Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

sabato 1 giugno 2019

Analisi

Enrico Letta: “Il trionfo della Lega? È una Brexit mascherata che ci isola in Europa”

L'ex presidente del Consiglio italiano: "La vittoria di Salvini fa male all'Italia perché ci isola ancora di più. Ormai è come se fosse una Brexit mascherata. La reazione dei Cinque Stelle alla sconfitta è infantile. Sono come l'apprendista stregone che ha evocato il demone e non sa come fermarlo"

27 maggio 2019

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/05/27/enrico-letta-intervista-elezioni-europee/42301/ 

La Lega trionfa, il Partito democratico regge, il Movimento Cinque Stelle crolla, doppiato dai suoi alleati di governo. I sovranisti crescono ma non sfondando. In Italia il risultato delle elezioni europee è chiaro, ma non è detto che questa possa essere una buona notizia per l'Europa. Per capire quale sarà l ruolo dell'Italia abbiamo intervistato l'ex presidente del Consiglio Enrico Letta ora decano della Scuola internazionale per gli affari di Parigi (Psia): «Tutti si aspettavano una vittoria dei populisti invece il miglior risultato l'hanno fatto i verdi. I sovranisti sono andati bene in Italia e in Francia. Anche se Le Pen era già andata bene nel 2014 e anzi ha ottenuto un risultato leggermente inferiore asciugando il partito gollista dei Chirac e Sarkozy che solo un anno fa aveva preso il 20% con Fillon».
Letta, la Lega ha stravinto le elezioni europee. Cosa succederà ora in Europa?
È un chiaro successo. Ma è stato un voto per il Parlamento europeo, non per quello italiano. La Lega ha fatto un ottimo risultato ma sarà sempre più isolata. E questo isolamento lo pagherà l’Italia perché la maggioranza dei nostri eurodeputati saranno condannati all’irrilevanza, emarginati da tutti gli altri. Al raduno di Milano, Salvini aveva detto che i sovranisti puntavano al secondo posto, subito dopo il Ppe, per obbligare i popolari a fare con loro un’alleanza di destra-centro. Ma l'eurogruppo di Salvini è ora solo quinto all’interno del prossimo Parlamento europeo: vale il 7% e sarà sempre più marginale. La situazione è preoccupante perché l’Italia si auto emargina nell’anno i cui si devono prendere due decisioni chiave. 
Quali?
Il presidente della Commissione europea e della Banca centrale europea. Negli ultimi anni sono queste due scelte fatte nel 2011 e 2014 che hanno cambiato la linea politica europea grazie all’influenza dell’Italia nella decisione. Ricordo che l’ultimo presidente della Bce è l’italiano Mario Draghi e grazie a lui la Bce ha cambiato approccio. L’Italia ha influito anche sulla scelta del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel 2014 che ha cambiato la linea politica dell’austerità del suo predecessore José Manuel Barroso. L’Italia era ai tavoli dove si decideva anche e soprattutto per il suo interesse, ma oggi è fuori e chissà per quanto tempo. Il fatto che in Italia la discussione si è concentrata sul portafoglio economico del commissario italiano dimostra l'arretramento del nostro Paese.
Però al governo farebbe comodo avere un italiano come commissario agli Affari economici o all’Euro.
È una questione secondaria. I commissari europei sono 28: i portafogli sono tutti deboli di per sé. Anzi, il fatto di avere un portafoglio economico importante rende più difficile aiutare il Paese di origine del commissario. Perché c’è una grande attenzione sui conflitti di interesse in Europa. Salvini sta infilando l’Italia in una Brexit mascherata all’italiana.
Cioè?
Metterci così ai margini dai tavoli dove si decidono le cose è come essere usciti dal circolo di chi conta. Siamo diventati come gli ungheresi e i polacchi. Con la differenza che l’Ungheria e la Polonia non hanno l’Euro, mentre noi sì. Non possiamo permetterci un isolamento come questo.
Bisogna riflettere sul crollo impressionante del Movimento Cinque Stelle. Mi colpisce la reazione miope e infantile dei dirigenti grillini. Una bocciatura così sonora dovrebbe farli interrogare sul disastro che hanno creato. Sono come Topolino apprendista stregone nel film Fantasia: hanno evocato un demone e questo li ha mangiati

