ALLE PROSSIME E IMMINENTI ELEZIONI ANDRANNO IN FUMO MILIARDI DI RISPARMI DEGLI ITALIANI. MI CHIEDO SE VI STATE RENDENDO CONTO DI TUTTO QUESTO...”
Giampiero Mughini per Dagospia


Caro Dago, non la finisco di rabbrividire. Apro i giornali e vedo pubblicati i due selfie che Barbare D’Urso s’è fatta ieri pomeriggio rispettivamente con Luigi Di Maio e Matteo Salvini dopo che i due giganti della politica italiana avevano fatto il loro bravo comizietto cui lei aveva assistito beata, compiaciuta di avere sì grandi ospiti e dunque di fare un botto di ascolti e un botto di reddito. 
Mi ero perso Di Maio che a caldo, domenica sera, aveva utilizzato la vetrina della trasmissione di Fabio Fazio a proclamare la sua narrazione dei fatti, non so se ivi compresa la bugia di aver proposto a Sergio Mattarella due nomi per il ministero dell’Economia che non fossero quello di Paolo Savona.
Ieri sera ero ospite a Matrix, dove conduce Nicola Porro che è un giornalista civile e intelligente. Da lui a fare due comizietti da terza elementare erano stati, poco prima di me, Di Maio e Giorgia Meloni, che sta conoscendo una seconda giovinezza da quando corre per l’aria la cialtronesca ipotesi di mettere sotto accusa il presidente della Repubblica. Stavano da soli a pontificare, impettiti, senza pudore. Ho chiesto a Porro il perché. Mi ha spiegato cortese che o è così o non vengono: ossia quei due non accettano contraddittorio.
Ieri sera da Lilli Gruber c’era quell’altro ragazzotto dei 5Stelle, Alessandro di Battista, uno che se la tira molto, convinto che quel nulla che ha in cantina sia un grande patrimonio morale e intellettuale. Il mio vecchio amico Massimo Franco lo guardava con disprezzo, epperò troppo elegante per manifestargli quel disprezzo con i dovuti sostantivi e i dovuti aggettivi. Sì, siamo all’emergenza democratica.
La responsabilità della tv commerciale e popolare è state ed è immensa. Sono anni che dalla buona parte dei canali televisivi la cultura populista spara le sue bordate, che suscitano gli applausi del pubblico all’ingrosso, quello che determina l’impennarsi dello share. Infinito e pregiato è il numero delle macchiette televisive che tuonano rabbiosamente contro il presente, e non è che il presente ne offra pochi di argomenti alla rabbia popolare. Sui canali di Mediaset hanno fatto il buono e il cattivo tempo alcuni giornalisti/conduttori che non si negano nulla in fatto di populismo rabbioso e aggressivo. Alcuni di loro ci sono, altri ci fanno. 
Ho per Maurizio Belpietro un vecchio affetto, solo che quando vedo il titolo odierno sulla prima pagina del suo giornale (Più o meno: “E’ arrivato Cottarelli. Fate attenzione al vostro portafoglio”) mi vengono ancora i brividi, da quanto quel titolo è qualunquista e moralmente indecente.
Mattia Feltri ha magistralmente documentato sulla “Stampa” quel che Di Maio e Salvini dicevano ancora l’altro ieri su Cottarelli (di cui non dimentico purtroppo che non andò a buon fine politico il suo rapporto con un Matteo Renzi che non voleva farsi scavalcare dai populisti). Elogi a non finire. 
Ebbene, oggi lo dipingono come un sicario di non so quali “poteri forti” o complotti dell’Europa contro la volontà popolare espressa dalle elezioni italiane del 4 marzo.
La situazione è da ultimo allarme. Da qui alle prossime e imminenti elezioni andranno in fumo miliardi di risparmi degli italiani. Lo Stato dovrà pagare cifre sonanti per avere di che pagare gli stipendi pubblici a fine mese. Rischiamo di avere al timone del comando ben peggio che Paolo Savona, uomo professionalmente impeccabile. Mi chiedo se vi state rendendo conto di tutto questo.
 Ancora allo scoppio della Seconda guerra mondiale, e pochi mesi prima che entrassero i nazi a Parigi, i ragazzi e le ragazze francesi uscivano a sera e facevano festa, orgogliosi della loro giovinezza. Sono troppo vecchio per assistere al disastro tutto intero. Non invidio i vostri figli, che invece lo vedranno.
 

