Il Blog delle malefatte sindacali a Malpensa (e non solo)

sabato 17 giugno 2017

Primati italioti


Prima gli italiani
di Mattia Feltri
La Stampa -  16/06/2017
Dibattito in Parlamento sullo ius soli. Ferito numero uno: il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che durante un assalto dei senatori leghisti ai banchi del governo all’aula di Palazzo Madama è caduta ed è stata medicata in infermeria con cerotti e antidolorifici, ma ha rassicurato tutti via Twitter. Ferito numero due: Gianmarco Centinaio, capogruppo della Lega, che nel corso della suddetta rissa è stato ferito a una mano da ben sette commessi del Senato, ed è stato medicato alla buvette con del ghiaccio provvidenzialmente sottratto al Campari.
Feriti numero tre e numero quattro: due ragazzi di CasaPound che, col resto della truppa di nerboruta destra, cercavano di raggiungere il Senato (ignari che dentro se la stessero cavando benissimo anche senza di loro), e sono stati fermati dalla polizia a manganellate (com’è ironica certe volte la vita). Feriti numero cinque, sei eccetera fino al sessantotto: sessantaquattro manifestanti di Forza Nuova, dunque sempre di nerboruta destra, denunciati perché pure loro cercavano di raggiungere il Senato, cantando inni fascisti e salutando romanamente, e sono stati bloccati con gli idranti. Quindi feriti nell’orgoglio, ma feriti. Ferito numero sessantanove: il presidente Piero Grasso che appena prima di questi edificanti accadimenti si è preso ben tre «vaffanculo» dal senatore leghista Raffaele Volpi. Anche lui ferito nell’autorevolezza, ma ferito. Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno: se le sono date fra di loro. Prima gli italiani.

mercoledì 31 maggio 2017

Trumputin /4


Il mistero dell’account twitter di Trump, cresciuto di cinque milioni di follower in meno di tre giorni
Gli analisti: “Qualcuno lo sta aiutando, è chiaro che è imminente un’operazione”. Malcolm Nance: “C’è il supporto della cyberguerra della Russia? La maggioranza sono bot”
Pubblicato il 30/05/2017
La Stampa – Mondo - jacopo iacoboni

Se succedesse in Italia, chi potrebbe farlo? L’account twitter di Donald Trump ha guadagnato, in meno di tre giorni, cinque milioni di follower, e defollowato a valanga gli autori di tweet anche solo lievemente critici. Cosa sta succedendo nella rete ingegnerizzata pro Trump, chi ci sta lavorando sopra, e per fare cosa? Si prepara una gigantesca operazione di distrazione di massa, connessa magari ai guai del Russiagate del presidente che potrebbero - in prospettiva - travolgere la Casa Bianca? 
Sono in molti gli osservatori più attenti (e una nuova figura di cyberwarriors per la democrazia, che in America sta nascendo) che si stanno facendo queste domande in queste ore. Negli Stati Uniti ma anche nella parte di mondo politico europeo più consapevole. Chi muove questa operazione? E, appunto, di che tipo di operazione si tratta, per caso di una information operation? Si prepara una distorsione dei fatti, o una distrazione di massa? 
Anne Applebaum, editorialista del Washington Post, usa un’immagine suggestiva, «i bot nelle reti automatizzate sono le camicie brune del ventunesimo secolo». Le analisi sull’account di Trump suggerivano, già prima di questo episodio, che una cifra variabile di suoi follower fossero automatizzati (una cifra tra il 25 e il 50%). Ora Malcolm Nance, trentacinque anni nell’intelligence americana, autore di un libro molto bello, The Plot to Hack America, domanda: «Il supporto della cyber guerra russa sta incrementando la crescita di Trump su twitter? Si tratta di un indicatore chiave, nell’intelligence, che dice di un’imminente, grandiosa azione politica». Uno dei primi ad accorgersi che c’era un’operazione in corso è stato The Jester - un hacktivist (o cyberwarrior) inserito da Time nella classifica delle trenta persone più influenti al mondo dell’ultimo anno. Bene: The Jester ritiene senza esitazioni che se fa questo, «Trump si sta preparando a qualcosa». Altri commentatori (per esempio Sarah Kendzior) ricordano che sta succedendo qualcosa di molto strano proprio come all’indomani dell’inaugurazione della presidenza Trump, cioè che «anche tantissimi utenti reali vengono forzati, a loro insaputa, a seguire l’account di Trump». 
Racconta una nostra fonte che nella rete social pro Trump, dopo le elezioni vittoriose, c’è stata una discussione di fondo tra chi voleva (almeno momentaneamente) frenare (se non altro le pratiche più spregiudicate) e chi invece spinge per accelerare. Jeff Giesea potrebbe appartenere ai primi, mentre non è stato mai dichiarato ufficialmente il ruolo giocato da una società - la Vizsense - nella campagna web trumpiana. Quella società, ha raccontato il Washington Post, è gestita da Jon Iadonisi, ex socio del generale Flynn, e ex Navy Seals. Iadonisi in passato si è occupato di guerriglia social in ambiti militari (in guerra, propriamente). La domanda che viene di fronte a queste dinamiche - del tutto simili a quanto avvenuto in Inghilterra nella campagna per la Brexit, ma non così dissimili, nel design matematico, da una rete italiana - mette paura: si stanno applicando sempre più massicciamente - tra l’altro, da attori spesso non dichiarati - tecniche di provenienza militare alla politica delle democrazie in tempi civili? 