Enrico Letta
Però se lo sarà spiegato il successo della Lega.
Salvini ha radicalizzato il voto di centrodestra e si è mangiato politicamente Forza Italia. La colpa è anche di Silvio Berlusconi che non ha mai voluto fare il passaggio generazionale e ora ne paga nel conseguenze. Ma stiamo attenti a non commettere un errore.
Quale?
Non dobbiamo avere lo strabismo di credere che il voto delle europee sarà quello delle politiche. In questo tipo di elezioni capitano spesso dei balzi imprevedibili: lo ha dimostrato il 40% del Partito democratico di Renzi cinque anni fa, ma anche Berlusconi nel 2009 quando arrivò al 35%. Per dire, nel 1999 la lista Bonino da sola arrivò all’8%. Il dato politico è che esiste una parte di indecisi importante che non avrà problemi a spostarsi da un partito a un altro. Questo sarà il terreno su cui lavorare per chi vorrà vincere le prossime elezioni.
Secondo lei scopriremo presto cosa voteranno gli indecisi?
Sì, le elezioni nazionali si avvicinano con questo voto. Non ci sono più le condizioni perché la maggioranza al governo regga. Bisogna riflettere sul crollo impressionante del Movimento Cinque Stelle. Mi colpisce la reazione miope e infantile dei dirigenti grillini. Una bocciatura così sonora dovrebbe farli interrogare sul disastro che hanno creato. Sono come Topolino apprendista stregone nel film Fantasia: hanno evocato un demone e questo li ha mangiati.
Però il Pd non è mica al 40% come cinque anni fa.
Ma ha fatto un buon risultato rispetto alle ultime politiche. Ha dimostrato che può essere il baricentro attorno a cui costruire un’alternativa per questo Paese. In Italia bisogna costruire una proposta politica che unisca temi sociali e ambientali, perché la più bella notizia delle elezioni europee è il successo dei verdi, anche se non esistono nell’Europa del Sud: non hanno superato la soglia in Grecia, Spagna e Italia. Però i verdi hanno portato tanti giovani a impegnarsi e a votare, lo vedo qui anche con i miei studenti. L’ambiente è il tema su cui l’Unione europea è all’avanguardia da sempre. Il Partito democratico deve farsi paladino in Europa per far sì che nella nuova maggioranza formata da socialisti, popolari e liberali entrino anche i verdi.
Quali dovranno essere le priorità della prossima commissione europea?
L’Unione europea dovrà affrontare tre temi essenziali: l’ambiente, perché la lotta contro il cambiamento climatico è la vera emergenza di oggi. Ma anche il tema dell’umanesimo tecnologico: cioè la protezione della persona nei grandi cambiamenti che l’automazione e l’intelligenza artificiale porteranno nella nostra società. Il terzo è la questione sociale: c’è bisogno che l’Europa si occupi pesantemente di combattere la disoccupazione giovanile e la povertà. Tutto il resto è secondario.

L’unica vera domanda che ha senso porsi sul Russiagate di Salvini

Possiamo chiederci tutto, sull'incontro dell’Hotel Metropol tra Gianluca Savoini e i russi, sullo scoop di Buzzfeed, sulle “manine” e sulle conseguenze. Ma la domanda è un’altra: perché questo legame tra le potenze stranieri ostili all’Europa e i sovranisti di casa nostra?