giovedì 13 settembre 2018

Era Ora

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2018/09/13/voto-orban-ungheria-parlamento-europeo


Il parlamento europeo dice no a Viktor Orbán e all’estrema destra





domenica 9 settembre 2018

Agenti putiniani

I legami tra la Lega e Mosca: l’asse Salvini-Putin e le mosse della grande finanza internazionale

31 maggio 2018

I rapporti fra la Lega e il “regime” in Russia di Vladimir Putin. Fa pensare e riflettere il bell’articolo dell’Avvenire di oggi, il quotidiano dei Vescovi.
“Molto si è detto e scritto – scrive Avvenire – in questi giorni, sul no di Mattarella a Savona come ministro dell’Economia di un eventuale governo Lega-M5s per le sue tesi fortemente euroscettiche. Ma ad agitare ancor più i pensieri delle cancellerie di tutta Europa (e anche del Quirinale) è un altro scenario, noto da tempo eppure stranamente rimasto sotto traccia nel dibattito nazionale: il legame di Matteo Salvini con Russia Unita, il partito nato nel 2001 per sostenere Vladimir Putin. L’ultimo allarme l’ha lanciato, domenica scorsa, Armin Schuster, il presidente (della Cdu) della commissione Servizi del Bundestag, il Parlamento tedesco: un governo giallo-verde non sarebbe motivo di «interrompere» la cooperazione nell’intelligence con Roma, ma nelle vicende che coinvolgono Mosca i contatti potrebbero essere condotti «diversamente» da come avviene ora. Alla base di questa ‘relazione pericolosa’ c’è persino un testo ufficiale, una sorta di altro contratto (come quello siglato con i pentastellati): un «Accordo sulla cooperazione e collaborazione» fra i due partiti. Il testo, in 10 punti, è riportato dal libro ‘Da Pontida a Mosca’, scritto da Fabio Sapettini e Andrea Tabacchini”.
In definita, Salvini (in un governo con i 5 Stelle) potrebbe quasi sicuramente riaprire le relazioni con il governo di Putin, un governo come è noto accusato da tutti i Paesi dell’Europa occidentale e dagli Stati Uniti di aver interferito nelle elezioni tramite fake news e di aver colpito i suoi nemici (basta pensare ai casi del polonio radioattivo denunciati in Gran Bretagna contro ex-spie nemiche giurate di Putin). C’è da dire che proprio ieri Salvini ha detto di ritenere “Putin uno degli uomini di Stato migliori”, forse dimenticando le accuse dei Paesi occidentali contro il presidente sovietico e i metodi utilizzati contro i suoi oppositori politici.
Ma c’è un ulteriore elemento di riflessione finanziaria che questa rubrica vuole inserire nel dibattito: gli Stati Uniti si sono ormai apertamente messi contro il governo russo di Putin, malgrado le accuse di collusione con Trump, comminando sanzioni a Mosca e agli oligarchi. C’è dunque da farsi una semplice domanda. Se davvero il nuovo governo Lega-5Stelle riaprirà a Mosca, come si comporteranno gli investitori internazionali (in gran parte americani e inglesi) che comprano i nostri titoli e il debito italiano? Basta pensare che di recente grandi fondi istituzionali hanno addirittura ceduto le loro quote azionarie in aziende russe, anche se quotate all’estero, per venire incontro alle sanzioni comminate dall’amministrazione americana agli oligarchi. Non c’è dunque un rischio che i grandi investitori americani (un caso emblematico è Blackrock) cominceranno a sottopesare l’Italia nei loro portafogli in caso di aperture a Mosca che non siano in sintonia con la Ue e con gli Stati Uniti? E’ uno dei rischi della rottura di un’alleanza che finora è sempre stata comune contro Mosca. Del resto l’avvertimento è arrivato proprio dal finanziere americano George Soros: “Il nuovo governo italiano è troppo vicino alla Russia, e gli italiani hanno il diritto di sapere se Salvini è stato finanziato da Mosca” ha spiegato Soros dal palco del Festival dell’Economia di Trento.