domenica 9 aprile 2017

Trumputin /3

Condivido integralmente da http://www.ilpost.it/2017/03/12/trump-complottismo/

Trump ha sdoganato il complottismo


di Paul Musgrave - The Washington Post

La diffusione di bugie e teorie complottiste è diventata la norma, e il Washington Post scrive che le conseguenze maggiori le avvertiremo fra qualche anno


domenica 12 marzo 2017

Lo scorso fine settimana il presidente americano Donald Trump ha accusato il suo predecessore Barack Obama – senza fornire nessuna prova – di aver dato l’ordine di intercettare i suoi telefoni durante la campagna elettorale per le presidenziali. È solo l’ultimo caso di una serie sconcertante di teorie del complotto che Trump e la sua cerchia hanno promosso nell’ultimo anno. Nel 2017 il palese disprezzo da parte del presidente degli Stati Uniti per la verità per ottenere vantaggi politici a breve termine è la nuova normalità. Ma non è una cosa normale.
Sono tempi pericolosi per la democrazia. A meno di due mesi dall’inizio del suo mandato, il pericolo non è più che Trump legittimi la mentalità complottista. È già successo. Oggi le pagine dei giornali sono piene di teorie del complotto, voci e vere e proprie bugie, come hanno dimostrato ancora una volta le vicende del fine settimana (tra gli esempi precedenti ci sono le accuse false di Trump su presunti enormi brogli elettorali e le forzature sul recente raid dei Navy SEAL in Yemen). La cosa di gran lunga peggiore è che queste falsità ora potrebbero determinare la linea politica del governo in diversi settori, come le politiche sull’immigrazione e i diritti civili; e a lungo termine il danno compiuto dalla normalizzazione delle bugie potrebbe minacciare il contratto sociale su cui si fonda la democrazia stessa.
L’ostilità verso i fatti è al centro dello stile di governo di Trump. Trump e i i suoi consiglieri non ribadiscono teorie del complotto in maniera innocente, sia che si parli di brogli elettorali perlopiù immaginari o dell’accusa falsa secondo cui il padre del senatore Repubblicano Ted Cruz avrebbe avuto a che fare con l’assassinio del presidente John F. Kennedy. Ormai è difficile non sospettare che lo schema con cui vengono citate ripetutamente falsità e voci sia qualcosa di più di una semplice coincidenza. Se li giudichiamo attenendoci solamente ai risultati, i metodi di Trump si sono dimostrati straordinariamente efficaci. Come ha evidenziato il politologo della University of Miami Joe Uscinski l’anno scorso, gli elettori hanno premiato Trump per aver raccontato bugie in campagna elettorale.
Come hanno fatto le teorie del complotto a diventare un problema? Il livello di fiducia in molte istituzioni sul lungo periodo ha avuto un ruolo fondamentale. Come hanno detto i politologi Joanne Miller, Kyle Saunders e Christina Farhart, per credere a una teoria del complotto di successo bisogna innanzitutto credere che delle figure importanti siano disposte a cospirare contro i cittadini, una posizione che difficilmente viene adottata da chi crede che le scelte o le posizioni delle élite siano, se non le migliori, per lo meno giuste. Con l’aumento della diffidenza nei confronti delle autorità, più persone sono diventate suscettibili alle storie su come della brava gente come loro viene tradita dalle perfide élite.