13 luglio 2019
Vasily MAXIMOV / AFP
Possiamo ripeterceli all’infinito, i fatti. Possiamo raccontarci all’infinito che Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia - Russia con sede in via Bellerio, leghista di ferro dal 1991, fedelissimo di Bossi e Maroni, vicepresidente del Corecom, l’agenzia di comunicazione di Regione Lombardia, ha incontrato una delegazione di non precisati uomini russi all’Hotel Metropol di Mosca. Possiamo ripeterci finché vogliamo che ciò di cui i sei uomini parlano è la creazione di un fondo nero a favore della Lega da circa 58 milioni di euro per pagare la campagna elettorale di Salvini alle elezioni europee, attraverso la vendita di carburante all’Eni da una non meglio precisata società russa. Possiamo pure ricordare che la Lega, nel frattempo, cercava di far passare all’interno del decreto “Spazzacorrotti” un emendamento che permettesse ai partiti o ad associazioni e fondazioni ad essi legate di ricevere finanziamenti esteri. Possiamo raccontarcela tutta, e possiamo scannarci all’infinito sul fatto che Salvini sapesse o meno quel che stava facendo il suo sodale di partito, possiamo chiederci se un tentativo di corruzione valga come una corruzione fatta e finita, se il discrimine tra innocenza e colpevolezza siano i soldi e il fatto compiuto, se sia lecito o meno che una forza politica italiana prenda i soldi da una potenza straniera, se siano di più le affinità o le divergenze col Pci che prendeva i soldi da Mosca e la Dc che li prendeva da Washington o +Europa che li prende da George Soros, se c’è o non c’è la manina che ha passato le carte prima all’Espresso e poi a Buzzfeed, e possiamo pure passare i prossimi mesi a ipotizzare di chi sia quella manina, se americana, o russa, o italiana, e sia la stessa manina che ha incastrato il vicecancelliere austriaco Heinz-Christian Strache, per lo stesso identico motivo, solo un paio di mesi fa, alla vigilia delle elezioni europee.
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Possiamo pure riempirci la testa di retroscena ed elucubrazioni di Palazzo, sulla tenuta del governo, sull’ipocrisia dei Cinque Stelle, sulla maggiore o minore possibilità di elezioni anticipate, sui su e giù della Lega nei sondaggi, sulla credibilità internazionale dell’Italia, sul nostro ruolo in Europa, sull’impatto che questo ennesimo scandalo avrà sulla manovra di ottobre, su tutto quello che volete.
Perché tutte le grandi potenze esterne e ostili all’Unione Europea vedono nella Lega un interlocutore da finanziare a da sostenere? Perché le politiche della Lega piacciono così tanto a Trump, Putin e Xi Jinping?
Possiamo tutto, ma l’unica vera domanda che ha senso farsi è un’altra. Anzi, sono due.
Uno. perché tutte le grandi potenze esterne e ostili all’Unione Europea di cui noi facciamo parte, dalla Russia di Putin agli Stati Uniti di Trump, sino alla Cina che ha firmato con l’Italia il protocollo d’intesa sulla nuova via della seta vedono nella Lega un interlocutore da finanziare a da sostenere? Perché le politiche della Lega piacciono così tanto a Trump, Putin e Xi Jinping?
Due. Perché una forza che si definisce sovranista come la Lega - decisa cioè a recuperare spazi di sovranità per il proprio Paese - ha la necessità di legarsi mani e piedi a tutte le grandi potenze del pianeta da cui dipendiamo per energia e materie prime, che impongono dazi alle nostre merci, che esercitano una pressione tecnologica e competitiva enorme sulle nostre produzioni, sul nostro benessere, sulla nostra sovranità?
Rispondete a queste due domande. Poi, promesso, ci occuperemo del resto.


Il Russiagate è solo l’antipasto: il progetto di Salvini è un’Italia alla deriva e nemica di tutti


Lo scandalo in cui è impigliata la Lega rivela, in sottotesto, un cambiamento molto più grande e più pericoloso: quello di un partito che cercherà di eliminare l’idea di società aperta e tollerante in nome di nuove alleanze e amicizie