Ma torniamo alla bella inchiesta dell’Avvenire. “Era poco più di un anno fa – spiega il settimanale – ai primi di marzo del 2017, Salvini era nella capitale russa. Da una parte del tavolo c’era lui, dall’altra Sergey Zheleznyak, 48enne vicesegretario per le relazioni internazionali del partito putiniano, per firmare questo documento: un impegno a promuovere le relazioni fra le due parti, con seminari, convegni, viaggi, basato su un «partenariato paritario e confidenziale», termine, quest’ultimo, quanto mai singolare per la diplomazia internazionale. Uno scambio quanto mai ampio, che comprende anche le «esperienze in attività legislative». Una rete fitta che ha anche alimentato il sospetto, sempre seccamente smentito da Salvini, di finanziamenti diretti di Putin alla Lega, partito peraltro in difficoltà economica. Qual è, allora, lo scopo di questa alleanza? Interessante è l’opinione di Nona Mikhelidze, analista dello Iai (Istituto affari internazionali), riportata lo scorso gennaio dal sito Formiche: «Il Cremlino sa che l’Italia non può uscire da un giorno all’altro dall’Ue. L’obiettivo per il momento è creare caos, ingovernabilità, aiutare quelle forze sovraniste che, per costituzione, chiedono meno Europa»”.
Guarda caso, conferma Avvenire, “esattamente lo scenario che si sta realizzando in queste settimane in Italia. In effetti, la drammatizzata ipotesi di uscita dall’euro sarebbe comunque un processo complesso da portare avanti. Molto più agevole ‘creare’ disordine. Come il primo tempo di una partita. Mettere in crisi la moneta unica resta infatti la via migliore per indebolire l’Europa. Per minarla dalle fondamenta. Un interesse prioritario per la Russia, penalizzata dalle sanzioni Ue in vigore da marzo 2014 e per ora prorogate fino a fine luglio. Senza un Paese ‘forte’ come l’Italia, le sanzioni non potrebbero essere rinnovate (sono votate all’unanimità). Non a caso il «ritiro immediato delle sanzioni» è previsto nello scarno capitolo ‘Esteri’ del contratto gialloverde. In questo filone, la figura di Paolo Savona, economista d’esperienza e stimato (anche e proprio per la sua linea sull’Unione Europea), non è casuale, ma può acquisire un ruolo funzionale nello scacchiere predisposto da Salvini. D’altronde Savona non è noto solo per i suoi riferimenti storici al nazismo dei tedeschi (non graditi sul Colle). Sulla Russia, in un’intervista a Libero, ecco cosa diceva: «Putin è realista. È contrario a un’Europa che lo danneggi. E questa lo danneggia»”.
E qui i riflettori vanno appunto su Paolo Savona. “Anche l’ex ministro del governo Ciampi – dice Avvenire – ha legami storici col mondo russo, coltivati durante la presidenza di Impregilo negli anni Duemila. Ecco che dietro l’opposizione alla figura di Savona – e all’esecutivo leghista-grillino – si può leggere in filigrana la volontà di contrastare un disegno geopolitico orientato a mutare gli equilibri in Europa. Il tramite dell’infatuazione filo-russa del Carroccio è il giornalista Gianluca Savoini, già collaboratore di Salvini e presidente dell’associazione ‘Lombardia Russia’. Prende le mosse nel 2013: da allora, ogni passo politico del Matteo in camicia verde ha ricevuto una qualche ‘benedizione’ russa. Quando, a dicembre 2013, è eletto segretario nel congresso di Torino fra i presenti c’è Viktor Zubarev, parlamentare russo. Da lì cominciano i contatti diretti fra Salvini e Putin. Il 17 ottobre 2014 il leader russo è a Milano per il vertice Asem e, a costo di far aspettare l’amico Berlusconi, incontra per 20 minuti in un hotel il capo lumbard: «Certo, bere un caffè con Putin…», commenta un emozionato Salvini. Segue una lunga serie di ‘pellegrinaggi’ a Mosca. Una ragnatela di contatti. Una settimana fa Salvini era a San Pietroburgo, al forum internazionale, assieme a Paolo Grimoldi, altro deputato leghista che funge da trait-d’union sull’asse Milano-Mosca”.