La crescente polarizzazione politica ha fornito il secondo ingrediente necessario. Mentre le probabilità che gli elettori si identifichino in modo forte e votino per il loro partito preferito diventano sempre più alte, è aumentato anche il rigetto di queste persone nei confronti di punti di vista diversi dal loro. La creazione di bolle di parte sui social network e in altre istituzioni ha accelerato la crescita della mentalità complottista. Come hanno sottolineato Norbert Schwarz, Eryn Newman e William Leach in Behavioral Science and Policy, le persone non decidono se credere a una tesi sulla base di una rigorosa verifica dei fatti, ma piuttosto attraverso criteri come la coerenza, la familiarità e la plausibilità.
La polarizzazione genera dei circuiti chiusi in cui credere a delle falsità sul conto dei propri avversari diventa una cosa più plausibile rispetto a cercare informazioni che potrebbero mettere in discussione quelle stesse idee, come ha scritto di recente Ishaan Tharoor sul Washington Post. In questo modo le teorie del complotto possono apparire più plausibili delle fonti oggettive, anche solamente grazie al fatto che vengono ripetute spesso. In modo simile, Schwarz, Newman e Leach suggeriscono che il cervello valuta la coerenza verificando se una tesi rappresenta una buona storia. Questo significa che teorie del complotto che per definizione non possono essere totalmente smentite – dato che tutto quanto è un complotto – forniscono a queste persone una versione “coerente” dei fatti che la realtà, piena di coincidenze e casualità, non potrà mai offrire.
A dire il vero non è stato Trump a creare le condizioni per l’ascesa delle falsità. In modo fortunoso o intenzionale, però, se ne è avvantaggiato. La mentalità estremista adottata da Trump, inoltre, ha portato a un’inversione di uno schema tradizionale. Prima del 2017 la mentalità complottista era caratteristica del partito all’opposizione. Oggi, però, i Repubblicani continuano a sposare teorie come quella del cosiddetto “DeepStateGate” – l’idea secondo cui a controllare in segreto il governo americano sarebbero funzionari non eletti di agenzie di sicurezza e burocrati – nonostante abbiano il controllo di quasi tutta la struttura governativa statunitense, dalla Casa Bianca e il Congresso a due terzi dei parlamenti statali.
I danni fatti alle fondamenta di un dibattito basato sui fatti sono filtrati in entrambi gli schieramenti. La settimana scorsa i Democratici americani si sono concentrati sull’ammissione del procuratore generale americano Jeff Sessions sui suoi incontri con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak durante la campagna elettorale del 2016, dopo che all’inizio aveva negato di averlo fatto. Il sottotesto – e in alcuni casi il testo vero e proprio – era che Sessions potrebbe aver contribuito a coordinare un piano del governo russo per pilotare le presidenziali americane. Non ci sono prove a sostegno di questa tesi. Come ha scritto Ryan Lizza sul New Yorker, per ora la storia sembra essere un «insabbiamento senza reato». Ciononostante su Twitter molti progressisti hanno condiviso con entusiasmo la notizia, sperando che Sessions si dimettesse per una violazione eclatante ma ancora piuttosto generica.
Sul lungo periodo il ciclo delle bugie minaccerà le fondamenta della democrazia. La democrazia richiede verità, e anche la fondamentale fiducia nel fatto che perdere le elezioni non comporta perdere il potere per sempre. Le teorie del complotto non solo alimentano la diffidenza nei confronti dell’autorità: la promuovono. Se una parte consistente di americani crede che i loro avversari politici siano diventati il nemico, le basi per i compromessi necessari per far funzionare le istituzioni democratiche crolleranno. Con le sue azioni, Trump sta cercando di fare in modo che questa diventi la sua eredità più longeva.