15 luglio 2019

Andreas SOLARO / AFP
Qualcuno ha avuto problemi con Ruby. Qualcuno con lotti (minuscolo) e appalti. Qualcuno infine con Lockheed e rubli, tesori russi e tesori americani d’antan. Di scandali, finanziamenti occulti, riciclaggio e disinvoltura nel negare l’evidenza (dalla nipote di Mubarak a Savoini/Carneade imbucato ai ricevimenti ufficiali, chi era costui?) si sono purtroppo nutrite la prima, la seconda e la caricatura della terza Repubblica con contorno drammatico e inquietante delle trame che hanno ammorbato la storia degli ultimi decenni, dal rapimento Moro alla P2.
Trame in parte ancora oscure, in parte ascrivibili alla Guerra Fredda, al gioco politico/diplomatico in cui l’Italia era impigliata, con tante variabili comprensibili e un po’ paradossali, soltanto se si ripercorre la storia plurisecolare di un Paese invaso, dominato, mai veramente unito, con vocazione al vassallaggio.
C’è un’altra ben più grave problematica che il Russiagate in cui è impigliata la Lega di Salvini ha portato alla ribalta. Ossia la metamorfosi politica, culturale e ideologica del partito
Il PCI, presunto terminale degli interessi e dei finanziamenti di Mosca, preferiva l’ombrellone della Nato. La Fiat degli Agnelli era ben lieta di aprire in Russia le prime fabbriche di automobili italiane. Tutto questo non appartiene al passato, perché tanti rivoli politici, culturali, economici, in buona parte legali e alla luce del sole, ancora oggi, e probabilmente in futuro, irradieranno la ragnatela dei rapporti fra l’Italia e le Grandi Potenze, Russia compresa.
Questa premessa per fare riflettere su un’altra ben più grave problematica che il Russiagate in cui è impigliata la Lega di Salvini ha portato alla ribalta. Ossia la metamorfosi politica, culturale e ideologica del partito, al di là degli affari effettivamente conclusi e dei finanziamenti effettivamente ottenuti sottobanco. Che Salvini chiarisca o meno, che tutto finisca in una bolla di sapone, che qualcuno paghi per davvero e non ci venga raccontato che Savoini è il nipote di Tutankhamon e non è nemmeno leghista, che la Russia abbia davvero interesse a finanziare movimenti sovranisti e abbia la potenzialità di farlo - sono aspetti pesanti, ma secondari di una vicenda che potremmo comunque iscrivere nella storia patria di corruzione e presunti finanziamenti illeciti.
La metamorfosi leghista, confermata dal Russiagate, è invece il vero fatto inquietante che assegna a Matteo Salvini il poco onorevole ruolo di politico più pericoloso d’Europa (copyright l’Economist). Perché dietro alla corsa ad accreditarsi a Mosca (dopo l’inginocchiatoio a Washington che forse ha fatto scattare trappole e ritorsioni dei burattinai) c’è tutta la conversione di uomini, mezzi, programmi e attività politiche e organizzative del movimento fondato da Bossi.
Basta ripercorre le tappe pià significative. Dalle sparate contro i terroni alla più o meno rispettabile esaltazione della Padania, dalla rispettabile battaglia autonomista alle illusioni secessioniste, dalla guerra all’Europa e all’euro alla deriva sovranista e nazionalista per conquistare il consenso popolare anche al Sud.
È lo sfregio di una società che continuamo a ritenere aperta, tollerante, profondamente democratica, ancora europeista, solidale, la deriva autarchica (se non autoritaria)
Dentro questa conversione, ci sono arruolamenti di ex fascisti e ideologici del nazionalismo, lo stillicidio di episodi razzisti e xenofobi sostenuti o tollerati da amministratori locali, i proclami a favore dell’uso delle armi e dell’autodifesa, il supporto culturale e intellettuale di visioni e progetti in rotta di collisione con l’Europa, l’esaltazione della Brexit, i legami con movimenti sovranisti e di estrema destra in Europa, la disinvoltura che porta allo spargimento capillare di slogan, insulti e denigrazione di critici e avversari, la voracità nell’occupazione di spazi culturali e informativi, la pressione sui media, il richiamo a tradizioni ataviche, come se fosse riproducibile una grottesca marcia wagneriana in salsa padana.
In questa conversione, per tanti anni considerata folkloristica e un po’ cialtrona, come le felpe del capitano, ci sono oggi i germi di un pericolo reale che troppi stentano ancora a vedere. Il pericolo che la metamorfosi di un movimento diventi la metamorfosi di un Paese, lo sfregio di una società che continuamo a ritenere aperta, tollerante, profondamente democratica, ancora europeista, solidale, la deriva autarchica (se non autoritaria) di una Nazione che si allontana dall’Europa senza sapere nemmeno dove andare. Avanti tutta, alla deriva.
Ma se questo è la traiettoria, che cosa nasconde il Russiagate se non la genesi di una conversione della collocazione internazionale del Paese, delle Alleanze, dei rapporti con l’Europa, di un laboratorio ideologico e culturale da esportazione, secondo tradizioni novecentesche di cui purtroppo siamo stati specialisti?
 

 

venerdì 22 febbraio 2019

«Resistere è difficile ma possibile»

«Resistere è difficile ma possibile»

La lettera di saluto di Mario Calabresi ai lettori di Repubblica, su come sono cambiati il giornale, l'Italia e il mondo in poco più di tre anni