Analisi. La rete fra la Lega e Putin dietro l'Italia «giallo-verde»
Non c’è solo la battaglia su Savona I timori legati al testo siglato nel 2017 che prevede un «partenariato confidenziale» Il tema sanzioni e le 'influenze' sulle elezioni

Eugenio Fatigante giovedì 31 maggio 2018


La rete fra la Lega e Putin dietro l'Italia «giallo-verde»Molto si è detto e scritto, in questi giorni, sul no di Mattarella a Savona come ministro dell’Economia di un eventuale governo Lega-M5s per le sue tesi fortemente euroscettiche. Ma ad agitare ancor più i pensieri delle cancellerie di tutta Europa (e anche del Quirinale) è un altro scenario, noto da tempo eppure stranamente rimasto sotto traccia nel dibattito nazionale: il legame di Matteo Salvini con Russia Unita, il partito nato nel 2001 per sostenere Vladimir Putin.
L’ultimo allarme l’ha lanciato, domenica scorsa, Armin Schuster, il presidente (della Cdu) della commissione Servizi del Bundestag, il Parlamento tedesco: un governo giallo-verde non sarebbe motivo di «interrompere» la cooperazione nell’intelligencecon Roma, ma nelle vicende che coinvolgono Mosca i contatti potrebbero essere condotti «diversamente» da come avviene ora. Alla base di questa 'relazione pericolosa' c’è persino un testo ufficiale, una sorta di altro contratto (come quello siglato con i pentastellati): un «Accordo sulla cooperazione e collaborazione» fra i due partiti. Il testo, in 10 punti, è riportato dal libro 'Da Pontida a Mosca', scritto da Fabio Sapettini e Andrea Tabacchini.
Era poco più di un anno fa: ai primi di marzo del 2017, Salvini era nella capitale russa. Da una parte del tavolo c’era lui, dall’altra Sergey Zheleznyak, 48enne vicesegretario per le relazioni internazionali del partito putiniano, per firmare questo documento: un impegno a promuovere le relazioni fra le due parti, con seminari, convegni, viaggi, basato su un «partenariato paritario e confidenziale», termine, quest’ultimo, quanto mai singolare per la diplomazia internazionale.
Uno scambio quanto mai ampio, che comprende anche le «esperienze in attività legislative». Una rete fitta che ha anche alimentato il sospetto, sempre seccamente smentito da Salvini, di finanziamenti diretti di Putin alla Lega, partito peraltro in difficoltà economica. Qual è, allora, lo scopo di questa alleanza? Interessante è l’opinione di Nona Mikhelidze, analista dello Iai (Istituto affari internazionali), riportata lo scorso gennaio dal sito Formiche: «Il Cremlino sa che l’Italia non può uscire da un giorno all’altro dall’Ue. L’obiettivo per il momento è creare caos, ingovernabilità, aiutare quelle forze sovraniste che, per costituzione, chiedono meno Europa».
Guarda caso, esattamente lo scenario che si sta realizzando in queste settimane in Italia. In effetti, la drammatizzata ipotesi di uscita dall’euro sarebbe comunque un processo complesso da portare avanti. Molto più agevole 'creare' disordine. Come il primo tempo di una partita. Mettere in crisi la moneta unica resta infatti la via migliore per indebolire l’Europa. Per minarla dalle fondamenta. Un interesse prioritario per la Russia, penalizzata dalle sanzioni Ue in vigore da marzo 2014 e per ora prorogate fino a fine luglio.
Senza un Paese 'forte' come l’Italia, le sanzioni non potrebbero essere rinnovate (sono votate all’unanimità). Non a caso il «ritiro immediato delle sanzioni» è previsto nello scarno capitolo 'Esteri' del contratto gialloverde. In questo filone, la figura di Paolo Savona, economista d’esperienza e stimato (anche e proprio per la sua linea sull’Unione Europea), non è casuale, ma può acquisire un ruolo funzionale nello scacchiere predisposto da Salvini. D’altronde Savona non è noto solo per i suoi riferimenti storici al nazismo dei tedeschi (non graditi sul Colle). Sulla Russia, in un’intervista a Libero, ecco cosa diceva: «Putin è realista. È contrario a un’Europa che lo danneggi. E questa lo danneggia».
Anche l’ex ministro del governo Ciampi ha legami storici col mondo russo, coltivati durante la presidenza di Impregilo negli anni Duemila. Ecco che dietro l’opposizione alla figura di Savona – e all’esecutivo leghista-grillino – si può leggere in filigrana la volontà di contrastare un disegno geopolitico orientato a mutare gli equilibri in Europa. Il tramite dell’infatuazione filo-russa del Carroccio è il giornalista Gianluca Savoini, già collaboratore di Salvini e presidente dell’associazione 'Lombardia Russia'. Prende le mosse nel 2013: da allora, ogni passo politico del Matteo in camicia verde ha ricevuto una qualche 'benedizione' russa.
Quando, a dicembre 2013, è eletto segretario nel congresso di Torino fra i presenti c’è Viktor Zubarev, parlamentare russo. Da lì cominciano i contatti diretti fra Salvini e Putin. Il 17 ottobre 2014 il leader russo è a Milano per il vertice Asem e, a costo di far aspettare l’amico Berlusconi, incontra per 20 minuti in un hotel il capo lumbard: «Certo, bere un caffè con Putin...», commenta un emozionato Salvini. Segue una lunga serie di 'pellegrinaggi' a Mosca. Una ragnatela di contatti. Una settimana fa Savoini era a San Pietroburgo, al forum internazionale, assieme a Paolo Grimoldi, altro deputato leghista che funge da trait-d’union sull’asse Milano-Mosca. Non coinvolto in questa rete, ma molto attivo è poi Luigi Scordamaglia, dinamico presidente di Federalimentare e sorta di 'ufficiale di collegamento' fra il mondo imprenditoriale del Nord e la Lega per la sua attenzione al tema sanzioni, che penalizzano soprattutto l’agroalimentare.
I timori non sono legati solo agli assetti economici, però. Molto forti sono anche quelli per le 'bufale' mediatiche che influenzano le elezioni e i sommovimenti occidentali. Nei 'Palazzi' della politica si ricorda a esempio che, secondo inchieste giornalistiche, l’80% dei tweet a favore dell’indipendenza della Catalogna sono arrivati da account russi o venezuelani. E c’è chi ricorda che, in ogni caso, il nostro 'ancoraggio' agli Stati Uniti deve prevalere. Per una ragione semplice: l’interscambio commerciale fra Usa e Italia prima delle sanzioni era 10 volte più grande di quello con Mosca. Grandezze profondamente diverse che fanno riflettere davanti al rischio di uno spostamento degli equilibri.