mercoledì 25 gennaio 2017

Trumputin /2

Le cupe fantasie del discorso inaugurale di Trump

di


Non lasciatevi ingannare dalle chimere di un uomo rabbioso. Di tutte le fantasie perpetrate in quel cupo delirio che è stato il discorso inaugurale di Donald Trump, nessuna è più assurda di quel presentare l’uomo dell’ascensore dorato come Difensore del Popolo. La crociata del presidente in nome dell’americano medio inizierà con un immenso taglio delle imposte per i ricchi, e se la famiglia dell’americano medio dovesse avere pre-esistenti problemi di salute che le compagnie di assicurazione non considerano ricevibili, vedrà svanire la propria assistenza sanitaria. Con amici del genere…
Come il senatore Roy Blunt ha ricordato alla folla nella sua introduzione, i discorsi inaugurali per tradizione elevano, riuniscono. Nel 1860 Abramo Lincoln fece appello «ai migliori angeli della nostra natura», malgrado la repubblica fosse sull’orlo della guerra civile. Nel 1932, al culmine della Grande Depressione, Franklin Roosevelt rassicurò un’America angosciata che «non aveva nulla da temere, se non la paura stessa». Ronald Reagan promise «un’alba» all’America colpita dall'inflazione e umiliata dalla crisi degli ostaggi in Iran.
Questo presidente, invece, considera proprio dovere assicurarsi che l’America sappia quanto fosse miserevole prima della sua venuta, malgrado i fatti puntino in direzione opposta. Assistiamo forse a «un massacro americano» nella Chicago delle bande criminali, ma a livello nazionale il tasso di criminalità è al livello più basso da decenni. L’economia che Trump dipinge inaridita dall'outsourcing è alla piena occupazione, e il Dow Jones ai massimi. Durante il secondo mandato di Barack Obama gli impieghi nella manifattura sono tornati in America, non viceversa. E quelli che non tornano sono in gran parte la conseguenza di automazione e robotica; e continueranno a non tornare, a meno di non mettere sotto chiave i dirigenti aziendali finché non accettino di abbassare la produttività.
Tutto questo non vi è nuovo? Certo che no. Il 45° presidente non è soltanto un uomo irascibile; malgrado continui a ripetere che lavorerà «per la gente» finché avrà fiato in corpo, è anche un indolente che non ha voglia di leggere i rapporti quotidiani dell’intelligence, e il cui discorso era un arrangiamento ridotto e mal scongelato della tirata pronunciata a Cleveland (quando accettò la nomination repubblicana, ndt): una provocazione rabberciata di altrui retorica di seconda mano. “America First” era lo slogan coniato da Woodrow Wilson nel 1916, prima di cambiare idea e portare l’America in guerra; e poi riciclato quale vessilo xenofobo per la campagna di Pat Buchanan, nel 2000. “Far di nuovo grande l’America” era slogan di Reagan, per la sua campagna del 1980; mentre “l’uomo dimenticato” è stato vergognosamente rubato alla campagna di FDR, 1932. Steve Bannon, il chief strategist del presidente, sta forse pensando di ridare vita agli investimenti nelle infrastrutture del New Deal, ma se la memoria storica ha un senso, Roosevelt in realtà non iniziò con un taglio fiscale massiccio per quell’1% di contribuenti della fascia più alta.
Con ogni probabilità il presidente non si darà pensiero per le minutaglie, riemergendo ogni tanto dal campo da golf per ringhiare contro dirigenti terrorizzati, minacciando di portargli via i loro giochetti se non fileranno immediatamente ad aprire una fabbrica di qualche aggeggio. Il vero lavoro pesante verrà delegato al suo governo, che corrisponde a quello che i greci chiamavano “kakistocrazia”: il governo dei meno qualificati.