Gli attacchi e le pressioni che abbiamo ricevuto sono stati pesanti, ci siamo preoccupati ma non abbiamo arretrato perché la cronaca e la storia indicano che mai tutto è perduto, che resistere è difficile ma possibile
19 febbraio 2019
Cari lettori,
lascio la direzione di Repubblica dopo poco più di tre anni, in un mondo radicalmente cambiato e di cui è difficile cogliere il destino. In questi mille giorni siamo passati da Obama a Trump, dai discorsi ispirati ai tweet rancorosi, dal dovere di salvare chi sta affogando al dovere di respingerlo, dagli ultimi fuochi dell'idea di progresso alla chiusura totale nelle nostre paure.
Abbiamo assistito all'ascesa e al declino di un Movimento che prometteva politici nuovi per regalarci invece incompetenza, e di un partito che voleva dividere il Nord dal Sud e ora sta conquistando anche il Meridione in nome di un nuovo nemico, lo straniero. Allo stesso modo declina l'idea di democrazia, messa in un angolo dal fascino perverso degli uomini forti, coloro che si vantano di dire ciò che prima pareva impronunciabile.
 Lascio questo giornale con l'orgoglio e la consapevolezza di aver raccontato tutto questo con chiarezza. Avevamo visto giusto. Ci hanno rimproverato di avere pregiudizi, ci hanno intimato di lasciarli lavorare, ci hanno accusato di lanciare falsi allarmi, invece era chiaro che l'ignoranza e l'improvvisazione ci avrebbero portato fuori strada e che i nuovi razzismi avrebbero lacerato il tessuto del Paese.
Viviamo in un'Italia isolata nel mondo: un risultato ottenuto in tempi record, senza che questo abbia portato alcun giovamento, perseguito solo per dinamiche elettorali interne, per gonfiare i muscoli e mostrare di esistere.
Un percorso di scardinamento della democrazia che si legge nel tentativo di eliminare contrappesi e organi di controllo. Lo vediamo con la Banca d'Italia, con la Consob, con il fastidio verso chi fa opposizione o contro chi semplicemente esercita un diritto di critica, così anche la stampa non fiancheggiatrice diventa nemica del popolo e va messa all'indice.
Abbiamo tenuto la barra dritta, non abbiamo derogato su convinzioni fondamentali come lo spazio europeo, la democrazia liberale, il metodo scientifico e i diritti, che sono prima di tutto quelli dei più deboli e non quelli dei più forti, per definizione già capaci di tutelarsi da soli.
Gli attacchi e le pressioni che abbiamo ricevuto sono stati pesanti, ci siamo preoccupati ma non abbiamo mai arretrato, perché la cronaca e la storia indicano che mai tutto è perduto, che resistere è difficile ma possibile.
Ho sempre praticato la convinzione che ogni volta la notte lascerà posto all'alba, purtroppo per spegnere un incendio ci vuole molto più tempo che ad appiccarlo ma la tenacia e l'impegno sono l'unica scommessa possibile. Per recuperare speranza bisogna andare nei luoghi bollati come perduti. Roma e le sue periferie ne sono l'esempio perfetto: nel momento in cui lo sconforto e la rassegnazione sembravano aver vinto, abbiamo assistito alla nascita di decine, centinaia di comitati spontanei che si sono presi cura di un pezzo di società, che stanno impedendo caparbiamente che la barca affondi per sempre.
L'impegno a Repubblica è stato quello di investire sulla qualità e sulla capacità di innovare. Abbiamo dato nuova energia alle campagne sociali, dalle unioni civili alle sei leggi da salvare, dalla difesa convinta delle ong al rifiuto di una logica che vuole trasformare l'immigrazione in una mera questione di sicurezza. Battaglie solitarie come quella per dare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, naufragata per la pavidità di chi si è arreso alla propaganda della paura.
Abbiamo dato il meglio nel classico giornalismo di inchiesta, penso a Giulio Regeni, a Stefano Cucchi o al lavoro su Daphne Caruana Galizia. C'è stato un modo nuovo di raccontare la cultura, e Robinson ne è l'esempio migliore, di aprire alle diverse voci della stampa europea con Fuoricampo, fino a quel grande laboratorio multimediale che è stato Super8: la stessa storia raccontata in tre linguaggi diversi con il long journalism sulla carta, i documentari per la televisione e le serie per il web.
Resto convinto che il futuro del giornalismo non possa più essere solo nella carta e che la qualità non si possa identificare con una sola piattaforma, per questo abbiamo lavorato su un sistema informativo nuovo e largo, dai video alle newsletter, dalla presenza sui social a Repubblica delle Idee, dai supplementi ai tanti inserti settimanali. Abbiamo sperimentato molto e con successo in un tempo di tempestosa transizione: ne è davvero valsa la pena.
Sono orgoglioso di aver aumentato la presenza di firme femminili e aver dato spazio anche ai più giovani.
Da oggi questo giornale passa nelle mani sicure di Carlo Verdelli, persona che stimo per preparazione e tenacia, professionista dotato di una straordinaria capacità artigianale di scovare e raccontare grandi storie e fenomeni sociali.
A tutti voi che ci leggete ogni giorno e ai colleghi con cui ho navigato un abbraccio affettuoso e soprattutto un grande grazie. 
 
 

sabato 26 gennaio 2019

Trumputin... Trumputin...