Matteo Salvini, l’amico di Mosca

giovedì 07 giugno 2018 ore 13:11
Matteo Salvini a Mosca
I legami tra la Lega di Matteo Salvini e la Russia di Valdimir Putin sono ben noti. La stampa italiana ne ha scritto nelle ultime settimane. Noi ne abbiamo parlato con Krekò Péter, direttore del Capital Institute di Budapest, un think tank d’orientamento liberale. Nel 2015, questo istituto di ricerche sociali e politiche pubblicò un rapporto sui rapporti tra il Cremlino e i partiti dell’estrema destra europea. Nella lista, anche la Lega Nord. Un legame che si è sviluppato con forza negli ultimi anni. Come si vede in questi giorni, con la nascita a Roma del governo giallo-verde. Uno dei primi passi del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata l’apertura alla Russia.

Nel corso degli anni si è parlato anche di un rapporto economico tra la Russia e la Lega. Péter non può confermarlo.
Quello che abbiamo scritto nel rapporto riguarda i rapporti tra il Cremlino e i partiti dell’estrema destra europea. Non abbiamo parlato in modo specifico di finanziamenti da parte della Russia nei confronti di queste forze politiche; abbiamo detto che in alcuni casi c’è il sospetto che soldi siano passati dalle casse di Mosca a quelle di alcune di questi partiti.
Per quanto riguarda la Lega posso solo rilevare che negli ultimi tempi la stampa italiana e austriaca abbia parlato di finanziamenti. Ma è solo, come dicevo, un sospetto.
Comunque sia, finanziamenti o no, l’unica cosa certa è che la Lega Nord è stato uno dei due partiti dell’estrema destra europea ad aver firmato un accordo di cooperazione e coordinamento con il partito di Vladimir Putin, Russia Unita, con il quale condivide la stessa visione ideologica – i valori ultraconservatori cristianni – e con cui è concorde su alcuni temi come, per esempio, l’annessione della Crimea da parte della Russia.