Tra loro c’è chi ha pendenti etici giganteschi, come Tom Price, nominato come segretario per la Sanità e i Servizi umani, impegnato in trading di titoli di aziende su cui il Congresso stava deliberando. Poi ci sono quelli semplicemente incompetenti, senza alcuna esperienza o conoscenza dei ministeri che dovrebbero dirigere. Ma questo non dispiace ai falchi repubblicani, dal momento che l’obiettivo finale di questa presidenza è l’autodistruzione del settore pubblico. Ma quando si tratta invece di Rick Perry, nominato come segretario all’Energia senza sapere che il proprio dipartimento è responsabile delle scorte nucleari americane, l’incredula derisione si fa allarme rosso.
E c’è dell’altro. Grazie agli anacronismi del collegio elettorale, il voto di una minoranza ha imposto le priorità dell’America rurale e dei piccoli centri alle grandi, popolose città cosmopolite. Tra i tagli al budget proposti nel ridimensionamento draconiano del presidente Trump, potete scommettere il collo che non verranno sfiorati gli straripanti sussidi ai grandi business agricoli.
Il resto del mondo potrebbe essere tentato di accogliere con una scrollata di spalle questa sterzata verso l’isolazionismo, quest’avvento di un’America più piccola e stretta, e non più grande: se non fosse per il fatto che per quanto Trump sia determinato a spazzarla via a suon di decreti, l’interconnessione globale è una realtà inevitabile della vita nel XXI secolo. Un’America che si contrae può lasciare un buco nero di pericoli per il resto del mondo: che si tratti di scivolare in guerre commerciali, di abbandonare l’accordo sul controllo del clima o, cosa più pericolosa di tutte, disintegrare la Nato e le alleanze del Pacifico. Tutto questo fa pensare alla Russia di essere davvero di nuovo grande. Dopo essere intervenuto nella politica americana per veder installare alla Casa Bianca il proprio servizievole amico, perché Vladimir Putin non dovrebbe spostare le truppe sui confini baltici? Le reiterate dichiarazioni di Trump sull’obsolescenza della Nato, i dubbi che ha gettato sull’obbligo, sancito dal Patto atlantico, di considerare l’attacco a un membro dell’alleanza come un attacco a tutti, sono un incoraggiamento all’avventurismo dei russi.
L’abbandono dell’America del Piano Marshall, della Carta atlantica e della Nato, dell’America che con FDR, Eisenhower, con John F Kennedy e con Reagan considerò la libertà e la sicurezza dell’Europa e del resto del mondo come parte intrinseca dei propri doveri democratici, non è solo una prospettiva vergognosa, ma terrificante. Naturalmente è stata salutata in Europa da fascisti e ultranazionalisti con quella gioia perversa dei bulli di spiaggia che distruggono a calci un castello di sabbia. Ma loro che immaginano un mondo di Stati nazione separati e disconnessi, anche loro vivono in una fantasia pericolosa. Se non li fermiamo subito, i loro sogni diventeranno i nostri incubi.
«Il tempo delle parole vuote è finito. È l’ora di agire», ha proclamato il presidente. La maggioranza degli americani, moltitudini che guardano sbigottiti e nauseati alle sue proposte, devono prendere queste parole alla lettera.

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