Trump avvera i sogni di Vladimir Putin


giovedì 24 gennaio 2019

Senza scrupoli, senza vergogna, senza umanità -segue


Gino Strada: "Siamo governati da una banda per metà fascisti e per metà coglioni"

Il fondatore di Emergency: "La fortezza Europa è un'idea hitleriana"



"Gli esseri umani non sono sacchi di patate, che vengono dirottati, tu ne prendi 10, io 15. Ma dico siamo impazziti? Questo è un mondo di barbari. Qui stiamo tornando con le stesse logiche di tempi che speravamo non dovessero più ripresentarsi. Questa idea di un europa che si chiude con muri è un'idea che ha un nome molto chiaro: l'idea della fortezza europa è un'idea hitleriana". Lo dice Gino Strada, fondatore di Emergency 'Circo Massimo' su Radio Capital.
Strada continua: "Siamo di fronte a un governo razzista e fascista che non ha nessun problema a lasciar morire persone. Non è una grande novità perché questo terreno è stato preparato dal governo precedente e dal ministro degli Interni precedente".
Il Movimento 5 stelle sulla linea di Salvini, spiega, "è un segnale terribile. Quando alla fine si è governati da una banda dove una metà sono fascisti e l'altra metà sono coglioni non c'è una grande prospettiva per il paese".
Di Salvini, Strada dice: "Mi stupisce la completa disumanità di questo signore. È un atteggiamento che non è soltanto non solidale o indifferente, ma è gretto, ignorante. È un atteggiamento criminale, questi sono dei criminali, dobbiamo svegliarci ci stanno ammazzando la gente sotto i nostri occhi e li sta ammazzando un governo che, purtroppo, molti italiani hanno anche assecondato e votato". Per il medico "il nuovo fascistello, che indossa tutte le divise possibili eccetto quella dei carcerati, non ha preso il 90 per cento dei voti".
Il fondatore di Emergency prosegue: "I cittadini devono organizzare una resistenza di fronte a questa nuova barbarie, a questo nuovo fascismo misto a incompetenza e a bullismo che sta dilagando. Credo che gli italiani non siano questi mostri che vengono dipinti, ma siano sempre stato un popolo molto solidale e aperto. Sarebbe ora di farsi sentire. Mi rifiuto di credere che in Italia ci sia stato questo cambiamento antropologico in pochi anni".
Pronta la risposta di Matteo Salvini. Gino Strada, afferma, mi definisce oggi "disumano, gretto, ignorante, fascistello, criminale". Solo??? Evidentemente la fine della mangiatoia dell'immigrazione clandestina li sta facendo impazzire. L'Italia ha rialzato la testa, possono insultarmi mattina, pomeriggio e sera: tutte medaglie, io non mollo!!! Grazie amici, vi voglio bene, e a chi ci odia mandiamo baci"


Diciotti, il Tribunale su Matteo Salvini: “Era un obbligo salvarli, ma pose veto arbitrario per finalità politiche”



Per il Tribunale dei ministri di Catania fu "illegittima la privazione della libertà dei migranti" e il vicepremier era consapevole che a bordo c'erano minori non accompagnati. Secondo i magistrati le dichiarazioni dei prefetti sulla richiesta di un porto sicuro furono "rettificate". Il capo del Dipartimento immigrazione: "Bloccata la catena di comando"