Quale è l’obiettivo di Vladimir Putin nello stringere rapporti con i partiti dell’estrema destra europea come la Lega?
È molto chiaro: vuole destabilizzare l’Unione Europea. Questi partiti diventano i suoi agenti per raggiungere questo obiettivo. I leader di queste formazioni politiche chiedono a grande voce la fine delle sanzioni nei confronti della Russia. Sono i “guastatori “di Putin in Europa.
Il presidente russo e il suo ministro degli esteri Lavrov credono che per la politica di Mosca sia meglio avere un’Europa disarticolata, fatta da nazioni e non da un’unione. Non è un caso che la prima visita in una paese dell’Ue di Vladimir Putin sia stata fatta in Austria, dove c’è un governo “amico” di Mosca, vista la presenza dell’Fpo, partito che insieme al a Lega ha firmato il patto di cooperazione con Russia Unita.
Mosca preferisce parlare con Vienna e Roma, ora che ci sono i populisti al governo piuttosto che dialogare con Bruxelles, con l’Unione Europea. Nella visione di Mosca, l’Ue è il pupazzo degli Usa, ed è in sé, un problema per Mosca e la sua volontà di ricreare la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica.


E adesso che Matteo Salvini è al governo cosa accadrà?
Quello che posso dire è che nessun leader della destra europea ha un rapporto così intenso con la Russia come quello che ha Matteo Salvini. Un rapporto personale con Vladimir Putin e una relazione politica molto forte con il partito del presidente russo. Sappiamo poi che rappresentanti della Lega sono stati ospitati in Crimea durante il referendum illegittimo per l’annessione da parte della Russia, organizzato dal Cremlino e dai separatisti russi. Ci sono state poi molte municipalità guidate dalla Lega che hanno riconosciuto l’annessione della Crimea.
Ora che Matteo Salvini è al governo penso che non ci debba aspettare un immediato cambiamento di politica estera. Ci saranno aperture a Mosca, ma non quella radicale mutazione di rotta che potrebbe arrivare, invece, più tardi. L’Austria ha criticato le sanzioni; anche Roma lo ha fatto. L’Italia è un paese grande, con un forte peso in Europa. Ma penso che comunque l’Ue abbia tutti la possiblità di “respingere” un’eventuale offensiva su questo tema da parte degli amici di Putin nella Ue.

Cosa farà il nuovo governo italiano per la Russia
Difficile dirlo ora. Mi aspetto che venga organizzato un incontro ad alto livello tra il presidente del consiglio Conte e il Cremlino. C’è da ricordare che la politica italiana nei confronti di Mosca è sempre stata molto comprensiva. Silvio Berlusconi è un altro grande amico di Vladimir Putin. Ci saranno altre discussioni sulle forniture energetiche russe all’Italia. Scommetto che discuteranno anche delle sanzioni, ma penso che Roma non si azzarderà a toglierle da solo.

Ma c’è un coordinamento tra il Cremlino e il leader della Lega Matteo Salvini ?
Noi non abbiamo prove che il Cremlino “guidi” la politica estera del governo italiano o di quello austriaco. Abbiamo il sospetto che in alcuni casi, come per esempio quello ungherese, il governo di Budapest abbia preso dei provvedimenti che oggettivamente siano andati a beneficio della Russia.
Però non possiamo dire che anche in questo caso Putin sia stato il burattinaio.
C’è un altra cosa. Quando sei un partito dell’opposizione, magari piccolo, è più “facile” fare politica a favore della Russia. Ed è anche più facile avere bisogno della Russia. Quando vai al governo le cose possono cambiare. Però c’è una cosa che noi non sappiamo: oltre all’accordo ufficiale tra i due partiti, Lega e Russia Unita, esiste qualche cosa d’altro? C’è qualche patto segreto?

Aggiornato lunedì 11 giugno 2018 ore 10:43