di  
Il Fatto Quotidiano, 24 Gennaio 2019


Era un obbligo salvarli. Questo significava non solo fornire un luogo sicuro, ma garantirne la sicurezza, le necessità primarie – come il cibo, un alloggio, le cure mediche – e anche il trasporto a una destinazione vicina e finale. Ma i 177 migranti della Diciotti – tra cui 27 ragazzini tra i 14 e i 16 anni e due bambine – rimasero cinque giorni a bordo di una nave ormeggiata sotto il sole in piena estate dopo aver affrontato un estenuante viaggio durato numerosi giorni. A quella destinazione vicina o finale pose “arbitrariamente il proprio veto” Matteo Salvini per “finalità politiche”.
È lunga 53 pagine la relazione con cui il Tribunale dei ministri di Catania, presidente Nicola La Mantia e giudici Sandra Levanti e Paolo Corda, chiede al Senato di procedere contro il ministro dell’Interno per sequestrato aggravato dall’abuso di potere e perché era consapevole che sulla nave militare, di fatto territorio italiano, c’erano minori non accompagnati. “Non c’erano ragioni tecniche ostative allo sbarco bensì la volontà politica del senatore Salvini di portare all’attenzione dell’Ue il caso Diciotti per chiedere – scrivono i giudici – ai partner europei una comune assunzione di responsabilità del problema della gestione dei flussi migratori, sollecitando una redistribuzione dei migranti sbarcati in Italia”. Dal 20 al 25 agosto quelle persone furono private della loro libertà. Sulla nave “c’erano condizioni precarie” e il leader della Lega, sostengono i giudici, lo sapeva. I giudici individuano una data ben precisa in cui il reato ha inizio ovvero quando, dopo aver sbarcato a Lampedusa 13 migranti che necessitavano di cure mediche, la Diciotti attracca a Catania.
Il sequestro, per i magistrati, inizia il 20 agosto “allorquando, previa indicazione formale del Pos (Place of saferty ovvero il porto sicuro), veniva autorizzato lo sbarco dei migranti“. Ma in realtà rimasero tutti in attesa di un via libera che sembrava non arrivare mai. Salvini non ha depositato memorie, né ha depositato memorie. Ma in quei giorni in cui il vicepremier non indietreggiava di un millimetro contemporaneamente sosteneva che voleva essere processato.
“Illegittima privazione della libertà dei migranti”
I magistrati citano la Costituzione e ovviamente tutte le convenzioni internazionali che regolano il soccorso in mare per sostenere l’individuazione di un reato che prevede come pena massima 15 anni. “Occorre chiarire quali siano i doveri degli Stati, le relative competenze e i limiti di discrezionalità esistenti nella gestione del fenomeno del soccorso in mare, che coniuga aspetti di assoluto rilievo costituzionale, quali quelli attinenti al diritto alla vita, alla libertà e al rispetto della dignità umana, nonché alla gestione dei flussi migratori e alle correlate problematiche inerenti alla sicurezza e all’ordine pubblico di uno Stato sovrano…. Va osservato – ricordano i giudici -. come l’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare… Le convenzioni, cui l’Italia ha aderito, costituiscono un limite alla potestà legislativa dell stato… assumendo rango gerarchico superiore rispetto alla disciplina interna”. E, in base agli art.10, 11 e 117 della Costituzione, “non possono costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’autorità politica”.
Salvini, nella sua qualità di ministro, per i giudici ha violato quelle convenzioni “non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili per l’Immigrazione – costituente articolazione del ministero dell’Interno – di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22.30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, così determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave “U.Diciotti” ormeggiata nel porto di Catania dalle ore 23.49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età”.
“Attendismo per finalità politiche”, Tribunale non censura
I giudici chiamano “attendismo” il comportamento di Salvini e individuano anche le “finalità politiche” di non dare esito sin dal 17 agosto alla richiesta di un porto sicuro. “Dopo l’insediamento del nuovo governo, il senatore Matteo Salvini, nella sua qualità di ministero dell’Interno, pur rimanendo inalterata la procedura amministrativa” per assegnare il Pos (Palce of safety) “ha ritenuto di dare seguito a un proprio convincimento politico, che aveva costituito uno dei cardini della campagna elettorale quale leader del partito della Lega, secondo cui i migranti giunti nel nostro territorio nazionale non sbarcherebbero in Italia bensì in Europa con la conseguenza che il correlato problema dell’accoglienza dovrebbe essere gestito a livello europeo, con una ripartizione degli Stati membri dell’Ue… Dunque l’unica vera ragione che ha indotto il ministro a non autorizzare tempestivamente lo sbarco è da rinvenire nella sua ‘decisione politica’ di attendere l’esito della riunione che si sarebbe tenuta” il 24 agosto al livello europeo per il caso. I giudici si sono chiesti se al responsabile del Viminale dovesse essere applicata la scriminante (articolo 51 cp) che contempla l’esercizio di un diritto o adempimento di un dovere. Ma la risposta è stata no, perché secondo i magistrati lo sbarco dei 177 non poteva costituire “un problema cogente di ordine pubblico per diverse ragioni”. 
“Strumentale e illegittimo utilizzo di una potestà amministrativa”
Secondo il Tribunale “le scelte politiche o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati” e ricordano come la Corte costituzionale abbia già evidenziato che la libertà personale è un che “non può subire attenuazioni”. I giudici distinguono tra atto politico, che è insindacabile, e atto amministrativo “adottato sulla scorta di valutazioni politiche” ed è in questo ultimo campo che inseriscono l’azione di Salvini. Per questo i giudici aggiungono che “va sgomberato il campo da un possibile equivoco e ribadito come questo Tribunale intenda censurare non già un “atto politico” dell’esecutivo “bensì lo strumentale ed illegittimo utilizzo di una potestà amministrativa di cui era titolare il dipartimento delle libertà civili per l’immigrazione che costituisce articolazione del ministero dell’Interno presieduto dal senatore Salvini, essendo stata l’intera vicenda – ragionano i giudici –  caratterizzata da un’evidente presa di posizione di quest’ultimo, che ha bloccato e influenzato l’iter della procedura amministrativa. Dietro l’attendismo che ha portato il ministro dell’Interno a non esitare tempestivamente la richiesta di Pos formulata in data 17 agosto da Mrcc Roma, non c’erano ragioni tecniche ostative allo sbarco bensì la volontà politica del senatore Salvini di portare all’attenzione dell’Ue il caso Diciotti per chiedere ai partner europei una comune assunzione di responsabilità del problema della gestione dei flussi migratori, sollecitando una redistribuzione dei migranti sbarcati in Italia”.
Capo immigrazione: “Fu bloccata catena di comando”
Tra gli atti inviati a Palazzo Madama c’è anche il verbale il capo del Dipartimento delle libertà civili e immigrazione del Viminale, il prefetto Gerarda Pantalone, proprio in merito alla mancata assegnazione del Pos alla Diciotti. “Il ministro dell’Interno non ha ancora formalmente comunicato il Pos (il porto sicuro, ndr.) e quindi tutta la catena di comando, dal centro verso la periferia, rimane bloccata in attesa delle determinazioni di carattere politico del signor ministro dell’Interno”. Nelle 53 pagine di provvedimento i giudici affermano che il centro di coordinamento dei soccorsi di Roma (Imrcc) ha avanzato al Dipartimento tre diverse richieste di Pos, il 15, il 17 e il 24 agosto. E ci sono state “rettifiche sospette” da parte dei prefetti del Viminale ascoltati dai magistrati.
Per accertare la “rilevanza penale” delle tre richieste, aggiungono, va preliminarmente stabilito quale di queste debba essere considerata “tipica”, vale a dire “idonea a fondare in capo al Dipartimento l’obbligo normativo di provvedere tempestivamente”. Secondo i giudici la prima, quella del 15, deve essere ritenuta “atipica”, dunque priva dei presupposti normativi. Diverso il discorso su quella del 17 che gli stessi protagonisti hanno definito ‘formale’. La definisce così, ad esempio, la stessa Pantalone quando fa riferimento “all’ordine ricevuto dal prefetto Piantedosi, capo di gabinetto del ministro dell’Interno e costantemente in contatto” con Salvini. “Il 17 agosto, intorno alle 22.30, Mrcc ha avanzato una formale richiesta di Pos…è stata girata al prefetto Piantedosi il quale ribadì che non poteva indicare un Pos e che occorreva attendere”. Parole confermate dal vicario del Dipartimento, il prefetto Bruno Corda, che in quei giorni era in servizio. “Il 17 agosto è pervenuta al mio ufficio una vera richiesta di Pos”. Corda informa anche lui Piantedosi e anche a lui il capo di Gabinetto dice “di attendere disposizioni…”.
Prefetti rettificarono dichiarazioni su richiesta del porto sicuro
Entrambi i prefetti però, dicono i giudici, sentiti nuovamente dal Tribunale dei ministri di Palermo il 25 settembre “rettificano le precedenti dichiarazioni, qualificando la richiesta di Pos del 17 agosto come ‘anomala’”. Una circostanza “alquanto peculiare”. E aggiungono: “al di là della ‘sospetta’ rettifica delle precedenti dichiarazioni da parte dei prefetti Pantalone e Corda, è convincimento di questo tribunale…che la richiesta del Pos del 17 agosto presentasse tutti i requisiti che giustificassero una pronta risposta da parte del competente Dipartimento del ministero dell’Interno”.  Dunque, concludono i giudici, “l’omessa indicazione del Pos” dopo la richiesta delle 22.30 del 17 agosto “da parte del dipartimento per le libertà civili e immigrazione, dietro precise direttive del ministro dell’Interno, ha determinato…una situazione di costrizione a bordo delle persone soccorse fino alle prime ore del 26 agosto (quando veniva avviata la procedura di sbarco a seguito dell’indicazione del Ps rilasciata nella tarda serata del 25) con conseguente apprezzabile limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l’elemento oggettivo del reato ipotizzato”. I giudici ritengono anche che vada “censurata la dichiarazione” del capo di gabinetto del ministro Matteo Salvini resa al Tribunale dei ministri sulla vicenda della nave Diciotti. Secondo Piantedosi, che era stato indagato dal procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio per sequestro di persona, “nonostante la nave fosse ormeggiata al porto di Catania per numerosi giorni non avrebbe determinato alcuna violazione della convenzione SAR e dei susseguenti protocolli attuativi“.